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[Firenze] Un contributo sulla presentazione della rivista La Voce 54 del (n)PCI

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Gennaio 25, 2017
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Sabato 21 gennaio a Firenze, presso la Casa del Popolo di Peretola il P. Carc ha promosso l’iniziativa: “Festeggiamo l’anniversario della nascita del primo PCI. La rivoluzione non scoppia, è già in corso. Presentazione della rivista La Voce n. 54 del (n)PCI.”

L’incontro è stato occasione per discutere, con i compagni presenti, del ruolo del (n) PCI, della distinzione e combinazione tra (n) PCI e P.CARC, della natura che deve avere un Partito Comunista all’altezza dei propri compiti – innanzitutto la clandestinità – e di quella della rivoluzione socialista – non un’insurrezione di cui approfittano i comunisti per prendere il potere, bensì, una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. Lo si è fatto entrando nel merito del contenuto della rivista trimestrale (la Voce, appunto) che il (n) PCI redige e diffonde da ben 18 anni e, in particolare, di questo numero 54. Come Partito dei CARC promuoviamo la diffusione, la discussione e lo studio de “La Voce” perché rientra nei nostri compiti di “partito fratello” del (n) PCI. Quel che è scritto nella Voce non è rivolto solo ai membri del (n) PCI o del Partito dei CARC ma, a tutti coloro che nutrono interesse a comprendere più approfonditamente il bilancio, l’analisi e la strategia che la Carovana del (n) PCI (di cui il Partito dei CARC fa parte) porta avanti per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

Una compagna prende parola e chiede il perché di due partiti: per quale motivo, se noi del Partito dei CARC condividiamo analisi, linea e strategia del (n) PCI, facciamo parte di un altro partito, a che serve?

Questa osservazione, preziosa, ci ha dato l’opportunità di entrare nel merito della storia della Carovana del (n) PCI.

I primi CARC si sono costituiti nel 1992 con l’obiettivo di ricostruire il partito comunista, dopo che la degenerazione del vecchio PCI aveva completato il suo corso e privato la classe operaia del suo partito e dopo il fallimento dei tentativi di ricostruirlo compiuti prima dai gruppi del movimento marxista-leninista (e in particolare dal Partito Comunista d’Italia – Nuova Unità negli anni ‘60) e poi dalle Brigate Rosse (negli anni ’70).

Il gruppo di testa dei CARC, si pose immediatamente la questione della natura del partito che serve alla classe operaia, e al resto delle masse popolari, a prendere il potere. Il principale presupposto è che deve assicurarsi le condizioni della sua effettiva indipendenza dalla borghesia. Non si tratta di dedurre la natura del partito traendola dai principi o dalla propria coscienza. Si tratta di trarla dalla forma della rivoluzione proletaria: in tal senso, natura del Partito e natura della rivoluzione socialista (quindi della strategia per prendere il potere) sono dialetticamente connessi.

Per spiegare questa dialettica è utile un richiamo alle osservazioni fatte da Engels nell’Introduzione, del 1895, a “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850”, i cui contenuti son stati magistralmente sintetizzati nell’opuscolo: “Federico Engels – 10, 100, 1000 CARC per la ricostruzione del partito comunista” (a sua volta citato da VO 54, a pag. 15). In questo scritto vengono posti due punti fermi, utili ai fini della comprensione della natura clandestina del partito comunista.

In primo luogo; la conquista del potere per via parlamentare è impossibile (Engels, in questo caso, si riferiva ai grandi risultati ottenuti dal partito in Germania che nelle elezioni del 1893 aveva già superato il 25% dei voti). Engels mise in guardia dal fatto che il periodo dei successi elettorali e dello sviluppo pacifico dei partiti operai sarebbe prima o poi volto al termine, presto quei partiti avrebbero dovuto adottare tattiche e forme di lotta rivoluzionarie stante il fatto che la borghesia, prima o poi, avrebbe rotto la sua legalità. La tesi di Engels è stata confermata da tutta la storia della prima crisi generale del capitalismo (1910-1945) nell’ambito della quale la borghesia ha dovuto fare fronte a ben due guerre mondiali per uscire dalla crisi e piegare il movimento della classe operaia e delle masse popolari in lotta per il potere. Anche nella fase pacifica del capitalismo (successivo alla conclusione della seconda guerra mondiale) la classe dominante non ha smesso di ricorrere a mezzi e strumenti per impedire, soffocare e deviare l’organizzazione delle masse popolari. Nei paesi imperialisti lo ha fatto instaurando particolari regimi, detti di “controrivoluzione preventiva”, ossia l’insieme di misure, linee e politiche (che vanno a formare i “cinque pilastri” su cui si regge l’edificio del regime politico) messe in opera dalle classi dominanti dei paesi imperialisti, in particolare dal secondo dopoguerra, per mantenere la loro egemonia sulle masse popolari, per orientarne le coscienze e comunque controllarne e indirizzarne l’attività in modo da impedire che si sviluppi la mobilitazione rivoluzionaria, che la contrapposizione di classe sfoci in guerra civile.

