La paura mangia l’anima” è un film del 1974 di Fassbinder. La madre della paura è l’ignoranza, come quando si ha paura del buio e quindi con la conoscenza, o meglio, con la scienza, la paura se ne va e la mente si rigenera.

Scrivo dal letto d’ospedale, due giorni dopo una operazione chirurgica. Una amica mi ha regalato l’ultima storia del commissario Montalbano, “L’ altro capo del filo”, ed ha affermato in modo tassativo che, dopo un’operazione chirurgica, bisogna “leggere cose leggere”, e non, come sto facendo io, la “Fenomenologia dello spirito”di Hegel.

Io leggo il libro di Hegel alla luce di una filosofia superiore, il materialismo dialettico, e la cosa mi rilassa. Però l’amica non ha tutti i torti, e ho iniziato quindi a leggere subito la storia dove stavolta Montalbano è alle prese con sbarchi quotidiani di migranti a centinaia. Al commissariato di Montelusa quelli che il commissario dirige reggono male l’orrore delle stragi di massa che accompagnano ogni guerra. Questi migranti infatti sono profughi di guerra, come sa anche Catarella, il poliziotto più illetterato, un po’ tonto e buffo, il tipo semplice che nella sua semplicità sa cogliere le verità evidenti come il bimbo che vede il re nudo nella favola.

Catarella non regge l’orrore, ma nemmeno Montalbano ci riesce: “La sò disciplina di sbirro gli consentiva di fari quello che doviva fari, ma la sò anima d’omo non ce la faceva a continiri tutta ‘sta tragedia. Continuare a mettiri firme per distrarsi non avrebbe giovato, passiari sulla banchina del porto indove oramà vidiva fantasimi non l’avrebbi aiutato. Allora fici ‘na cosa che non avrebbi mai pensato di fare. Niscì dal commissariato a pedi e s’avvio verso la chiesa cchiù vicina. Trasì. Era completamenti vacanti. Annò ad assittarsi supra a un banco, si misi a taliare le statue dei santi, erano tutte di ligno, facci di viddrani, facci di pescatura e cchiù granni di tutti la statua del nìvuro San Calò. Va a sapiri che magari Calogero era arrivato fino a ccà supra a un barconi. Po’ ‘mproviso esplosi un sono, qualichiduno si era mittuto all’organo. La riconobbi, era la Toccata e Fuga in re minore di Bach. Chiuì l’occhi e con la testa ghittata narrè gli niscì dalla vucca un respiro profunno che gli slargava il petto e il cori e si lassò trascinari luntano luntano dalla musica. Aspittà che l’organo finissi. Po’, com’era trasuto riuscì, e si ni annò al Cafè Castiglione. “’’Na bumma con la crema e un cafè doppio”.

Ora potiva tornari ‘n commissariato a mittiri firme.” (pp. 82-83) Da questo punto in poi, dopo ottanta pagine di meditazioni sui migranti, inizia la storia vera e propria: l’”anima d’omo” del commissario si placa, rientra in pista lo sbirro che può dedicarsi a sbrogliare casi di omicidio, attività in cui eccelle e ragione per cui i lettori acquistano i libri delle storie sue.

Montalbano quindi non regge l’orrore, e si rifugia in chiesa. Perché questo comportamento strano in uno abituato ad avere a che fare con gente uccisa in modi orrendi in ognuna della storie di Camilleri ? Mi torna in mente che di questo orrore ho appena letto nel libro di Hegel, dove dice che la vita dello spirito “quella vita che sopporta la morte e si mantiene in essa. Lo spirito conquista la propria verità solo a condizione di ritrovare se stesso nella disgregazione assoluta.” (Hegel, “Fenomenologia dello spirito”, 1807)

Manca quindi verità nello “spirito” di Montalbano, cioè nella sua “anima d’omo”, e non in lui in quanto “sbirro”. È cosa che riguarda il suo essere universale (la sua anima), e non il suo essere individuale di “sbirro”. Come sbirro ha una disciplina che lo tiene insieme in modo compatto, e non fa passare l’orrore, ma come uomo l’insieme ha le maglie larghe, l’orrido penetra, e l’anima precipita in chiesa, come ci si è precipitata appena eletta la sindaca di Roma Virginia Raggi e come in braccio a Bergoglio (il papa) precipita il quotidiano “Il Manifesto”, che evidentemente quando si dichiara comunista intende qualcosa di diverso da quella concezione che guidò le grandi rivoluzioni dello scorso secolo e che guiderà le prossime.

