Di seguito, una lettera di una giovanissima compagna di Quarto (NA) che ci racconta la sua esperienza nella lotta contro la Buona Scuola.

“Vediamo come di anno in anno l’ambiente scolastico cambia sempre più, peggiora gradualmente.
Il nostro sistema scolastico è ad oggi un sistema di repressione del dissenso dove è imposta la diffusione del pensiero unico, dove è negata ogni libertà di espressione e di parola, un sistema che si nasconde dietro quattro mura internamente allestite con banchi e sedie, un sistema che oggi prende il nome di scuola, la Buona Scuola.
Vi racconto la mia esperienza perché possiate vedere come contro tanti studenti e tante studentesse non tarda a scagliarsi la repressione e l’intimidazione e come laddove esiste un collettivo coeso e unito sul piano ideologico anche le manovre più losche possono poco.

Con il Collettivo della mia scuola stavamo conducendo una lotta per la tutela e la garanzia del trasporto per gli studenti diversamente abili mai partito, fino ad oggi, dall’inizio dell’anno scolastico 2016/2017.
La nostra lotta è iniziata con la promozione di assemblee studentesche che trattassero della tematica e che informassero tutti gli studenti su quanto stava accadendo e sulla gravità della situazione presente. Decidemmo quindi di ampliare il nostro “raggio d’azione” parlando con la Preside del nostro Istituto, chiedendole informazioni e novità in merito.
Lei, in un primo momento, sembrò volerci sostenere nella lotta, tanto da chiamare l’assessore delle politiche giovanili e quello dei trasporti per discutere con noi in un assemblea promossa dal Collettivo, a cui partecipò un gran numero di studenti. Dopo, però, comprendemmo che il suo sostegno era solo di “facciata”! All’incontro con gli assessori non avemmo grandi risposte, ci dissero che c’erano “problemi burocratici”, mancanza di fondi per il trasporto, tempi tecnici da rispettare … Insomma risposte da copione che ci aspettavamo da chi, come loro, rivestono quel ruolo sociale. Decidemmo quindi di continuare la lotta con forme più consone: volantinaggi informativi, presidi sotto il Comune, incontri con il Sindaco ecc. Lì, però, iniziammo a toccar con mano i primi segni d’opposizione di chi, in un primo momento, si era schierato a nostro favore. Già durante un volantinaggio informativo fuori le porte dell’istituto, che invitava i ragazzi a partecipare al presidio da noi organizzato, fummo letteralmente fermati dalla dirigenza scolastica che iniziò a tirare i ragazzi all’interno dell’Istituto. “Tirare”. Questo termine descrive nel dettaglio la scena che si era creata e il gesto fisico fatto dalla presidenza per costringere i ragazzi a non seguirci in presidio. Infatti, da che fuori scuola vi erano più di 300 ragazzi che volevano parteciparvi, dopo quell’atto intimidatorio e fisico si giunse a circa 60 ragazzi. Non era la prima volta che succedeva una cosa simile; già durante il boicottaggio delle prove Invalsi, svoltosi lo scorso aprile, ci fu un esperienza simile, ma dato il contesto che si era creato e il motivo per cui si stava agendo , ovvero garantire a TUTTI il DIRITTO ALLO STUDIO, ci sembrò assurdo! Ma non fu l’unico intralcio. Usciti dal vicolo dove si trova la nostra scuola c’era ad attenderci una macchina dei Carabinieri; i Carabinieri bloccarono la strada per ostacolare il nostro passaggio. Un gruppo di noi andò a parlare con loro mentre il restante cercava di tranquillizzare gli studenti che ci avevano seguiti, impauriti dalla presenza dei Carabinieri e dalle conseguenze che potevano scaturire. La situazione si sbloccò solo dopo una mezz’oretta e qualche identificazione. Decidemmo di continuare recandoci sotto al comune e anche lì ad aspettarci c’era una macchina: ma stavolta era la Polizia Municipale, raggiunta poco dopo dalla Digos. Fu veramente assurdo! Contro degli studenti che lottano per l’APPLICAZIONE DI UN DIRITTO, l’APPLICAZIONE DELLA COSTITUZIONE e per GARANTIRE UN SERVIZIO SCOLASTICO la presidenza scolastica e le forze dell’ordine non tardano a mobilitarsi,manco fossimo dei criminali! Anche li alcuni di noi furono identificati e la Digos voleva portare altri in caserma per interrogarli sull’accaduto. In nostro sostegno, però, scesero i lavoratori del Comune stesso che presidiarono con noi e ci tutelarono da identificazioni e interrogatori vari: insomma compresero la giustezza della nostra lotta e sostennero noi studenti, colpevoli di mobilitarci in difesa degli oppressi e per l’applicazione della Costituzione di questo paese. Dopo quasi 6 ore di presidio ci fu l’incontro con il Sindaco che si mostrò sconcertata da quanto accaduto e si scusò per l’eccessiva mobilitazione delle forze dell’ordine; per quanto riguarda la partenza del servizio, ci disse che “entro metà dicembre i trasporti sarebbero partiti”. Da li ci sorsero dei dubbi: perché all’incontro avvenuto a scuola la situazione dei trasporti ci fu descritta come “immobile” e ora ci avevano fornito una data anche abbastanza vicina? Dovevamo fidarci o meno delle parole che ci avevano detti? Perché una mobilitazione repressiva così ampia? Insomma iniziammo a tracciare un bilancio di quanto accaduto fino ad ora e delle linee di sviluppo su come proseguire. Alla fine decidemmo di aspettare la data, ma allo stesso tempo ci recammo dalle ditte che si occupano di questo tipo di trasporti cercando delle soluzioni concrete e attuabili al nostro problema. Inoltre promuovemmo riunioni di confronto e sostegno con le forze sane (collettivi, associazioni,…) del nostro territorio. Insomma non ci siamo fermati a chiedere all’amministrazione di risolvere il problema, ma abbiamo cercato delle soluzioni per poterlo risolvere noi, organizzandoci e coordinandoci con le altre realtà del territorio, applicando dal basso i nostri diritti!

