Il 29 e 30 novembre 2025 si è svolta una due giorni di iniziative della campagna “L’ora della Riscossa Popolare è ora!” organizzata dalla sezione di Roma Cinecittà del P.Carc presso lo spazio popolare Roberto Scialabba.
Il 29 novembre, a partire dalla proiezione del documentario “Colpevoli di Palestina” che tratta della vicenda giudiziaria di Anan Yaeesh, Alì Irar e Mansour Doghmosh, abbiamo sviluppato un ragionamento sui passi da fare qui, nel nostro paese, per contribuire all’eroica resistenza del popolo palestinese.
Khaled Al Qaysi di UDAP ha messo in luce quanto il processo imbastito contro i partigiani palestinesi sia non solo una palese montatura giudiziaria e una forzatura delle procedure giuridiche e legislative italiane ma anche il tentativo di mettere a tacere coloro che lottano contro l’occupazione israeliana, rivendicando il diritto alla Resistenza, e più in generale di indebolire l’ampio movimento in solidarietà al popolo palestinese nel nostro paese.
Mentre i tribunali dovrebbero processare i criminali che giorno dopo giorno peggiorano le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari, dai padroni responsabili delle quotidiane morti sul lavoro agli speculatori che in nome del profitto inquinano e devastano i nostri territori, dai palazzinari che usano gli immobili come merce di scambio in campo finanziario negando il diritto alla casa ai responsabili dello smantellamento della sanità pubblica e di prossimità territoriale, aumenta la repressione e la criminalizzazione del movimento da parte del Governo Meloni (pensiamo al ddl Gasparri che equipara antisionismo ad antisemitismo). Abbiamo approfondito il ragionamento su questo aspetto: la repressione non è segno di forza del nemico ma della sua debolezza, significa che abbiamo colpito nel segno.
Da sempre la repressione è infatti un’arma a doppio taglio nelle mani di chi la promuove, anziché fermare la mobilitazione può alimentarla a patto che ogni attacco repressivo diventi occasione di lotta politica e organizzazione.
Ma il processo è solo uno dei tanti episodi che mostrano con chiarezza la sottomissione del Governo del paese e delle Larghe Intese al regime sionista d’Israele.
Con Simona, responsabile nazionale della campagna di boicottaggio dei farmaci Teva (campagna partita un anno fa dal nostro paese in sinergia con i Sanitari per Gaza) è emerso quanto il regime sionista di Israele stia in piedi grazie alle retrovie sul piano politico, economico e militare fornite dai paesi imperialisti e in Italia grazie a una fitta rete di agenti sionisti, aziende ed enti che costituiscono la capillare infiltrazione sionista nel nostro paese. Oltre a dare una panoramica generale delle attività del BDS, Simona ha presentato la delibera di iniziativa popolare per chiedere l’interruzione delle collaborazioni di Roma Capitale e di società partecipate con aziende ed enti direttamente o indirettamente controllate da Israele, tra cui appunto Teva ma anche Mekorot. Abbiamo ragionato su come campagne di questo tipo diventino tanto più efficaci quanto sono usate per sviluppare l’organizzazione dal basso e, di pari passo, per inchiodare le amministrazioni alle loro generiche declamazioni in solidarietà del popolo palestinese. È il caso del VII Municipio in cui opera la sezione che, su proposta del M5S, ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Dare gambe e forma di legge ai buoni propositi è un atto tangibile che va nella direzione di spezzare la sottomissione del nostri paese ai gruppi imperialisti dell’UE, Usa, Nato e dai sionisti. Liberare il nostro paesi dai guerrafondai e promotori della terza guerra mondiale in corso è il modo più concreto per contribuire alla resistenza palestinese. Come sezione, abbiamo quindi rafforzato la collaborazione con BDS e ci siamo resi disponibili ad organizzare assieme banchetti di raccolta firme per la delibera di iniziativa popolare oltreché a proseguire la propaganda ordinaria per il boicottaggio dei farmaci Teva unitamente alla campagna “una bandiera palestinese in ogni balcone” avviata nel quartiere.
Il 30 novembre abbiamo svolto l’iniziativa “La scuola non va alla guerra, esperienze di insegnati e studenti a confronto”. È intervenuta Roberta Leoni, presidentessa dell’Osservatorio Contro la Militarizzazione di scuole e università, e Stefano Antonelli del Coordinamento Nazionale No Nato (CNNN).
