Nell’ultimo periodo abbiamo trattato in diversi articoli dell’”Autunno Caldo” e della stagione di lotte rivendicative e di conquista apertasi cinquant’anni fa dalla tornata di rinnovi contrattuali.

Una delle lotte più significative, che fece da apripista a quella stagione fu quella dei braccianti di Avola, culminata con l’eccidio del 2 dicembre 1968 in cui furono uccisi, negli scontri con la polizia, due braccianti e altri quarantotto furono feriti.

L’eccidio di Avola si inerisce nel contesto dei sommovimenti e delle contraddizioni che hanno caratterizzato, in particolare nel nostro paese, il periodo del “capitalismo dal volto umano” (1945- 1975).

Dopo la fine della seconda guerra mondiale e della prima crisi generale del sistema capitalista, una nuova fase di accumulazione di capitale si era combinata con la forza raggiunta dal movimento comunista e dal Partito Comunista Italiano grazie alla vittoria nella Resistenza e all’influenza e al sostegno dei primi paesi socialisti (il cui campo nel frattempo si era allargato). A fronte di tutto ciò, la borghesia si era vista costretta a mettere nero su bianco l’impegno a concedere alle masse popolari una serie di diritti da scrivere nella Costituzione. La sinistra interna al Partito Comunista, incapace di mobilitare le masse popolari per propri limiti di concezione mobilitate con la Resistenza, lasciò in mano ai revisionisti moderni la direzione del Partito e questi affermarono una linea di compromesso con la borghesia.

Il risultato fu che le vecchie classi dominanti (che per giunta si guardarono bene dall’epurare lo Stato dai funzionari fascisti) lasciarono sulla carta gran parte dei principi progressisti contenuti nella Costituzione che erano sostanzialmente incompatibili con il capitalismo, salvo applicarli esclusivamente quando costretti dalla mobilitazione delle masse popolari che solo a prezzo di dure e sanguinose lotte riuscirono a strappare, in particolare tra il ’68 e gli anni ’70.

I fatti di Avola, come quelli di Portella della Ginestra (1947) o come più in là le stragi di Piazza Fontana o di Piazza della Loggia, dimostrarono che, al di là della facciata democratica, la natura dello Stato come organo della classe dominante e strumento per l’esercizio del monopolio della violenza, rimaneva intatta.

Contenuto e esiti della mobilitazione

La lotta dei braccianti della provincia di Siracusa parte prima del 2 dicembre, precisamente con lo sciopero del 24 novembre ’68. I lavoratori rivendicavano la fine del sistema di “gabbie salariali” che vigeva tra le diverse zone della provincia, una normativa per garantire il rispetto dei contratti e l’attivazione delle commissioni paritetiche di controllo ottenute nel 1966.

La vertenza va avanti per diversi giorni ma ad un certo punto le trattative si arenano per la rigidità degli agrari e a quel punto i lavoratori decidono di ricorrere ai blocchi stradali come strumento di pressione. A fronte dei continui rinvii del prefetto che avrebbe dovuto fare da mediatore tra le parti, ma che di fatto agiva sotto dettatura degli agrari, viene proclamato lo sciopero generale del 2 dicembre.

La risposta delle masse popolari di Avola a sostegno dei braccianti è imponente: il paese viene sostanzialmente bloccato e alla manifestazione partecipano studenti, lavoratori del pubblico impiego, commercianti, disoccupati, operai, ecc.

La situazione si fa via via sempre più tesa: l’ordine è quello di togliere il blocco dei braccianti “costi quel che costi” e quindi verso le due del pomeriggio partono gli scontri nei quali perdono la vita Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia mentre altri quarantotto braccianti vengono feriti.

Nella notte viene chiusa rapidamente la trattativa e tutte le richieste dei braccianti vengono accolte. L’eccidio alimenta la mobilitazione in tutta Italia e rafforza quella saldatura tra studenti (che più di tutti avevano sostenuto la battaglia dei braccianti di Avola) e lavoratori che caratterizzerà il movimento del ’68 e degli anni ’70. Il 4 dicembre i sindacati chiamano una mobilitazione nazionale e da più parti si comincia a rivendicare il disarmo della polizia durante le manifestazioni.

