Il 14 gennaio gli attivisti di Palestine Action, detenuti in diverse carceri del Regno Unito con l’accusa di aver compiuto azioni dirette contro siti della Elbit Systems (il più grande produttore di armi israeliano), hanno sospeso lo sciopero della fame, che per alcuni di loro durava da ben settantatré giorni.
È stato lo sciopero della fame in carcere più lungo, vasto e coordinato dopo quello dell’Ira nel 1981. Lo hanno iniziato in otto a novembre del 2025, per denunciare la durata della detenzione preventiva, le restrizioni nei contatti con l’esterno, le limitazioni alla corrispondenza e la classificazione dell’organizzazione come terroristica.
Oltre che per il grave peggioramento della loro salute, gli attivisti hanno deciso di sospendere il digiuno a seguito del raggiungimento di uno dei loro obiettivi: il rifiuto da parte del governo britannico di assegnare un contratto da 2 miliardi di sterline alla Elbit Systems.
Non hanno invece ancora ottenuto l’annullamento della classificazione di Palestine Action a organizzazione terroristica, in base alla quale sono ora sottoposti a un regime di carcere duro.
La decisione, presa nell’estate 2025 dal governo britannico ai sensi del Terrorism Act 2000, ha reso reato l’adesione o il supporto al movimento, con pene che arrivano fino a quattordici anni di reclusione. Da quel momento, nel “democratico” Regno Unito basta partecipare a una manifestazione contro la persecuzione di Palestine Action, esporre un cartello o fare un commento online a sostegno della loro lotta per rischiare fino a quattordici anni di carcere.
Su questa base la polizia britannica ha già arrestato almeno 2.489 persone (tra cui Greta Thunberg). Solo il 7 settembre scorso, nel corso di una manifestazione contro la messa al bando del gruppo, sono state arrestate oltre ottocento persone, tra cui anziani e disabili, colpevoli di esporre cartelli con scritto: “Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action” (vedi l’appello online di Amnesty International “UK: no alla criminalizzazione di chi protesta”).
Anche per questo continua la mobilitazione promossa da Prisoners for Palestine, gruppo che sostiene le famiglie e gli amici degli scioperanti della fame e degli arrestati. In loro solidarietà si sono svolti presidi in Italia, Lussemburgo, Australia, Irlanda, Sudafrica, Svezia e si è sviluppata una vasta mobilitazione che ha coinvolto oltre cinquanta scrittori e accademici di diverse parti del mondo.
Palestine Action
È un gruppo nato nel 2020 nel Regno Unito, con l’obiettivo dichiarato di porre fine alla complicità del proprio paese con il regime genocida di Israele attraverso la pratica delle azioni dirette: occupazioni di locali e tetti delle fabbriche, distruzione di proprietà, sabotaggio.
A questo proposito un attivista dichiara: “Non potevamo più implorare i potenti di smettere di uccidere i nostri fratelli e le nostre sorelle in Palestina, avevo partecipato alle campagne di boicottaggio, fatto pressione sui politici, organizzato proteste e marce, ma niente di tutto questo stava funzionando … anziché chiedere ai politici di chiudere le fabbriche di armi, potevamo chiuderle noi, mettendo in gioco la nostra vita e la nostra libertà, occupando quelle fabbriche, facendole a pezzi e interrompendo la produzione, potevamo riprenderci il potere”.
La pratica di Palestine Action ha tratto spunto dalla storica azione compiuta dal gruppo Raytheon 9: nove attivisti pacifisti che il 9 agosto 2006 fecero irruzione nella sede della multinazionale della difesa Raytheon, situata a Derry in Irlanda del Nord, per protestare contro il coinvolgimento di questa azienda nella produzione di sistemi d’arma utilizzati da Israele durante il conflitto in Libano di quell’anno. Nel corso dell’azione distrussero computer e altre apparecchiature elettroniche, dichiarando di voler impedire la commissione di crimini di guerra.
Gli attivisti furono arrestati e processati, ma assolti. Sostennero con successo la tesi della “giusta causa”, cioè che le loro azioni erano necessarie per prevenire un male maggiore: la morte di civili in Libano causata dalle tecnologie sviluppate o gestite da Raytheon. L’azione portò grande visibilità alla campagna contro la presenza della fabbrica d’armi in città, tanto che nel 2010 Raytheon fu costretta a chiudere lo stabilimento di Derry.
Nel corso degli anni hanno organizzato cinquecento azioni, di cui quarantacinque documentate, aventi come obiettivo principale gli stabilimenti Elbit presenti sul territorio britannico e tutte le società a essi collegati: fornitori, finanziatori, investitori, banche, proprietari degli immobili.
Con queste azioni Palestine Action ha costretto Elbit a fermare definitivamente la produzione nelle sue fabbriche di armi in tutto il nord dell’Inghilterra, come a Tamworth nello Stafforshide, e a chiudere gli uffici di Londra e di Boston, negli Usa. E ha obbligato diverse aziende a tagliare ogni legame con Elbit, dalla società immobiliare Fisher German alla società di gestione patrimoniale Jll, dalla società di lobbing internazionale Apco all’immobiliare London Metric. E poi ancora gli investitori Barclays Bank, il fornitore di macchinari Hydafreed, lo studio legale internazionale Mll Legal, la società di reclutamento Io Associates, lo studio di design Naked Creativity e altri.
Le azioni dirette sono sempre accompagnate da un’attività di propaganda per spiegarne le motivazioni, coinvolgere le masse popolari del territorio che non vogliono una fabbrica israeliana davanti la porta di casa, e mostrare come sia possibile condurre azioni efficaci contro i complici del genocidio.
Eclatante è stata l’azione compiuta nel maggio 2021 a Leicester, quando gli attivisti sono riusciti a resistere sul tetto dello stabilimento Elbit per sei giorni, mentre centinaia di persone si sono radunate davanti alla fabbrica per sostenerli e chiedere la chiusura dell’impianto in quello che è stato un vero e proprio assedio.
La risposta delle autorità è stato un progressivo inasprimento della repressione, fino alla designazione di Palestin Action come movimento terroristico. Ma non è servito a fermare il movimento, che anzi ha saputo fare della lotta alla repressione campo per rafforzarsi e crescere: i processi sono spesso stati trasformati in occasioni per parlare di Palestina e passare da accusati ad accusatori, gli arresti di massa in dimostrazioni della complicità del governo con i sionisti e anche in carcere gli attivisti hanno continuato a dare battaglia con lo sciopero della fame. Con il risultato che ora Palestine Action è conosciuto in tutto il paese e a livello internazionale e il numero delle persone che vogliono unirsi e partecipare è aumentato proprio con l’aumentare della repressione.
To Kill a War Machine
Un collettivo di registi indipendenti, denominato Rainbow Collective, nel 2025 ha realizzato un documentario dal titolo To Kill a War Machine (Uccidere una macchina da guerra), utilizzando le riprese fatte in tempo reale, con bodycam e telefoni, durante alcune delle azioni praticate da attivisti di Palestine Action tra il 2000 e il 2025.
Il documentario, oltre a raccontarci le motivazioni degli attivisti e le caratteristiche del movimento inglese filopalestinese, offre diversi spunti di riflessione in merito alla lotta contro la repressione (passare da accusati ad accusatori) e al ruolo delle organizzazioni di avanguardia delle masse popolari (da iniziative di nicchia a movimento di massa). Ne consigliamo la visione a questo link.

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