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La fabbrica della guerra. Riconversione bellica in Europa

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 3, 2026
in Resistenza n. 7-8/2026
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I governi dei principali paesi europei stanno promuovendo un rapido processo di riconversione industriale verso il settore bellico. Al di là delle motivazioni ufficiali – la “minaccia” russa, cinese, iraniana e la necessità di rendersi più indipendenti dagli Usa – la realtà è che, per i gruppi imperialisti, il riarmo e la Terza guerra mondiale sono la sola “cura” alla crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale. Infatti i settori dell’industria civile che più si stanno muovendo per convertirsi alla filiera bellica sono proprio quelli più in crisi, in particolare il settore automobilistico.

Dal 2025, l’Unione Europea ha messo in campo misure senza precedenti.

Il piano Rearm Europe prevede investimenti per 800 miliardi di euro entro il 2030 e permette agli Stati di superare i limiti del Patto di stabilità per finanziare la difesa, sbloccando fino a 650 miliardi di euro in quattro anni, mentre il programma di prestiti “Safe” mette a disposizione 150 miliardi di euro per appalti congiunti.

Il programma Readiness 2030 articola poi il piano di riarmo su alcune direttrici chiave: aumento delle capacità produttive, riduzione dei tempi di consegna tramite standardizzazione tecnica e creazione di un mercato unico della difesa per ridurre i costi.

Su questa base il processo di riconversione industriale si sviluppa in tutti i principali paesi europei.

La Francia, già seconda esportatrice di armi al mondo, ha portato la spesa per la difesa a 67,5 miliardi di euro mentre sta procedendo a rapidi passi nella riconversione industriale, ad esempio con le Fonderie de Bretagne che da ricambi per la Renault sono passate a produrre proiettili.

La Polonia, che è arrivata a investire il 4,7% del Pil in difesa (la percentuale più alta della Nato), sta costruendo un’industria bellica ex-novo tramite joint venture con aziende straniere.

La Spagna sta invece diventando un polo per veicoli militari con, ad esempio, il gruppo Indra che ha acquisito lo stabilimento Duro Felguera a Gijón per farne uno degli impianti più avanzati d’Europa.

Vedi “Future of European Defence” e “White Paper for European Defence – Readiness 2030”, sul sito della Commissione Europea, aggiornati a novembre 2025; “European Defence Readiness”, sul sito del Consiglio Ue, aggiornato a giugno 2026; “L’industria automobilistica francese si converte in chiave bellica”, Kmetro0, 20/3/2025; “Poland’s Defense Industrial Revolution Takes Center Stage at Mspo”, Defense Uptade, 1/9/2025; “Indra Group Closes Purchase”, Market Forecast, 30/7/2025.

È però la Germania il paese dove la riconversione è più avanzata.

Dopo il piano di riarmo da 100 miliardi di euro proposto dall’ex cancelliere Scholz nel 2022, nel marzo 2025 il nuovo cancelliere Merz ha annunciato un ulteriore piano di investimenti, questa volta addirittura da 900 miliardi di euro.

Il fulcro del processo è nel settore più in crisi, quello automobilistico: nel 2025 i profitti di Mercedes e Volkswagen sono crollati rispettivamente del 49% e 44%, mentre Porsche ha segnato un tracollo del 98%. Tutte e tre puntano ora sul settore bellico.

Porsche sta investendo in droni per l’Ucraina. Volkswagen sta trattando con l’israeliana Rafael per riconvertire la fabbrica di Osnabrück alla produzione di componenti per l’Iron Dome. Mercedes sta espandendo la produzione del ramo Mercedes-Benz Defence Trucks mentre tratta con Knds, gruppo franco-tedesco attivo nei mezzi corazzati, per la riconversione di stabilimenti finora a uso civile.

Anche l’indotto si muove: Jopp Group, fornitore di Ford e Mercedes, ha riconvertito parte della sua produzione per costruire droni e veicoli militari senza pilota, dopo aver licenziato 500 dei suoi 2.000 dipendenti; Deutz, storica azienda di motori, ha avviato la produzione di propulsori per carri armati e obici; Schaeffler, altro grande fornitore per il settore automobilistico, aerospaziale e industriale, ha iniziato a produrre motori per droni e componenti per veicoli militari.

Ma non è solo il settore automobilistico a muoversi in questa direzione.

Lo storico stabilimento Alstom di Görlitz (che produce treni da 175 anni) è stato rilevato da Knds per produrre carri armati: dei 700 addetti, solo 400 sono stati riassorbiti.

Rheinmetall ha riconvertito due stabilimenti a Berlino e Neuss dalla produzione di componenti auto a quella di munizioni e parti per veicoli corazzati e per droni. Ha inoltre inaugurato a Unterlüß la più grande fabbrica di munizioni d’Europa.

Diehl Defence ha investito un miliardo di euro per espandere la produzione di sistemi di difesa aerea e missili, impiegando oltre 5.000 operai.

L’azienda tedesca Quantum Systems e l’ucraina Frontline Robotics hanno poi inaugurato un nuovo stabilimento per produrre su licenza i droni “Linza”. Un’altra azienda tedesca, la Helsing, specializzata in droni basati sull’Intelligenza Artificiale, ha invece costruito ben due nuove fabbriche tra il dicembre 2024 e il 2026 (una in Germania e una nel Regno Unito) e prevede ora di costruirne una terza vicino a Monaco, per raggiungere una capacità di produzione fino a 100 mila droni l’anno .

