L’esito del voto del 22 e 23 marzo è stata la cartina tornasole del crescente distacco degli interessi della maggior parte della popolazione da quelli portati avanti dalla classe dominante del nostro paese.
Innanzitutto al referendum ha votato il 59% degli aventi diritto. Un record in termini di referendum e un’inversione di tendenza rispetto al dilagante astensionismo. Ciò dimostra che quando le masse popolari non sono costrette a scegliere fra il peggio e il meno peggio, tra i due poli delle Larghe Intese che attuano lo stesso programma, a votare ci vanno. Quando vedono la prospettiva di contare nella scena politica, partecipano. Quando la repulsione per il teatrino della politica borghese non è asfissiante, non sono affatto passive o “passivizzate”.
I risultati del referendum, inoltre, dimostrano che i tre partiti di maggioranza governano pur avendo raccolto nel 2022 meno voti di chi ha votato NO e persino meno voti di chi ha votato sì (giusto per capire di quale consenso godano). Cioè, governano nascondendosi dietro le “regole della democrazia” pur rappresentando meno del 26% di coloro che nel 2022 avevano diritto al voto.
Ma non è tutto perché l’analisi del voto non può fermarsi alla somma dei voti. Quello a favore del NO non è stato un voto omogeneo né riconducibile a uno schieramento particolare. Ha piuttosto attraversato diversi settori sociali e politici. L’indignazione e la ribellione contro il governo Meloni infatti hanno portato al voto anche tanti giovani elettori e riportato alle urne una parte di quelli che non votava più, fino a coinvolgere una parte dell’elettorato di centro destra, i cui partiti si erano schierati in maniera compatta per il SI.
Nel blocco di governo il 22% degli elettori non ha rispettato l’indicazione di voto. Forza Italia è il caso più eclatante perchè il 16% dei suoi elettori ha votato NO seguito dalla Lega col 14%, mentre tra gli elettori di Fratelli d’Italia il NO è arrivato al 5%.
Nonostante la netta indicazione di Calenda a favore del SI inoltre, il 32% degli elettori di Azione ha votato NO, mentre per Italia Viva, che non aveva dato indicazioni, il NO ha raccolto il 22% dei consensi. Nel “Campo largo” l’85% degli elettori ha votato per il NO nonostante interi settori del polo PD delle Larghe Intese fossero schierati sulle posizioni del governo Meloni.
La vittoria del NO dunque è stata la manifestazione di un voto di classe. Del fatto che la maggioranza dei lavoratori, dei giovani e delle masse popolari, respingendo la riforma della magistratura, hanno di fatto detto NO al governo Meloni e alle sue politiche guerrafondaie. Al suo maggiore asservimento agli imperialisti USA e ai sionisti e al coinvolgimento dell’Italia nelle loro scorribande. La maggioranza della popolazione ha usato il referendum per rispedire al mittente il tentativo del governo di ridurre la già poca autonomia rimasta alle istituzioni borghesi, ma anche le misure repressive contro il movimento di resistenza del paese e l’inesorabile peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro.
L’esito del referendum dunque ha mostrato che tra le masse popolari, compresa una parte di chi nel 2022 aveva votato per Meloni e soci, si è allargato e rafforzato l’orientamento contro il governo della guerra, dell’economia di guerra, della devastazione dell’ambiente e della repressione.
È questo il dato dal quale devono partire tutti quelli che si pongono il problema di dare una prospettiva al NO. Una prospettiva che va costruita subito, approfittando della crescente sfiducia delle masse popolari verso il governo Meloni e delle relazioni precarie tra i partiti che lo sostengono. Una prospettiva che va costruita ora, perché aspettare le elezioni del 2027 vorrebbe dire, da una parte, dare la possibilità al governo Meloni di riorganizzarsi e preparare una legge elettorale truffa per ingannare le masse popolari. Ma dall’altra vorrebbe dire anche dare il tempo alla classe dominante di accordarsi sulla prossima soluzione di governo, magari a trazione PD, per portare avanti lo stesso programma lacrime e sangue di quello Meloni.
Nel nostro campo invece, in quello delle masse popolari, aspettare le elezioni del 2027 vorrebbe dire contribuire a spegnere la fiducia che la vittoria del NO al referendum ha rinfocolato tra la popolazione e in particolare in quella parte già organizzata. In quella che lo scorso autunno ha bloccato il paese per dire NO al genocidio in Palestina e alla collaborazione del nostro paese con gli Usa e i sionisti. Ma vorrebbe dire anche disperdere l’indignazione delle milioni di persone deluse dal governo Meloni, che il 22 e il 23 marzo hanno votato NO e nelle quali si alimenterebbe l’idea che è possibile “cambiare tutto” stando alle regole del teatrino della politica borghese.
Tutti quelli che si pongono il problema di dare una prospettiva di governo al NO allora hanno il compito di incanalare il malcontento e la ribellione delle masse popolari verso un obiettivo politico chiaro e immediato che sia sintesi delle loro aspirazioni, quello di cacciare il governo Meloni e lavorare uniti affinchè ognuna delle prossime mobilitazioni sia occasione per farlo.
La necessità di un’alternativa è emersa nell’esito del referendum, come è emersa nelle mobilitazioni e nelle piazze, ultima quella del 28 marzo promossa dal movimento No Kings, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone e che si è conclusa con l’occupazione della tangenziale.
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È allora compito dei comunisti, degli antimperialisti e della parte avanzata dell’attuale movimento popolare, promuovere ulteriori passi per realizzarla. Primo tra tutti deve essere quello di rompere con la concorrenza e la logica degli orticelli per promuovere un percorso comune attraverso il quale rafforzare la lotta per costruire un governo che attui le parti progressiste della Costituzione del 1948. Mettersi a farlo significa concretamente raccogliere il testimone della lotta di liberazione dai nazifascisti nel 1945. Lo abbiamo fatto allora, dobbiamo farlo ancora!



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