La stanno vendendo come “politica di sicurezza” la nuova trovata del governo Meloni per trasformare le scuole in caserme, alimentare un clima di paura e di sospetto tra studenti e docenti. È da almeno due mesi che in diverse scuole napoletane Carabinieri e Polizia si presentano all’ingresso degli istituti per identificare e perquisire gli studenti con la scusa di cercare “armi e droga”. È successo nelle scuole e nelle zone più disparate – dal Giustino Fortunato del Vomero, lo Sbordone di Capodimonte, fino al Galileo Ferraris e il Melissa Bassi di Scampia – con gli studenti accolti all’ingresso dallo sbarramento delle forze dell’ordine con tanto di Metal Detector e cani antidroga.
Queste “messe in scena”, da un lato, si inseriscono nel pieno delle leggi e delle norme securitarie che il governo Meloni sta portando avanti. Sono la traduzione della direttiva emanata dal Ministro Valditara al Ministro degli Interni Piantedosi in cui si ufficializza il coordinamento tra scuole, prefetture, forze dell’ordine. E dall’altro, sono il corollario alle riforme della scuola messe in campo dal Ministero dell’Istruzione del Merito negli ultimi due anni (dalle “nuove” Indicazioni nazionali per l’insegnamento della storia nel primo ciclo, al ritorno al giudizio sintetico e al voto in condotta) e volte, chiaramente, a smantellare la scuola pubblica come strumento di emancipazione ed a renderla vuota di contenuti formativi reali, classista e acritica.
Queste sono le risposte all’ondata di partecipazione, di lotte e di mobilitazioni contro guerra e genocidio che negli scorsi mesi hanno visto come protagonisti gli insegnanti e gli studenti.
Una stretta securitaria che vede già dall’estate scorsa forze dell’ordine e ispettori ministeriali andare in giro per le scuole del paese a fare ispezioni e interrogatori laddove la mobilitazione in solidarietà con la Palestina è stata più forte. Laddove studenti e docenti hanno organizzato iniziative con Francesca Albanese e altri esponenti del movimento di solidarietà.
Le minacce e le intimidazioni di Valditara e co. sono, però, un segnale di difficoltà per Meloni e la sua banda a governare un paese che sempre di più rischia di scapparli di mano. Significa che la strada intrapresa di mobilitazione unitaria tra studenti e docenti è quella giusta!
Sono centinaia i collettivi studenteschi che già si stanno mobilitando contro queste politiche e che il prossimo 5 marzo si mobiliteranno in tutta Italia contro la guerra. Sono migliaia gli insegnanti aggregati in organismi come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole o Docenti per Gaza che si stanno mobilitando per la libertà d’insegnamento, per una scuola pubblica, universale e democratica (QUI l’appello che hanno lanciato).
Studenti e docenti possono e devono contribuire alla formazione di un fronte unito contro l’avanzare della Terza guerra mondiale e l’economia di guerra, per la difesa di posti di lavoro e servizi e, soprattutto, per cacciare il governo Meloni. Un fronte di liberazione nazionale che si assuma la responsabilità di legare le principali mobilitazioni popolari, che ponga al centro della sua agenda l’attuazione della Costituzione, che sia embrione del governo partigiano di pace e di rinascita del paese di cui abbiamo bisogno.



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