Periodicamente Il Manifesto pubblica articoli di scarso spessore in cui si parla di Gramsci. Il 9 ottobre Leonardo Paggi torna sul tema trattando di un libro di Michele Prospero. I due convergono su alcuni errori normali quando si vede il mondo dalla finestra di una casa da cui non si è mai usciti in vita propria e non si ha alcuna intenzione di uscire, nemmeno se andasse a fuoco, cosa che tra l’altro sta già accadendo, come diceva il Buddha della poesia di Brecht (vedi Allegato 1)

Un errore è dato dallo sguardo corto, cosa che succede a vedere il mondo sempre dalla stessa finestra. Si vede solo quello che si vede, e in questo caso il PCI che quando muore muore, e delle ragioni per cui è morto non si parla, e meno che mai del nuovo partito da ricostruire (“Da questo mi guardo bene!” – diceva Giorgio Gattei in un articolo su Contropiano del settembre 2013, convinto come era che la forma del partito nuovo, posto che ce ne sarà uno, ci verrà consegnata direttamente dalla storia come ci viene consegnata a domicilio la pizza quando la ordiniamo dalla pizzeria) L’intellettuale altro non può fare (altro non è capace di fare) che registrare il processo di putrefazione, e in ciò consiste il libro di cui qui si parla.

Un altro errore specifico in un articolo come questo (che è tutto sbagliato) e pensare che il processo di putrefazione (qui si usa il termine “involuzione”) ha origine in campo politico, e cioè nel partito, con il che si deduce che la crisi del partito inizia con l’inizio della crisi del partito il che, dal punto di vista della logica formale, è esatto ma, dal punto di vista della comprensione scientifica della realtà non aggiunge nulla.

Eppure questi discorsi di Paggi e Prospero non sono inutili: nulla lo è. Alla borghesia servono per intossicare di fumo lettrici e lettori del Manifesto, massima parte dei quali sono elementi che possono dare e daranno un contributo importante al rinnovamento del paese e in primo luogo alla creazione di un governo di emergenza, un Governo di Blocco Popolare. A noi, al movimento comunista nuovo, servono per addestrarci alla lotta ideologica, ad affinare la riforma intellettuale e morale che ci riguarda, a svolgere con senso di responsabilità il ruolo di apripista per le colonne che premono alle nostre spalle, e che da colonne che sono si spanderanno come quando si arriva in pianura scendendo dal monte.

L’epicentro dell’involuzione di sistema è oggettivo, non soggettivo, non ha, cioè, origine nel partito, in campo politico, ma in campo economico. La classe dominante non riesce più a governare con i metodi usati fino a un certo punto perché siamo in una situazione rivoluzionaria in sviluppo, e la situazione rivoluzionaria in sviluppo è determinata da cause oggettive, e precisamente dalla crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale.

Gli intellettuali della sinistra borghese quali Prospero e Paggi non vedono le contraddizioni in campo oggettivo, nella realtà che hanno davanti. Per loro l’unica contraddizione è tra la realtà e loro stessi, dove loro sono “quelli che sanno” e la realtà è un insieme compatto e intelligente quanto può esserlo una pietra, e altrettanto impenetrabile. Quindi pure lo Stato è oggetto di una “teoria unica” perchè differenza tra quello dei paesi imperialisti e quello dei paesi socialisti non ce n’è, dal che non si capisce alcuna delle ragioni della Seconda Guerra Mondiale. Se gli Stati sono tutti uguali non si vede perche debbano combattersi. Farebbero meglio a mettersi d’accordo tra di loro su come sfruttare meglio le masse popolari che si presumono stupide e tenere a bada le persone dotate di intelligenza, tra le quali Paggi pone, oltre a se stesso, anche Prospero e Gramsci. Forse si scannano perché ciascuno vuole di più, come vicini di casa litigano tra di loro sul fatto che i rami del ciliegio debordano dall’orto o, peggio, uno gratta terra all’altro piantando basilico o carote dove non deve? Può essere che questo pensino Paggi e compagnia, visto che hanno lo sguardo che si può avere guardando il mondo da una finestra.