La Leoni ha illustrato nel dettaglio quanto la militarizzazione delle scuole sia sempre più capillare, dalle uscite didattiche nelle basi militari all’alternanza scuola – lavoro in aziende direttamente connesse con la produzione bellica fino al ruolo che le forze dell’ordine hanno nella didattica, ad esempio nell’educazione civica, a discapito dei compiti formativi dei docenti. Si è soffermata sul ruolo che gli insegnanti e il personale scolastico possono assumere; a questo proposito ha illustrato il vademecum prodotto dall’osservatorio, un manuale che offre strumenti concreti a docenti, studenti e genitori per impedire la militarizzazione e ha riportato un bilancio positivo delle mobilitazioni del 4 novembre, giornata dell’unità delle forze armate, in cui tanti insegnanti sono scesi in nuovamente in piazza dopo le mobilitazioni di settembre e ottobre. Stefano Antonelli ha mostrato come la militarizzazione della scuola rientri in un quadro ben più complessivo di guerra e riarmo e di come la Nato sia tra i principali promotori di questo processo, inoltre, ha illustrato l’intenzione del CNNN di promuovere iniziative rivolte ai docenti e agli studenti per rafforzare il loro protagonismo e la loro organizzazione.
Molto utile lo scambio di esperienze durante il dibattito: Francesco Caputo, docente e membro de La Città Futura, ha parlato dell’esperienza fatta all’interno della sua scuola per l’approvazione di una mozione contro il genocidio in Palestina firmata da oltre l’85% dei docenti in sede di assemblea sindacale. L’esperienza è un importante precedente perché mostra il ruolo che i docenti possono assumere organizzandosi sui propri posti di lavoro e quanto i lavoratori siano protesi sempre più ad occuparsi dei loro interessi immediati ma a legarli a questioni politiche. Il confronto ha fornito strumenti a un nostro compagno di sezione e a una sua collega presente all’iniziativa per proseguire il lavoro avviato nella loro scuola, in cui un piccolo gruppo di lavoratori ha iniziato ad unirsi e organizzarsi proprio su questi temi, con l’elaborazione di una mozione contro il genocidio e in solidarietà al popolo palestinese che stanno promuovendo tra i colleghi. Infine, sono intervenuti gli studenti della scuola professionale CIOFS Togliatti che hanno riportato esperienze di militarizzazione della proprio scuola e hanno espresso l’aspirazione a costruire all’interno della scuola un collettivo studentesco che si occupa dei problemi specifici con uno sguardo a questioni più generali, come il genocidio in Palestina. Sul piatto hanno messo anche le difficoltà che incontrano a intercettare altri studenti interessati ed è emersa una certa sfiducia negli altri e nella possibilità di riuscire a farlo.
Ciò che dicono gli studenti è utile perché non si tratta di un loro problema specifico ma di qualcosa di ben più complessivo e generalizzato: la sfiducia nei confronti degli altri, che sia il compagno di banco a scuola o del lavoratore con cui lavoriamo fianco a fianco ogni giorno.
Nelle due giornate di iniziative, a diversi livelli, è infatti emersa una certa sfiducia alimentata ulteriormente dalla fase di riflusso delle grandi mobilitazioni di settembre e ottobre.
Ma guardiamolo meglio, questo riflusso. Si tratta della fisiologica diminuzione – inevitabile – della partecipazione spontanea alle manifestazioni. Ma il movimento popolare non è affatto in riflusso!
È ben presente la spinta a confrontarsi, ragionare, fare il bilancio – e anche queste iniziative lo hanno dimostrato – creare nuovi organismi di lavoratori e a coordinarsi. Rimane viva e sentita l’esigenza di proseguire il cammino da parte di molti.
Non si può tornare indietro da ciò che si è sedimentato, il punto è come raccogliere i risultati e rilanciarli. Oggi significa cambiare occhi con il quale vediamo noi stessi, lo studente e il lavoratore al nostro fianco, significa concepire noi e gli altri come protagonisti della riscossa popolare, come alleati che lavorano e lottano fianco a fianco per creare nuovi organismi popolari e per rafforzare quelli esistenti, significa iniziare a gestire del basso parti crescenti della società conformemente ai nostri interessi e imporre le misure che servono fino a cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo di emergenza popolare. Significa coltivare, mettendo le mani in pasta, la fiducia che il cambiamento non solo è necessario ma anche possibile.

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