Per capire quale problema Montalbano ha confrontiamolo con altre “anime”, cioè con uomini di altri tempi che però ancora vivono per i messaggi che ci hanno lasciato. Con il termine “anima” infatti secondo il senso comune si intende qualcosa di universale, che va oltre il tempo di vita di un individuo, e questo, secondo la concezione comunista del mondo, accade in un modo che fu spiegato da Gramsci alla cognata Tatiana Schucht il 24 luglio 1933: “Adesso che sto meglio, quelli che stavano con me quando mi trovavo nel punto critico della malattia mi hanno detto che nei momenti di vaneggiamento c’era una certa lucidità nei miei sproloqui (che poi erano intramezzati di lunghe tirate in dialetto sardo). La lucidità consisteva in questo: che ero persuaso di morire e cercavo di dimostrare l’inutilità della religione e la sua inanità ed ero preoccupato che approfittando della mia debolezza il prete mi facesse fare o mi facesse delle cerimonie che mi ripugnavano e da cui non sapevo come difendermi. Pare che per una intera notte ho parlato dell’immortalità dell’anima in un senso realistico e storicistico, cioè come una necessaria sopravvivenza delle nostre azioni utili e necessarie e come un incorporarsi di esse, all’infuori della nostra volontà, al processo storico universale ecc. Ad ascoltarmi era un operaio di Grosseto che cascava dal sonno e che credo abbia creduto che io impazzissi, secondo l’opinione anche della guardia carceraria di servizio. Tuttavia ricordava i punti principali del mio sproloquio, punti che io ripetevo continuamente.”

L’”anima” di Gramsci era forse quella di un grande, e magari non possiamo paragonarla a quella di Montalbano, poliziotto onesto, intelligente, coraggioso, ma normale. Invece no: la grandezza di Gramsci era virtù normale ai tempi suoi e in quelli successivi. Facciamo un salto di dieci anni e passiamo a un altro carcere, a Vienna. E il primo novembre del 1943. Walter Kämpf, studente in chimica, di 23 anni, membro dell’Associazione Giovanile Comunista di Vienna catturato dai nazisti, scrive ai genitori dopo avere saputo che sarà decapitato il giorno successivo:

Miei cari, buoni genitori,

dunque domani è la grande giornata, le cose ora davvero sono andate un po’ prestino. Cari genitori, adesso è inutile farsi delle illusioni. Voi sapete quanto me come stanno le cose. Personalmente non me ne importa. Non temo la morte. La mia costante preoccupazione siete voi, miei cari, come saprete accettare e sopportare. È la sola cosa che mi opprime e talvolta mi rende triste. Per il resto non vi è nulla che mi possa distogliere dalla mia calma. La vostra raccomandazione,” alta la testa”, mi è cara, ma superflua. Non dovete temere che io la lasci penzoloni (almeno finché ne sono in possesso) Siate sicuri che Con il sorriso che mi ha accompagnato durante tutto il periodo della mia detenzione, con questo stesso sorriso e con cuore lieto io mi avvierò alle morte. Eppure mi sarebbe piaciuto continuare a vivere. Checché ne sia la vita è pur bella, come dice va Goethe, e io ho sempre pensato che fosse male quando tu, cara mamma, parlavi delle morte come di una cosa desiderabile.