Gramsci però non era dei loro, e non è vero, come loro dicono, che iniziò a prendere le distanze dal PCI e dall’URSS appena lo arrestarono, perché lo stato sovietico divenne quasi immediatamente uguale allo stato borghese. Il distacco tra Gramsci e il gruppo dirigente che ha preso in mano il PCI dopo il suo arresto (Togliatti & C), consiste in questo:

  1. Gramsci nel 1923 inizia la ricerca che ogni sezione della Internazionale Comunista (IC) deve fare e continua fino alla morte, senza che il carcere lo fermi. È una ricerca für ewig, cioè “per sempre”, fino alla vittoria, e studia questioni valide “per sempre”, cioè non legate unilateralmente all’immediato ma mirate a cogliere la vittoria consistente nel fare dell’Italia un paese socialista. È Lenin a lanciare questa ricerca in cui ciascuno deve scoprire la via di avvicinamento all’instaurazione del socialismo adatta al proprio paese (vedi la Lettera ai comunisti tedeschi de14.08.1921, le Note di un pubblicista del febbraio 1922, la relazione al IV congresso dell’Internazionale Comunista del 13 novembre 1922 sui Cinque anni della rivoluzione russa e le prospettive della rivoluzione mondiale
    e altri scritti) e questa ricerca viene continuamente sollecitata da Stalin;

  2. il gruppo dirigente che prende il suo posto dal 1926 si trincera sempre più nella lotta (spesso eroicamente condotta) per la sopravvivenza del partito nelle condizioni create dal fascismo e finirà col divenire effettivamente quello che non voleva divenire: ala sinistra del movimento antifascista della borghesia e del clero quando la crisi interna del fascismo (per niente pilotata dal PCI) porterà al crollo del regime e borghesia, clero e monarchia concluderanno che per non scomparire col fascismo devono farsi antifascisti, con l’approdo che diverrà palese nel 1947 quando il PCI senza colpo ferire viene estromesso dal governo e infine (1949) il paese cade sotto il protettorato della NATO (USA).

Non esiste il contrasto su cui Paggi insiste ancora il 9 luglio, tra elaborazione teorica fine (Gramsci) e comunismo rozzo (Stalin). In tutti i Quaderni Gramsci dà sempre ragione a Stalin negli scontri tra le due linee avvenuti nel PC(b)URSS e nella IC. La questione è che Gramsci era materialista dialettico nel metodo di analisi, il resto del gruppo dirigente no. Il nuovo gruppo dirigente era nel metodo più vicino a Bordiga che a Stalin o a Gramsci.

Il materialismo dialettico anche oggi non è molto diffuso: o è cambiato tutto (come dice ad esempio la Rete dei Comunisti) o niente è cambiato (come dice il PC diretto da Rizzo). In realtà vi è continuità e innovazione. Nel movimento qualcosa persiste, vi è continuità, e qualcosa di nuovo subentra, vi è rottura. Il materialismo dialettico è scienza nuova, la scienza delle attività con cui gli uomini fanno la loro storia. La stiamo studiando e sperimentando da decenni, riprendendo il lavoro iniziato da Gramsci nel 1923 e sollecitato da Lenin e Stalin, e riprendiamo la costruzione di quella scuola di partito che Gramsci avviò. È la via giusta, e il futuro è luminoso, come risulta anche dalle frasi che dedicò alla figlia Li Na, in occasione della sua licenza scolastica, di cui ne riportiamo due:

Un materialista rigoroso non ha nulla da temere. La strada è tortuosa, il futuro è brillante.”

Alla ricerca di un Politico nell’era dei piccoli Napoleone

Saggi. «La scienza politica di Gramsci» di Michele Prospero per Bordeaux edizioni. Da Grillo a Renzi, la nuova onda populista esprime la crisi della democrazia rappresentativa

Leonardo Paggi

09.07.2016

Da tempo ormai immemorabile la bibliografia italiana su Gramsci è dominata dal tema dei suoi rapporti con il partito negli anni del carcere. L’esistenza di una difformità, peraltro da sempre largamente nota, tra i Quaderni e i coevi indirizzi culturali e politici del partito ha generato una ricerca sempre più ossessiva sul «tradimento» che sarebbe stato giocato ai danni del prigioniero. Sull’onda di una filologia avventurosa e spericolata si è persino ipotizzato un quaderno «mancante», fatto sparire dalla censura preventiva del Pci. Si accoglie pertanto quasi con sollievo un libro come quello di Michele Prospero (La scienza politica di Gramsci, Bordeaux) che torna a cimentarsi con una lettura diretta dei testi.

