Rilanciamo questa intervista a delegati e iscritti SGB delle cooperative sociali di Bologna pubblicata da “Fare rete contro la repressione politico-sindacale” sulle multe ricevute a fronte degli scioperi indetti per le mobilitazioni dell’autunno. Si tratta dell’ennesimo tentativo da parte del governo, per mano della Commissione Nazionale di Garanzia, di criminalizzare il movimento contro la guerra e la solidarietà al popolo palestinese.
Che ogni attacco repressivo sia occasione per costruire e rafforzare una rete ampia e unitaria di solidarietà tra lavoratori, studenti e organizzazioni colpite!
Buona lettura!
Ci puoi dire come è stato colpito il sindacato generale di base (SGB) a Bologna in seguito all’attacco repressivo del governo contro i sindacati che hanno indetto uno sciopero generale il 3 ottobre, quando la Flotilla venne aggredita dai sionisti in acque internazionali?
La Commissione nazionale di Garanzia ha comminato nei confronti di SGB una sanzione di 10000 euro, decidendo una forma inedita e alquanto preoccupante nel recupero di tale somma: sostanzialmente il quantitativo economico viene recuperato direttamente dai datori di lavoro, obbligandoli a versare i contributi sindacali fino a concorrenza della sanzione irrogata. Nello specifico la Commissione di Garanzia ha individuato due Enti in particolare e distinto la ripartizione economica: 5000 euro dal Comune di Bologna e 5000 euro da Cooperativa Sociale Società Dolce. La ratio sulla scelta non è affatto chiara, se non che i due Enti hanno sede entrambi a Bologna e al loro interno SGB rappresenta molti lavoratori.
Si tratta di un vero e proprio sequestro di soldi dalle buste paga dei lavoratori che forse non si era mai visto. Come ti senti come lavoratore? E cosa si dice tra i colleghi?
Trovo tale decisione, sia come lavoratrice che come delegato sindacale SGB di Coop Sociale, assolutamente ingiusta e soprattutto estremamente grave. La preoccupazione condivisa con i lavoratori iscritti è la scelta del tutto arbitraria e completamente irrispettosa di appropriazione di risorse economiche, che le stesse lavoratrici e lavoratori decidono di destinare ogni mese dalla propria busta paga ad una organizzazione sindacale. Inoltre tale decisione lascia presagire un atteggiamento ritorsivo, intenzionato a limitare le libertà sindacali nel nostro Paese
Il clima da caserma, l’assenza di diritti e la paura di esporsi sono cosa comune oggi nei luoghi di lavoro. Come vi siete preparati per fare fronte alla repressione che aumenta sempre di più? Ne avete discusso internamente? L’avete messa in conto e vi siete organizzati per affrontarla?
Ogni giorno come delegati sindacali affrontiamo un clima sempre più complesso, sempre più pesante nei posti di lavoro che rappresentiamo. Il continuo turn-over, il timore di esporsi, l’assenza di conoscenze politiche e sindacali complicano la capacità di difendersi in un mercato del lavoro sempre più precario e disumanizzato. Nel nostro caso specifico, le Cooperative Sociali, parliamo di un settore che si occupa di servizi in appalto dagli Enti Pubblici (nidi, Integrazione Scolastica, assistenza domiciliare, RSA, centri diurno, ecc…), caratterizzati da salari esigui e condizioni contrattuali/normative completamente inadeguate e scarse. Un sistema creato per privatizzare pezzi di pubblico e tagliare le spese pubbliche a favore di un sistema di potere che fa capo a Legacoop e alla sinistra borghese.
La nostra strategia è quella di creare una “rete”, che possa collegare lavoratrici e lavoratori disseminati/frammentati ovunque, farli sentire meno soli e allo stesso tempo organizzarli verso rivendicazioni e obiettivi comuni.
Possono sembrare soluzioni arcaiche o passate, in realtà sono la ricetta più efficace che la storia delle lotte sindacali ci abbiano insegnato. L’Unione, la Coesione tra i lavoratori, fa la forza.
Organizzate iniziative per raccogliere fondi? Pensi sia importante coinvolgere gli altri iscritti e colleghi solidali e come si potrebbe fare?
È un tema che andrebbe affrontato in maniera capillare e andrebbe discusso con i lavoratori facendo delle assemblee apposite per organizzare delle campagne di raccolta fondi, coinvolgendo più colleghi possibili e allargare la campagna a chiunque è solidale con noi, cercando anche solidarietà negli utenti dei nostri servizi, perché è importante perseguire l’alleanza tra utenti e lavoratori, che nel nostro settore è la vera forza, per evitare le divisioni della “guerra tra poveri” che ci vogliono imporre dall’alto per dividere la classe. Una volta era la prassi che alle proteste dei lavoratori della scuola ci si ritrovava sempre con affianco i genitori dei bambini.
Inoltre è necessario unirci al movimento contro la guerra che a Bologna ha subito centinaia di denunce per rispondere uniti a questa aggressione, nel solco delle giornate di ottobre che hanno portato in piazza milioni di persone in Italia e fatto tremare il governo.
Questi attacchi, insieme alla repressione poliziesca nelle piazze e la mano libera alle squadracce fasciste, non sono un segno di forza del governo e della classe dominante, anzi! Denotano che la mobilitazione ha colpito nel vivo, che il governo è in difficoltà e non ha altre opzioni che cercare lo scontro diretto, esponendosi al rischio di ottenere l’opposto di quanto si propone. Perché la repressione è sempre un’arma a doppio taglio, che può ritorcersi contro chi la scaglia, che può alimentare la mobilitazione, invece che fermarla. Pensi sia giusto cogliere un’occasione per sviluppare la mobilitazione, alimentare l’organizzazione e renderla unitaria come fu unitario il 3 ottobre per far diventare la repressione un problema politico di ordine generale, ovvero passare al contrattacco?
La repressione nelle sue varie forme, va affrontata per quello che è, ovvero una questione politica generale ed è compito nostro fare si che lo diventi. Far diventare la repressione una questione politica è quello che non vuole la classe dominante e preferirebbe che tutto rimanesse sul piano del codice penale, mentre i vari soggetti e le organizzazioni colpite devono diventare un punto di forza per rilanciare la lotta.
Se la repressione diventa una questione politica, c’è la possibilità di mettere tutto in discussione: gli accusati diventano accusatori e la disobbedienza può diventare contagiosa, di massa. Per fare questo bisogna tornare allo “spirito” di quel 3 ottobre migliaia e migliaia di lavoratori: dagli amministrativi, ai metalmeccanici, dai lavoratori della logistica, ai tecnici e ricercatori, dal mondo della scuola a quello sanitario sono scesi in piazza perché non vogliono sentirne di farsi intruppare per una guerra contraria ai loro interessi. Perché a dover essere perseguiti sono i criminali di guerra, e chi deve essere processati sono i ministri del governo italiano e Giorgia Meloni.


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