I fatti di Avola si sono svolti all’interno di un regime politico specifico che ancora oggi caratterizza il nostro paese e tutti i paesi imperialisti, il regime di controrivoluzione preventiva, basato su cinque pilastri:

  1. Un articolato sistema di intossicazione e diversione delle menti e dei cuori delle masse popolari attraverso teorie, movimenti e occupazioni che distolgono le masse popolari dagli antagonismi di classe e alimentano la loro arretratezza politica e culturale;
  2. La concessione alle masse popolari di benefici economici condizionati da una rete di vincoli, rate, mutui, ecc. che le mettono a rischio di perdere tutto in ogni momento;
  3. Lo sviluppo di canali di partecipazione delle masse popolari alla lotta politica;
  4. La possibilità per le masse di organizzarsi solo in organizzazioni (sindacali, associative, ecc.) rette da uomini di fiducia della borghesia;
  5. La repressione selettiva dei comunisti e delle principali avanguardie della lotta di classe.

Questo regime, che per quarant’anni ha distolto in mille modi le masse popolari dalla partecipazione alla rivoluzione socialista, oggi scricchiola ogni giorno di più sotto i colpi della seconda crisi generale del sistema capitalista, giunta ormai alla sua fase acuta e terminale. Se il primo dei cinque pilastri è l’unico che resta in piedi e anzi, si rafforza sempre di più, gli altri quattro stanno sostanzialmente crollando: i diritti e le conquiste che le masse popolari avevano ottenuto con le lotte rivendicative nel “capitalismo dal volto umano” vengono via via smantellati di pari passo con la corruzione sempre maggiore delle organizzazioni sindacali (emblematici in questo senso il job’s act oppure la gestione delle crisi aziendali in combutta tra sindacati, industriali e governo). Le elezioni registrano un distacco sempre maggiore tra le masse popolari e i principali partiti di governo, la repressione colpisce ormai indiscriminatamente tutti e in particolare quelli che più sono considerati esuberi (giovani, donne, immigrati: basta vedere provvedimenti come “scuole sicure” o i decreti sicurezza).

Lo sgretolamento dei pilastri del regime politico del nostro paese pone sempre più all’ordine del giorno la necessità di organizzarsi contro gli effetti più gravi della crisi. Dal Biennio Rosso del 1919-20 alla Resistenza antifascista del 1943-45, fino alle lotte degli anni ‘60 e ’70: anche se indebolita dal declino del movimento comunista, la classe operaia del nostro paese ha una lunga tradizione di lotta e di organizzazione. I Consigli di Fabbrica sono stati la spina dorsale della mobilitazione popolare con cui abbiamo strappato CCNL, Statuto dei Lavoratori, 150 ore, scuola e sanità pubbliche, case popolari e tutte le altre conquiste di civiltà e benessere. Ma abbiamo visto che non basta mettere dei “paletti” allo sfruttamento dei padroni: alla lunga profitti dei padroni e condizioni di vita dignitose per le masse non stanno assieme. Quindi questa volta dobbiamo andare fino in fondo! Dobbiamo togliere la direzione delle aziende e del nostro paese dalle mani di chi si arricchisce e considera normale arricchirsi sacrificando e calpestando il benessere, la salute, la sopravvivenza dei lavoratori: i grandi industriali, i pescecani della finanza, gli speculatori, gli alti funzionari, i banchieri, gli alti prelati, i ricchi e tutti i loro servi e sostenitori.

Il primo passo in questa direzione è costituire un governo che è deciso e ha la forza di rompere le catene dell’UE e della NATO e la cappa del Vaticano, di attuare le parti progressiste della Costituzione del 1948 e di collaborare con i governi dei paesi in lotta contro la comunità internazionale dei guerrafondai e degli speculatori.

10, 100, 1000 Consigli di Fabbrica in ogni Azienda!

10, 100, 1000 Organizzazioni Giovanili in ogni scuola e università!

10, 100, 1000 Organizzazioni Popolari in ogni quartiere!

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