La concezione di un “partito rivoluzionario nei limiti di legge” è la teoria politica che la borghesia e i revisionisti moderni (da Togliatti in poi, per quel che riguarda l’Italia) hanno imposto al movimento operaio e popolare. Ma, se ci pensiamo, perfino le lotte economiche, di difesa e di conquista delle masse popolari per vincere dovranno sempre più spesso travalicare i limiti legali che la casse dominante restringe in continuazione. Come Partito dei CARC abbiamo, da sempre, messo al centro il principio del “legittimo-illegale” ossia della centralità e giustezza di realizzare tutto ciò che va a favore delle masse popolari anche andando contro le leggi delle Autorità costituite. La parola d’ordine con cui abbiamo affrontato la campagna referendaria e che, adesso, stiamo cercando di attuare e far attuare, ossia “difendere la Costituzione applicandone le parti progressiste” sottende a questo principio. Ma, questo vuol forse dire che, allora, i comunisti debbono rinunciare a qualsiasi ambito di attività legale? No, la storia dimostra che solo chi riconosce questa realtà (ossia il fatto che la borghesia tende a rompere sempre di più la sua legalità e che farsi trovare sorpresi da questo è fatale, come lo fu per Gramsci e il primo PCI, colti impreparati dal fascismo) ha la capacità di mettersi nella condizione di sfruttare al massimo ogni ambito di azione legale. Oppure, riconoscere questo significa celebrare l’onnipotenza della borghesia? tutt’altro, mostra quanti sforzi la classe dominante deve fare per tenere in piedi il capitalismo, sforzi che sono anche fragilità, brecce su cui fare leva per indebolirla.

Il secondo punto ci serve a entrare nel merito della natura della rivoluzione socialista, dialetticamente connessa con la natura del Partito. Engels ci spiega che la rivoluzione proletaria rende impossibile la conquista del potere da parte della classe operaia attraverso una spontanee insurrezione, così come si era dato nella maggior parte delle rivoluzioni borghesi. La rivoluzione socialista non consiste in una classe che va a sostituire un’altra ma, nell’avvio di una fase di transizione che vedrà l’abolizione di tutte le classi. Un simile processo, dunque, necessita della partecipazione cosciente e organizzata della più ampia parte delle masse popolari, e in particolare della classe operaia. In tutti i paesi in cui la classe operaia ha conquistato il potere abbiamo assistito a una guerra civile più o meno prolungata nell’ambito della quale il “nuovo potere” ha sopravanzato il vecchio (così è accaduto in Russia e in Cina). Il partito comunista, quindi, non deve mettersi alla testa di masse insorte o aspettare che esse insorgano spontaneamente per poi approfittarne e prenderne la direzione ma, accumulare forze rivoluzionarie, fino a rovesciare il rapporto di forze, procedere secondo una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata.

La Carovana del (n) PCI ha fatto suo questo importante insegnamento che è stato ripreso e teorizzato da Mao Tse-Tung, alla luce del bilancio dell’esperienza della rivoluzione bolscevica, e che rappresenta uno degli apporti più importanti del maoismo, che fa di quest’ultimo la terza e superiore tappa del pensiero comunista (così come il leninismo ha arricchito e completato il marxismo). Tornando alla domanda iniziale, quindi, la natura clandestina del Partito è necessaria alla sua agibilità ideologica e organizzativa stante la natura del terreno strategico della presa del potere: una guerra, lunga e complessa, nell’ambito della quale il partito comunista aggrega attorno a sé la parte più avanzata della classe operaia, nell’ambito della quale si costruiscono determinati rapporti di forza e ci si prepara alla guerra civile che, inevitabilmente, la borghesia scatenerà contro le masse popolari. Il (n) PCI lavora sul terreno strategico, conduce la GPRdLD (guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata) attraverso l’attività dei suoi CdP (Comitati di Partito) nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, lavora per aggregare attorno a sé la parte più avanzata e combattiva delle masse popolari.

Nel nostro paese esiste, un certo scetticismo nei confronti della rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato, pesante eredità dell’opera dei revisionisti moderni (da Togliatti a Berlinguer e oltre) che impantanarono la lotta di classe in mille vincoli rivendicativi e legalitari anziché guidarla verso la rivoluzione socialista. Quindi, come si spiega in VO 54: “Il ruolo del GBP (Governo di Blocco Popolare) nella strategia della GPR” a pag. 21, “Per instaurare il socialismo bisogna che la parte attiva e combattiva della classe operaia sia unita attorno al partito comunista. In Italia la classe operaia e le masse popolari organizzate si libereranno dall’egemonia della sinistra borghese e si uniranno attorno al partito comunista dopo che avranno portato al potere la sinistra borghese e avranno constatato per esperienza diretta la sua connaturata incapacità di condurre alla vittoria il loro movimento (…). Sarà la dimostrazione finale che con la sinistra borghese non si pone fine alla crisi. Il Governo di Blocco Popolare non è la dittatura del proletariato: è la dimostrazione pratica dell’impotenza della sinistra borghese e apre alla strada della dittatura del proletariato”.

