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Si approfondisce la crisi, cresce la mobilitazione, si allarga la repressione. Siamo nel moderno fascismo?

Agenzia Stampa Staffetta Rossa by Agenzia Stampa Staffetta Rossa
Giugno 20, 2026
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Nuove perquisizioni a Firenze; denunce per multe fino a 10.000 e 20.000 euro ad Antonella Bundu e ai sindacalisti del Sudd Cobas per una manifestazione che ha impedito ai fascisti di sfilare a Prato; rappresaglie con licenziamenti di lavoratori che sono stati alla testa di mobilitazioni.

La repressione si sta allargando. Essa è una risposta della classe dominante alla sua crisi politica, all’incapacità che ha di dare un indirizzo unitario al paese e far fronte allo sviluppo della mobilitazione delle masse popolari. Da sempre gli obiettivi della repressione politica sono selezionati, mirati. Sono i comunisti, le avanguardie rivoluzionarie e i capi del movimento popolare. Ma tanto più il movimento popolare si allarga, prende forza e vigore, tanto più la borghesia è costretta ad allargare la repressione e la sua finta propaganda di assicurare un “sistema democratico” crolla.

La spinta repressiva in corso è una rappresaglia contro la forza che il movimento popolare del nostro paese, in particolare con la svolta delle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese, è arrivato a esprimere con le mobilitazioni dello scorso autunno. Momento in cui la parte organizzata delle masse popolari ha dimostrato nella pratica che può mettere in crisi il sistema di potere della borghesia e del governo Meloni. Che può farlo con la forza della mobilitazione popolare, rendendo di fatto impossibile gestire il paese ai governi delle Larghe intese e alle loro autorità.

Leggi anche Moderno fascismo o regime di controrivoluzione preventiva?

Nel movimento comunista questa spinta repressiva va letta alla luce di una corretta analisi delle forme, delle condizioni e dei risultati della lotta di classe. Sono diverse, infatti, le analisi e le denunce che parlano di “moderno fascismo”, di “fascistizzazione delle istituzioni” o anche in maniera più ambigua di “torsione autoritaria dello Stato”.

In definitiva queste tesi affermano un salto di qualità e una trasformazione strutturale dello Stato e del regime politico del nostro paese, di un nuovo fascismo. E che la soluzione è difendere “la democrazia”, ripristinare lo stato di diritto, tornare ad avere uno Stato e un regime politico precedente. Ma il discorso non regge perché se fossimo nel fascismo non avremmo alcuna “democrazia da difendere” (questo presupponendo che quella vigente da decenni nel nostro paese possa essere definita tale).

Questa lettura, infatti, finisce per mischiare l’allargamento della repressione con la propaganda da nostalgici e scimmiottatori del fascismo del XX secolo che il governo Meloni fa di sé stesso.

Innanzitutto, perché i partiti comunisti, i sindacati e le organizzazioni di massa non sono (ancora) stati messe fuori legge. Poi perché per instaurare un regime fascista la borghesia imperialista non può governare solo con un regime autoritario. Ha bisogno di sbarrare il passo alla mobilitazione rivoluzionaria e rendere prevalente la mobilitazione delle masse contro altre masse o contro quelle di altri paesi (mobilitazione reazionaria) per irregimentarle nella terza guerra mondiale in corso. E per fare tutto questo ha bisogno di dare risposte ai bisogni materiali e adottare le misure necessarie per fare fronte agli effetti più gravi della crisi generale del capitalismo (come fece il fascismo con le grandi opere, lavori pubblici, bonifiche, ecc.). Cosa che oggi non solo il governo Meloni non può fare, ma che smantella attivamente quotidianamente.

Chi propugna questa tesi, quindi, per denunciare “più forte” che la classe dominante fa ricorso crescente alla repressione, al controllo, all’eliminazione di quanto resta delle libertà democratiche, alla propaganda di regime e alla censura e criminalizzazione di chi si sottrae al coro della “narrazione dominante”, ecc., finisce con il confondere le idee alle masse popolari, perché non adotta né indica linee d’azione coerenti (organizzarsi clandestinamente) con il “moderno fascismo” e anzi spesso continua a operare come se addirittura fossimo, anche se con alcune storture, in un paese democratico.

La verità è che la lotta per impedire che il fascismo e la mobilitazione reazionaria prevalgano è tutta in corso e i suoi esiti dipendo da quanto i comunisti e la parte organizzata delle masse popolari saranno capaciti di sbarrargli la strada, di darsi un obiettivo comune, di imporre un governo di emergenza popolare, di salvezza nazionale.

@partitodeicarc

Qual è il regime politico in Italia e in tutti i paesi imperialisti? Il regime di controrivoluzione preventiva #italia #regime #politica #repubblicaitaliana #usa #nato #dittatura #democrazia

♬ suono originale – Partito dei Carc

Per questo, anche, chi nel movimento comunista oggi guarda con preoccupazione alla svolta autoritaria dandosi l’obiettivo di difendere la democrazia borghese è fuori strada. Perché la democrazia borghese è morta e sepolta da oltre un secolo, dalla fine del diciannovesimo secolo, quando ha preso avvio l’epoca dell’imperialismo. Al suo posto è subentrato un regime politico che mira a ostacolare la crescita della coscienza e dell’organizzazione delle masse popolari, distoglierle dalla lotta di classe per evitare il più possibile uno scontro aperto e rallentare lo sviluppo della rivoluzione socialista.