La tesi del libro è che la richiesta di un politico forte e auto centrato fa da contrappunto in Gramsci ad una analisi che indugia a lungo sui modi in cui un sistema liberale di tipo parlamentare può subire un processo di progressivo corrompimento e degrado fino alla negazione di fatto del principio della rappresentanza democratica. La crisi del partito, in quanto essenziale tratto di unione tra società civile e stato, è sempre il vero epicentro di una involuzione di sistema, destinata a sfociare, prima o poi, in un mutamento della stessa forma di governo.

Prospero ripercorre e commenta tutti i fondamentali passaggi dell’analisi gramsciana: la degenerazione burocratica, la disgregazione trasformistica, la fascinazione carismatica, la regressione nell’apoliticismo, l’involuzione cesarea, che può avanzare anche attraverso la formazione di grandi coalizioni di governo che tolgono al parlamento la sua precipua funzione di rappresentazione politica del conflitto sociale.

Una teoria dello Stato

Comprensiva di questa complessa fenomenologia è la più generale contrapposizione tra lo stato inteso come costituzione e il governo, tra la politica come forma in cui una società si organizza e si esprime in ottemperanza ai conflitti sociali da cui è percorsa, e la politica come macchina o tecnica (come governance nel linguaggio di oggi), ossia come potere esecutivo che ricerca nella sua separazione e nella sua razionalità esclusiva ed escludente il principio del proprio sviluppo. O ancora: tra lo stato che si allarga alla società civile e lo stato che si contrae nell’apparato burocratico. Questa linea di conflitto attraverso cui matura sempre lo svuotamento di ogni forma di sovranità popolare, ha investito, per Gramsci, anche il nuovo potere nato dalla rivoluzione d’ottobre. In questo senso si può dire che nei Quaderni ci sono i fondamenti di una teoria unica dello stato. In qualsiasi contesto sociale la democrazia avanza solo con la diffusione e l’arricchimento del politico.

Gramsci non ha letto gli ultimi corsi di Foucault al Collége de France sulla contrapposizione tra stato e governamentalità. I suoi punti di riferimento sono da un lato La filosofia del diritto di Hegel, che, nelle sue parole, interpreta la società civile come «trama privata dello stato», dall’altro Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte di Marx, che vede nel potere dell’esecutivo, sempre più dilagante con lo sviluppo di rapporti capitalistici, la causa immanente di ogni involuzione autoritaria. Il passaggio da Napoleone il grande a Napoleone il piccolo sta a testimoniare l’esistenza di un potere separato che sovrasta e condiziona la politica. Per questo l’involuzione cesarea può avanzare senza il concorso di grandi personalità.

Dinanzi all’incapacità del pensiero liberaldemocratico classico di dire una parola sulla crisi della democrazia che stiamo vivendo, i Quaderni di Gramsci, che Norberto Bobbio volle tanto tenacemente mandare in soffitta, continuano ad avere un singolare potere di illuminazione sul presente. Oggi valutiamo meglio l’effetto disarmante di una visione della democrazia che si costruiva nella più completa ignoranza del legame di ferro tra potere economico e potere burocratico che la mondializzazione e lo stesso sviluppo del processo di integrazione europeo stava già allora saldando.

La lettura dei testi gramsciani che Prospero ci propone è legittimamente, ossia senza alcuna sollecitazione dei testi, orientata all’esperienza dell’oggi. Si può dire che in essa si definisce la prospettiva critica con cui egli guarda alla crisi italiana nel suo volume immediatamente precedente Il nuovismo realizzato. L’antipolitica dalla Bolognina alla Leopolda, Bordeaux. Con particolare efficacia il capitolo intitolato «La rivoluzione passiva» suggerisce come nello smantellamento progressivo del partito politico, sempre incoraggiato e promosso dai poteri costituiti, si debba cogliere il tratto distintivo di una «crisi organica» che dall’inizio degli anni Novanta arriva, con le elezioni del febbraio 2013, al crollo del bipartitismo, assunto come principio fondante della seconda repubblica, per approdare (provvisoriamente!) all’Opa (offerta pubblica di acquisto) di Renzi sul Partito democratico.