Ma comunque tutto cio è ora piuttosto insignificante. Saluto tutti coloro che mi hanno conosciuto. Di una cosa sono fiero: non ho mai fatto consciamente del male a nessuno e nessuno può dire del male di me. Se ciononostante dovessi aver fatto del male a qualcuno, sento l’impulso vivo di chiedergli perdono e soprattutto a voi, miei cari genitori, chiedo infinite volte perdono, perdonatemi, vi prego, i molti dolori che dovete sopportare per causa mia. Conservate un buon ricordo di me, ma non mi compiangete. Piuttosto siate sereni come lo sarò io fino all’ultimo. Siate forti e non perdete la forza che ho io e che mi permette di non tentennare e di non temere nulla. Fuori c’è la primavera. E in me, anche se sto in carcere, anche in me c’è una serenità come nella primavera che ci annuncia un’estate imminente. E anche se molte gemme cadranno, bruciate dal gelo, distrutte dalla tempesta e dal vento, l’albero continua a fiorire. Sa che è vicina l’estate che lo scalderà, e il sole e la luce diventeranno sempre più forti. E così vi saluto, dovesse anche essere per l’ultima volta, con molti baci e con un sorriso. Alta la testa!”

Queste sono parole belle davvero, che annunciano la primavera, e per capirne la bellezza le si confronti con quelle di un Francesco Guccini, che gettò un’ombra cupa sui giovani negli anni Sessanta dello scorso secolo parlandoci degli uccisi nei campi di sterminio, cenere nel vento, quelli del canto lugubre “Noi non ci saremo” il cui titolo pareva fatto per farci sentire in colpa d’essere nati e ancora vivi. Anche Guccini a fronte dell’ orrore precipitò nella fede, con le sua canzone “Dio è morto” che in realtà ci informa della rinascita di Dio, prontamente trasmessa a Radio Vaticano, e che può essere ci dia traccia per capire come l’ateo Montalbano solo in chiesa riesce a trovare pace.

Ma facciamo un altro passo, poi troveremo la causa prima dell’ orrore che investe l’anima di Montalbano. Sopra si è visto un giovane che lascia un mondo orrido in modo lieto, e con spirito. Però qualcuno che non volesse sentire parlare di primavere potrebbe dire che fece male il figlio a farsi comunista, e che se fosse stato genitore con figli a carico tutta questa libertà di andare a morire sereno non l’avrebbe avuta. Pensieri neri di questo genere possono emergere. Per toglierli facciamo parlare un padre, dallo stesso carcere viennese. È Rudolf Fischer. Lui e la moglie Maria sono membri del Partito Comunista Austriaco, condannati a morte e decapitati dai nazisti uno il 28 gennaio e l’altra il 30 marzo 1943.

Quella che segue è l’ultima lettera di Rudolf alla figlia:

Cara Erika, quando penso a te, ti vedo davanti a me nel chiaro sole estivo, cosí come ti ho visto nelle nostre innumerevoli gite. Cara bambina, fiorirà per te ancora tanta felicità. Non avere nostalgia del passato. Ciò che era non tornerà mai piú. Guardare indietro non ha scopo e non fa che paralizzare le tue forze. “Guardare in alto, spingersi avanti…”. Fa’ sempre ciò che ritieni giusto, non ti lasciar persuadere contro la tua profonda convinzione a compiere degli atti che ritieni sbagliati. Fa’ sempre subito ciò che ritieni necessario, o, senza esitazioni, non rimandare nulla. Ogni esitazione si sconta. Sii sempre con i tuoi pensieri nel presente, non perderti nei sogni. Per quanto utile e preziosa sia la fantasia, l’averne troppa significa essere ostacolati nella realtà dei propri pensieri, essere condotti in un vicolo cieco. Cara, cara gobbetta! Il senso della vita è “vivere”. Vivere il meglio possibile. L’ulteriore significato devi darlo tu stessa alla tua vita. Credimi: chi vive solo per sé, chi solo per sé cerca la felicità, non vive bene e nemmeno felice. L’uomo ha bisogno di qualcosa che sia superiore alla cornice del proprio io, dico di piú, che sia sopra al suo stesso io. Noi è di piú che non io”.