Arrivò la data che ci avevano detto e, come sospettavamo, i trasporti non partirono. Decidemmo quindi di intervenire da li a una settimana organizzando un occupazione o un autogestione che promuovesse il dibattito politico sulla questione all’interno dell’istituto e che ci desse l’occasione e gli strumenti per organizzarci con tutti gli studenti, i professori, i lavoratori e i collettivi del territorio (queste erano le proposte emerse dal Collettivo).


Il rappresentante d’Istituto , però, scrisse una lettera alla preside in cui le diceva che il Collettivo avrebbe sicuramente occupato e che lui e gli altri rappresentanti, descrivendosi come i “salvatori della patria” si discolpavano da qualsiasi protesta “violenta” facendo ricadere il tutto sul Collettivo. Alla preside fece anche il mio nome, come punto di riferimento del Collettivo stesso e come “incitatrice di violenza”.

Durante una riunione mi arrivò una chiamata di mia madre in cui mi disse di aver ricevuto una chiamata dei Carabinieri in cui ero stata “incolpata” di essere alla testa nella pianificazione di una occupazione e che quindi sarei dovuta recarmi in caserma per “discolparmi”. Arrivata a casa, mia madre era molto preoccupata e mi pregò di andare dai Carabinieri dicendo loro che io non c’entravo niente con quanto si diceva. Io rifiutai. Spiegai a mia mamma come stavano le cose e che la chiamata e l’invito informale dei Carabinieri non erano altro che un atto intimidatorio mirato a bloccare l’attività portata avanti dal Collettivo in questi ultimi mesi, che la repressione e l’intimidazione si scaglia contro tutti gli studenti che lottano per un modello di scuola differente, contro tutti coloro che lottano per un sistema diverso, contro coloro che vogliono costruire una alternativa sana alla degenerata situazione attuale.
Mia madre accettò la mia posizione ma questo non cambiò i dubbi e le paure che, come ogni madre, provava.

Il giorno stesso abbiamo promosso un assemblea ove si è trattato dell’accaduto e discusso su cosa fare , stante anche le minacce della Preside che ci aveva informati che “ci sarebbero stati carabinieri in borghese a controllarci fuori l’edifico bloccando qualsiasi nostra attività”. L’assemblea fu il momento dove ho sentito l’appoggio concreto del mio Collettivo. Un collettivo che non si è fermato al sostegno morale, ma aveva mobilitato più di 100 ragazzi per discutere sull’accaduto e per dimostrare e soprattutto dimostrarmi che la lotta continuerà e che con me ci sono gli studenti. Infatti l’assemblea fu l’inizio di una crescita del Collettivo che da quel giorno sente un legame più forte che nella pratica si vede.

Il lunedì bloccammo l’istituto e affacciati alle finestre della scuola parlammo con gli studenti. Li incitammo e organizzammo affinché l’autogestione che stavamo per condurre fosse finalizzata alla causa del trasporto dei disabili, fosse finalizzata all’APPLICAZIONE DEI NOSTRI DIRITTI.

Io non partecipai a quest’atto. Da un lato per paura delle conseguenze che potevano scaturire dalla mia presenza, da un lato per la soggezione che provavo per aver creato “scalpore” tra i discorsi scolastici, dall’altro perché mia mamma mi supplicò di non andare. Insomma la repressione mi aveva colpito e io non ho reagito.
Mi chiamarono i ragazzi del Collettivo spiegandomi quanto stava succedendo e chiedendomi di raggiungerli. Io non li raggiunsi. Sentivo che nel caso in cui mi fossi recata lì avrei sbagliato, senza capire invece che SBAGLIATO E’ ABBANDONARE IL CAMPO!
Nei giorni a seguire si svolse l’autogestione e ripartirono i trasporti poco dopo.
Abbiamo lottato così a lungo e non ci sembrava vero che la battaglia era conclusa, conclusa con una vittoria!


Ci fu la riunione di bilancio in cui i ragazzi mi fecero notare che il mio atteggiamento era stato sbagliato. Io apprezzai molto quelle critiche; mi fecero notare dove sbagliavo e soprattutto mi hanno dimostrato che la nostra lotta era più che giusta! Mi hanno dimostrato che il sostegno pratico di un collettivo è principale se l’organismo vuole crescere e condurre una lotta fino alla vittoria. Mi hanno dimostrato cosa significa fidarsi del proprio collettivo. Insomma dalla loro pratica e dedizione hanno spinto me ad avanzare.
Questa è la mia esperienza. L’esperienza di una ragazza che ha lottato e continuerà a lottare per l’applicazione dei nostri diritti, l’esperienza di una studentessa che ha toccato con mano il concreto della schifosa riforma della Buona Scuola e che si è alzata più forte di prima.

Saluti Rossi, Laura”

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