Il ciclo populista genera un politico sempre più fragile e aleatorio, in cui il carisma di carta pesta inventato dai media si mescola con la degenerazione trasformista e con un discorso pubblico sempre più svuotato di ogni contenuto reale. Le affinità tra questi diversi episodi sono indubbiamente impressionanti. E tuttavia la fedeltà allo spirito della analisi gramsciana impone la ricerca di differenze che indiscutibilmente permangono. Con i leaderismo di Berlusconi si cementa una nuova destra di governo estranea e aggressivamente contrapposta a tutta la precedente storia repubblicana. Con il leaderismo di Grillo si esprime la protesta di vasti ceti popolari nei confronti di un sistema politico che ha abbassato drammaticamente il livello delle proprie prestazioni, disattendendo sistematicamente le aspettative della società civile. Con i leaderismo di Renzi giunge a conclusione la involuzione programmatica e politica del Partito democratico (a sua volta ultima metamorfosi del vecchio Pci) che è definitivamente precipitata nell’autunno del 2011 con il consenso dato alla formazione del governo Monti.

Stress da austerità

Nell’ondata populista che oggi investe tutti i sistemi politici europei sottoposti allo stress della politica di austerità si esprimono contenuti sociali spesso tra loro opposti. La protesta antipolitica di chi ha perso il lavoro rimane profondamente diversa da quella di chi non vuole pagare le tasse. Riuscire a mantenere il senso delle distinzioni è la vera posta in gioco sia dell’analisi che dell’iniziativa. La perenne saldatura tra contenuto e forma è in effetti il lascito più importante della metodologia gramsciana che questi due libri di Prospero ripropongono con grande forza all’attenzione della nostra cultura politica.

Allegato 1: La parabola di Buddha sulla casa in fiamme

Gotama, il Buddha, insegnava

la dottrina della Ruota dei Desideri, cui siamo legati, e ammoniva

di spogliarsi d’ogni passione e così

senza brame entrare nel nulla, che chiamava Nirvana.

Un giorno allora i suoi discepoli gli chiesero:

“Com’è questo Nulla, Maestro? Noi tutti vorremmo

liberarci da ogni passione, come ammonisci; ma spiegaci

se questo Nulla in cui noi entreremo

è qualcosa di simile a quella unità col creato

di quando si è immersi nell’acqua, al meriggio, col corpo leggero

quasi senza pensiero, pigri nell’acqua; o quando nel sonno si cade

sapendo appena di avvolgersi nella coperta

e subito affondando; se questo Nulla dunque

è così, lieto, un buon Nulla, o se invece quel tuo

Nulla è soltanto un nulla, vuoto, freddo, senza significato”.

A lungo tacque il Buddha, poi disse con indifferenza:

“Non c’è, alla vostra domanda, nessuna risposta”.

Ma a sera, quando furono partiti,

sedette ancora sotto l’albero del pane il Buddha e disse agli altri,

a coloro che nulla avevano chiesto, questa parabola:

“Non molto tempo fa vidi una casa. Bruciava. Il tetto

era lambito dalle fiamme. Mi avvicinai e m’avvidi

che c’era ancora gente, là dentro. Dalla soglia

li chiamai, ché ardeva il tetto, incitandoli

a uscire, e presto. Ma quelli

parevano non aver fretta. Uno mi chiese,

mentre la vampa già gli strinava le sopracciglia,

che tempo facesse, se non piovesse per caso,

se non tirasse vento, se un’altra casa ci fosse,

e così via. Senza dare risposta

uscii di là. Quella gente, pensai,

deve bruciare prima di smettere con le domande. Amici, davvero,

a chi sotto i piedi la terra non gli brucia al punto che paia

meglio qualunque cosa piuttosto che rimanere, a colui

io non ho nulla da dire”. Così Gotama, il Buddha.

Ma anche noi, che non più ci occupiamo dell’arte della pazienza

ma piuttosto dell’arte dell’impazienza, noi che tante proposte

di natura terrena formuliamo, gli uomini scongiurando

a scuoter da sé i propri carnefici dal viso d’uomo, pensiamo che a quanti,

di fronte ai bombardieri del capitale, già in volo, domandano

e troppo a lungo, che ne pensiamo, come immaginiamo il futuro,

e che ne sarà dei loro salvadanai e calzoni della domenica, dopo tanto

sconvolgimento,

noi non molto abbiamo da dire.

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