L’epoca imperialista – in cui oggi siamo immersi – ha sancito infatti la crisi della società borghese, la sua decadenza e il suo necessario superamento. Ha dato avvio all’epoca delle rivoluzioni socialiste, unica via di uscita dalla crisi per sovrapproduzione di capitale in corso. Il vecchio mondo sta morendo e il nuovo deve nascere.

Da un lato ci sono i comunisti e le masse popolari che lottano per un diverso ordinamento sociale, dall’altro la borghesia imperialista, i suoi sgherri e i suoi apparati che fanno di tutto perché ciò non avvenga.

Basta dare uno sguardo veloce alla storia del nostro paese per rendersi conto che parlare di democrazia borghese da difendere o da “ripristinare” è fuori dalla realtà. Quale sarebbe la democrazia da difendere? Quella della strage operaia e comunista di Portella della Ginestra del 1947? Quella del governo Tambroni che nel 1960 ammazzò a fucilate decine di operai e comunisti nelle piazze?

O è quella della strategia della tensione dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli anni Ottanta? In quegli anni i “governi democratici” davano indicazione di sparare ai manifestanti nelle piazze, le Questure facevano volare giù dalle finestre i militanti politici come Pino Pinelli a Milano ed era sistematico l’uso della tortura coperta da leggi speciali (vedi la legge reale del 1975 o il pacchetto Cossiga del 1980) e l’uso di attentati, bombe e stragi organizzate dai servizi segreti e dalla manovalanza fascista.

La democrazia da difendere è forse quella della mattanza e della tortura, con tanto di assassinio di Carlo Giuliani, messo in campo a Genova nel 2001 contro il movimento No Global? O è quella dei continui pacchetti sicurezza, delle zone rosse, della militarizzazione del territorio, dei fogli di via e dell’uso politico delle misure cautelari e preventive che vediamo negli ultimi decenni? Questa è la “democrazia borghese” da difendere? Questo è lo Stato che dobbiamo tutelare o “ripristinare”?

Leggi anche Imparare a pensare come chi si vuole liberare (prima di tutto dal governo Meloni)

La democrazia borghese non esiste più, non siamo ancora in un regime terroristico della borghesia (il fascismo) ma viviamo in un regime di controrivoluzione preventiva che scricchiola sempre di più perchè è travolto dalla crisi generale del sistema capitalista e dalla sfiducia crescente delle masse popolari verso questo regime. Tutto crolla e alla borghesia imperialista non resta altro che soffiare sull’intossicazione delle mente e dei cuori, fomentare la guerra tra poveri, allargare al terza guerra mondiale e reprimere il dissenso interno.

Una crisi di cui i comunisti devono approfittare per alimentare la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari. Questo vuol dire da un lato ribaltare gli attacchi repressivi, passare dalla difesa all’attacco, accusare chi ci accusa e smascherare la balla della finta democrazia in cui viviamo; dall’altro vuol dire usare ogni diritto, conquista e residuo di libertà democratiche, pretenderne l’attuazione, praticarli anche se ritenuti illegali da governi, questori e magistrati, tirare la corda fino a spezzare la propaganda della borghesia secondo cui in una società divisa in classi la “legge è uguale per tutti”.

A fronte della situazione politica e degli attacchi repressivi, sviluppare la resistenza, la lotta e la solidarietà contro la repressione è un aspetto della lotta politica in corso. Non farsi fermare ma portare avanti con più decisione le lotte che si conducono. Sviluppare la denuncia degli attacchi repressivi e dei suoi promotori, estendere la solidarietà e il lavoro comune di tutte le forze esistenti. Questo è quello che permette ai comunisti di affrontare la repressione nella maniera più efficace.

Ma la soluzione alla crisi politica della classe dominante in corso – quella che produce la Terza guerra mondiale e la guerra interna contro le masse popolari nel paese – è politica. E non è cercare in un qualche loro regime una soluzione, ma cambiare definitivamente il regime politico nel paese e instaurare il socialismo.

Oggi, proprio per il carattere eversivo che lo stesso Stato della borghesia rappresenta, che la loro democrazia rappresenta, lottare per applicare le parti più progressiste della Costituzione è un pezzo di costruzione di un nuovo ordinamento. É una lotta rivoluzionaria.

Lottare per costituire e imporre un governo di rottura con la classe dominante, che sia espressione di tutto il crescente movimento delle masse popolari nel paese per applicare la Costituzione del 1948 è lo sbocco immediato, unitario e possibile. Su cui tutti quelli che oggi sono colpiti da repressione devono instradarsi e farlo in maniera collettiva.

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