Vedi “Germany’s Auto Industry Turns to Weapons”, New York Times, 9/10/2025; “In Germany, Everyone Is a Defense Manufacturer Now”, The Wall Street Journal, 19/12/2025; “Mercedes potrebbe aprire alla difesa”, Affari Italiani, 17/5/2025; “Anche Porsche punta sull’industria degli armamenti”, Vaielettrico, 16/3/2026; “German automakers shifting to weapons production”, Tass, 20/4/2026; “Diehl Defence Invests €1 Billion to expand air defence, missile and ammunition production”, Defence Industry Europe, 18/9/2025; “Resilience Factories”, sul sito di Helsing.ai; “Helsing Plant”, Aerospace & Defence, 28/3/2026.

In Italia il processo è meno avanzato che in Germania, ma si moltiplicano iniziative che vanno in questa direzione, spinte dalla crisi industriale e dal processo di smantellamento e delocalizzazione dell’apparato produttivo per la produzione civile.

Il governo Meloni ha creato una base normativa inserendo nel maxi-emendamento alla Finanziaria 2026 un comma dedicato alla riconversione industriale, dove si parla di “progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa”.

Il tentativo è quello di creare una base industriale dual-use, in cui “non è il prodotto a essere ‘a duplice uso’ ma lo stesso sito produttivo, che quindi sarebbe in grado di produrre beni diversi sia per uso civile che militare, sia contemporaneamente che in alternanza, attraverso una rapida transizione da una funzione di produzione di beni commerciali a beni militari senza necessità di continui investimenti”.

Soprattutto, l’Italia si sta configurando come hub per la produzione di droni, con investimenti significativi da parte di grandi gruppi internazionali e nuove joint venture.

In Sardegna, la controllata di Rheinmetall, Rmw Italia, a partire da ottobre 2025 ha avviato la produzione in serie di droni kamikaze della serie Hero nei suoi stabilimenti di Musei e Domusnovas, con un portafoglio ordini di 200 milioni di euro da otto paesi Nato e oltre 600 operai.

Nel giugno 2025 il governo ha dato poi il via libera alla joint venture “Lba Systems” tra Leonardo e il produttore turco Baykar per produrre aerei senza pilota (Uav) nei siti di Piaggio Aerospace (acquisita da Baykar).

A giugno 2026 nasce infine la joint venture Mgi Italia tra il gruppo italiano Vigilar e l’inglese Mgi, con sede a Modena, con l’obiettivo di produrre 200 Uav al mese da 500 mila euro ciascuno.

Vedi “Riconversione industriale a fini militari”, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, 11/5/2026; “Rwm Begins Production of Combat Drones”, L’Unione Sarda, 10/10/2025; “Italy Approves Drone Production Partnership”, Anadolu Ajansı, 17/6/2026; “Leonardo, rumors: via libera condizionato del governo a JV con Baykar su droni”, Borsa Italiana, 17/06/2026; “Italia e Gran Bretagna insieme per produrre droni: nasce Mgi Italia e avrà la sede a Modena”, Milano Finanza, 5/06/2026.

La riconversione bellica non è una risposta a minacce esterne: è la via con cui la borghesia imperialista cerca di fare fronte alla crisi del capitalismo attraverso la guerra, sulla pelle dei lavoratori e di tutte le masse popolari.

L’enorme flusso di denaro pubblico messo sul tavolo non si traduce in benessere e servizi per le masse popolari, ma in armi, profitti per la finanza, promozione della Terza guerra mondiale. Centinaia di migliaia di lavoratori vengono così intruppati nella produzione di armi e indirettamente nella nuova guerra mondiale che la borghesia imperialista alimenta con ogni mezzo.

Come comunisti, è nostra responsabilità non lasciare la classe lavoratrice in balia di questo processo, ma contrapporvi la mobilitazione dei lavoratori per sabotare la guerra e imporre dal basso la politica industriale che serve. Un esempio è quello del dossier “Aviazione civile vs comparto militare” dei lavoratori di Leonardo S.p.A: dimostra che gli operai hanno le competenze per costruire l’alternativa all’economia di guerra.

Vedi l’articolo “Dossier e inchieste – strumenti per la mobilitazione contro la Terza guerra mondiale” n. 6/2026 di Resistenza.

Chi trae profitto dal riarmo?

Come documentato da un’inchiesta del 2022, i principali fondi statunitensi – BlackRock, Vanguard e State Street – detengono partecipazioni di rilievo nei colossi bellici europei. Secondo i dati disponibili, BlackRock possiede circa il 7,17% di Rheinmetall, il 5% di Airbus, il 3% di Leonardo; Vanguard possiede tra il 2,9% e il 4,29% di Rheinmetall e oltre il 5% di Bae Systems. Partecipazioni significative hanno anche in Thales, Dassault, Safran e Indra Sistemas. Lo stesso cancelliere tedesco Merz, avanguardia del riarmo europeo, ha lavorato a lungo per BlackRock.

In pratica, i fondi Usa si sono infiltrati nel nucleo del settore militare europeo e rastrelleranno la parte sostanziale delle centinaia di miliardi di euro che l’Ue e i governi del vecchio continente stanno investendo nel riarmo.

La conversione bellica non rafforza l’economia reale (anzi si accompagna spesso a licenziamenti), non sviluppa la sovranità dei paesi europei, non avvantaggia in nessun modo le masse popolari. Al contrario, arricchisce gli speculatori, alimenta l’asservimento dei paesi europei ai grandi gruppi finanziari a stelle e strisce, dà il colpo di grazia allo smantellamento del tessuto industriale eliminando produzioni civili che non sarà semplice rimettere in piedi.

Vedi “German Chancellor Merz’s US ex-employer, BlackRock, will benefit most from ReArm Europe”, Cadtm, 19/12/2025.

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Tags: Politica
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