Ecco qua la medicina per la famosa “anima”, che non solo è qualcosa che dura oltre la morte, come ripete Gramsci all’operaio grossetano che lo assiste, ma si estende negli altri: è il collettivo. È nel collettivo che l’individuo, cioè l’uomo o la donna nuovi, non solo si conservano ma si potenziano. Ed è nel partito comunista che questi nuovi individui si formano e operano ieri, come mostrano i tre esempi riportati, di Gramsci e dei due austriaci, e oggi, nel nuovo movimento comunista che si sta già ponendo in grado di fare “come e meglio di come a suo tempo fece l’Unione Sovietica guidata prima da Lenin e poi da Stalin”, come dice il Comunicato del Comitato Centrale del (nuovo)PCI emesso oggi 11 luglio. Nel nuovo movimento comunista si è già definita a grandi linee la scienza che sarà guida per l’azione, e su questa i comunisti praticano la riforma intellettuale e morale che li rinnova, ritrovano la serenità e la lungimiranza degli austriaci Walter, Rudolf e Maria e si rendono capaci di aiutare il commissario Montalbano e chi come lui a fronte dell’orrore crescente si arresta.

Montalbano in realtà non ha trovato la pace in chiesa. Non mi convince. Io penso che dopo ottanta pagine di pensieri sulla cattiveria di ISIS, di Assad, e dell’Unione Europea, cose che possono andare avanti senza fine e senza effetto, serve chiudere, passare alla pratica, alla vita vera, e Montalbano deve tornare sbirro. Montalbano non è per niente malvagio: non è un anticomunista, e anzi al massacro di Genova del 2001 prese posizione, cosa che fece anche per l’immediatamente precedente massacro di Napoli, quando nessuno ne dava notizia. Il suo autore, Camilleri, conserva magari un legame con il primo movimento comunista, come faceva Luigi Comencini. Sono uomini consapevoli del fatto che senza l’Armata Rossa e la Resistenza diretta dal PCI non avremmo ereditato niente di buono. Come mai dalla penna di Camilleri non fluisce nella mente di Montalbano quel movimento quella serenità e quella grandezza da dio dell’Olimpo che manifestano Walter Kämpf e i coniugi Fischer? Il problema sta nella sua “anima”: è priva di forza perché inquinata da due menzogne che il PCI iniziò a diffondere dagli anni Cinquanta in poi, quando la sua direzione fu presa in mano dai revisionisti moderni, Togliatti in primis, cui seguirono Longo, Berlinguer e via degenerando. Una menzogna fu che non ci sarebbero più state guerre: questo impedisce a Montalbano di capire la guerra presente, e il non capire le cose è uno dei motivi per cui uno pensa che non c’è niente da capire e va in chiesa. E’ il buio che fa paura. L’altra menzogna è che non ci sarebbero più state rivoluzioni: questo impedisce a Montalbano di vedere il futuro, e fissa il suo sguardo sull’orrore presente, di cui non vede fine, il che pure è motivo per andare in chiesa.

In realtà la guerra è in atto, e chi si occupa dello studio della società in modo scientifico lo vede bene. Già lo videro Marx ed Engels, quando parlarono di guerra di sterminio riferendosi alle crisi del modo di produzione capitalista. In realtà anche la rivoluzione è in atto. I lavori per la rivoluzione sono in corso. Oggi lavorare per la rivoluzione socialista è creare le condizioni per un governo di emergenza che dia forma di legge alle iniziative che la classe operaia e il resto delle masse popolari adottano organizzandosi per garantire i loro interessi materiali e spirituali delle masse popolari, un Governo di Blocco Popolare, un governo dove Montalbano potrebbe anche dirigere un ministero. Le qualità le ha. Sono quelle di quel sergente che, quando Fidel Castro e i suoi caddero in mano all’esercito di Batista dopo uno sbarco a Cuba, li fotografò e mando le foto ai giornali, così si seppe che li avevano presi vivi, e non poterono ucciderli dicendo che era successo in uno scontro a fuoco, come usa in questi casi. Quel sergente diventò ministro dell’interno nel primo governo rivoluzionario dell’isola. Questa è la via, Montalbano, altro che la chiesa! Non hai visto il film dei fratelli Taviani, “La notte di San Lorenzo”, dove i paesani si rifugiano in chiesa su consiglio dei nazisti, che stanno minando tutte le case del paese, e poi viene fuori che avevano minato pure la chiesa?

P.B.

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