Il Partito dei CARC, quindi, contribuisce, sul piano tattico, alla realizzazione della rivoluzione socialista: in particolare sfrutta le libertà frutto della vittoria della Resistenza e delle lotte degli anni ’70, per promuovere la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari, in particolare della classe operaia, promuovendo la costruzione di organizzazioni operaia (OO) e popolari (OP) che portino a sintesi le mille rivendicazioni che oggi agitano a questo o quel governo dei vertici della Repubblica Pontificia promuovendo e imponendo un governo proprio: quello che noi definiamo Governo di Blocco Popolare. Ma, come rende bene quanto scritto su VO 54, il GBP non è la “panacea di tutti i mali”.A tal proposito prende parola una simpatizzante del Partito dicendo che “il GBP non è una terza via ma quella scuola di comunismo che farà toccare con mano, alle masse popolari, i limiti del riformismo e che l’unico modo per preservare, estendere e migliorare diritti e conquiste è sovvertire il sistema capitalista e costruire il socialismo. Il Partito dei CARC, quindi, ha il compito, in questa fase, di promuovere quella scuola di comunismo attraverso cui le masse popolari apprenderanno a governare e, sulla base della loro esperienza diretta, romperanno quelle che ad oggi sono due tare che ci portiamo dietro dal vecchio movimento comunista e dal vecchio PCI e cioè il riformismo parlamentare e conflittuale”.

Il Governo di Blocco Popolare, quindi, è lo strumento migliore, stante le attuali condizioni oggettive (a tal proposito vedi: https://www.carc.it/2016/12/31/una-situazione-sempre-piu-rivoluzionaria/), per avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista, per favorire l’accumulazione delle forze rivoluzionarie attorno al partito comunista, quindi, per passare dalla prima (difensiva strategica) alla seconda (equilibrio strategico) delle tre fasi della GPRdLD (la terza è l’offensiva strategica), per arrivare in una posizione di maggiore forza alla guerra civile. Questo è il miglior modo per sbarrare la strada alla mobilitazione reazionaria. Infatti, una situazione rivoluzionaria in sviluppo, come quella in cui siamo immersi oggi, non è detto che trovi sbocco in una mobilitazione rivoluzionaria; la via della mobilitazione reazionaria delle masse popolari è ancora aperta; quale delle due vie (rivoluzionaria o reazionaria), il movimento spontaneo delle masse imboccherà, dipende dall’azione dei comunisti. In definitiva la linea del GBP interviene in una situazione dove le condizioni oggettive per fare la rivoluzione sono sempre più mature ma a fronte di condizioni soggettive ancora deboli, cioè in mancanza di un movimento comunista cosciente e organizzato.

Nell’articolo di VO 54: “2017 – Il nuovo anno e i nostri compiti: le tre questioni principali che dobbiamo affrontare” (pag. 3 -14) si pongono una serie di questioni decisive ai fini della nostra lotta. Innanzitutto quella della Riforma Intellettuale e Morale dei comunisti, per liberarsi dalle briglie del regime di controrivoluzione preventiva (pag. 5). Come spiegava Marx, “I comunisti si distinguono dagli altri proletari perché hanno un’analisi più avanzata delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe”. Studiare, quindi, fa parte del lavoro necessario per promuovere con scienza e coscienza la rivoluzione socialista nel nostro paese, i compagni del (n) PCI lo sanno e, per questo, dedicano su questo numero 54 della Voce, ampio spazio a Questioni del leninismo (pag. 31-71), uno scritto chiave di Stalin che il (n) PCI propone allo studio dei suoi membri e di chi intende diventarlo.

La fiducia nella capacità rivoluzionaria delle masse non è atto di fede ma, deriva dallo studio, dalla comprensione che che oggettivamente la classe proletaria è rivoluzionaria. Mille singoli potranno tradire o disertare ma, il proletariato non potrà mai pentirsi della sua condizione perché questa condizione è obbligatoriamente definita dalla società capitalista e può “dissociarsi” da essa solo trasformando l’intera società. A noi comunisti, il compito di guidarlo nella sua lotta per la conquista del potere.

Concludendo, invitiamo tutti i compagni del Partito dei CARC a cimentarsi nelle presentazioni della Voce del (n) PCI e ai collaboratori e simpatizzanti a partecipare a questi momenti di discussione.

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