Il mese di novembre si chiude con un programma fitto di scioperi, assemblee e mobilitazioni nazionali.
Il 14 novembre si terrà lo sciopero studentesco delle scuole superiori e delle università proclamato sia da Uds (Unione degli studenti superiori), Link e Rete della Conoscenza; che da Osa – Cambiare Rotta, in continuità con le iniziative No Meloni Day degli ultimi anni. Blocchiamo l’università della Bernini e del genocidio lo slogan lanciato da Cambiare Rotta, mentre Non è un paese per studenti, non è un paese per giovani lo slogan lanciato dalla Rete della conoscenza, Uds e Link. In più di 30 piazze sono previsti cortei e presidi promossi e partecipati dalle principali realtà giovanili che si sono mobilitate nelle scuole e università a settembre e ottobre per la Palestina.
Il 15 e il 16 novembre si terranno poi diverse assemblee nazionali: quella lanciata da Osa-Cambiare Rotta dal nome Blocchiamo tutto per un mondo nuovo; quella lanciata dall’area Potere al Popolo-Rete dei Comunisti per il 16 novembre, Blocchiamo tutto, assemblea delle 100 assemblee, e il 15 novembre assemblea nazionale Per la convergenza, contro la guerra, il riarmo, il genocidio, l’autoritarismo promossa tramite un appello collettivo uscito su Il Manifesto. Tra i primi firmatari di quest’ultima una serie di esponenti che hanno lavorato in questo anno nelle convergenze delle lotte e delle reti forze sociali: nella Global Sumud Flottilla, nella rete A Pieno Regime contro il ddl sicurezza, nella lotta della GKN, e in Stop Rearm Europe.
Nella prossima settimana sarà invece centrale la lotta contro guerra, violenza e oppressione di genere con la manifestazione nazionale Sabotiamo guerra e patriarcato indetta a Roma per il 22 novembre da Non una di meno e con le iniziative territoriali che si terranno nelle oltre 70 città in cui è presente l’organismo il 25 novembre.
La serie di iniziative e mobilitazioni si concluderà in ultimo con lo sciopero generale contro la finanziaria di guerra indetto dal sindacalismo di base per il 28 novembre e con la manifestazione nazionale del 29 novembre a Roma contro finanziaria di guerra e per fermare la corsa al riarmo.
Un lungo elenco quello che chiude l’ultima metà di novembre e che prosegue aprendo il mese di dicembre, con lo sciopero generale indetto dalla Cgil per il 12 dicembre.
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Un lungo elenco di iniziative e mobilitazioni che hanno tanto in comune, legate da un filo che le percorre ininterrottamente. In primis il rifiuto dell’ultima finanziaria di guerra che si sostanzia nella lotta per la difesa del diritto allo studio e per migliori condizioni lavorative del personale docente, al centro dello sciopero studentesco. Soldi alle scuole e alle università, all’edilizia scolastica, alle borse di studio, al diritto all’abitare e per la stabilizzazione dei docenti sono gli slogan degli scioperi studenteschi.
Un rifiuto che è al centro anche delle mobilitazioni di Non una di meno, si legge nel post di lancio delle mobilitazioni del 22 e del 25: “Contro la legge finanziaria del riarmo: noi la guerra non la paghiamo”. Affiancata alla necessità di investire invece risorse ed energie: “Per una formazione libera da condizionamenti e diktat, per la libertà di ricerca e di insegnamento, per l’educazione sessuo-affettiva dall’infanzia all’università”. Ovviamente rifiuto che è soprattutto al centro dello sciopero generale del 28 e della manifestazione del 29 novembre che si pongono l’obiettivo di “rompere il modello sociale che ha impoverito il mondo del lavoro” nel complesso.
È poi la lotta contro la promozione di una guerra interna, di una guerra tra poveri, l’ulteriore filo conduttore che lega le iniziative: dall’oppressione e la violenza di genere dentro le università, come proclama Cambiare Rotta, fino alla “violenza patriarcale di uno stato femminicida” dell’appello di Non una di meno, che prosegue chiarendo la volontà di sfiduciare la politica integralista e autoritaria e la necessità di avere politiche contro la violenza che non siano ne repressive ne “confessionali”. Lotta che si lega a quella più generale contro la repressione, di cui è espressione il Ddl Gasparri e contro cui combattono studenti e insegnanti.

A unire tutte queste iniziative è il filo rosso del rifiuto della guerra e delle politiche di guerra fatte sulla pelle delle masse popolari. La lotta contro la complicità del governo dei servi della Nato con il genocidio in corso e gli attacchi che proseguono in Palestina. La volontà di raccogliere e rilanciare le pratiche dei blocchi messe in atto nelle scorse settimane per cambiare rotta. Di far valere la forza di lavoratrici, lavoratori, studentesse e studenti per farlo, indicando iniziativa per iniziativa quali le misure e quale l’indirizzo che devono avere la gestione dell’istruzione pubblica, del lavoro e la promozione dell’emancipazione di genere.
Insomma un programma serrato contro il governo Meloni e le sue politiche, che coinvolge diverse categorie e diversi fronti di lotta, ma che li unisce mettendo in fila tutta una serie di misure pratiche che risolverebbero immediatamente grossa parte dei problemi che le più disparate categorie di masse popolari oggi hanno. Un programma che – se portato avanti e coordinato – può mettere alle strette il governo Meloni. Motivo per cui è necessario che anche l’adesione, la partecipazione a queste iniziative e mobilitazioni rispecchi questa loro natura unitaria, in modo che l’una rafforzi l’altra e si traduca nei territori nel lavoro comune.
L’aspetto decisivo è trasformare i due scioperi generali, quello indetto dai sindacati di base per il 28 novembre e quello indetto dalla Cgil per il 12 dicembre, in mobilitazioni concatenate anziché contrapposte e in concorrenza fra loro: aderire e partecipare in massa a entrambi gli scioperi. Per questo è importante costruire momenti e ambiti di discussione, formali o meno, per organizzarsi fra compagni e compagne di lavoro indipendentemente dalle organizzazioni sindacali di riferimento. Dove non è possibile scioperare due volte bisogna coordinarsi nei posti di lavoro per decidere quando si sciopera e quando bisogna adottare forme di mobilitazione per abbassare drasticamente la produttività (ad esempio lo sciopero bianco). Questi sono passi utili a trasformare l’irresponsabilità per la quale i vertici sindacali continuano a spaccare i lavoratori in ogni occasione per alimentare il protagonismo dei lavoratori: se la base vuole unità, i vertici sindacali devono promuovere l’unità.
La necessità di cacciare il governo Meloni prima possibile, prima che finisca il suo mandato, è l’obiettivo ultimo che si impone nei fatti da appelli e piattaforme. È l’obiettivo che se diventa volontario e perseguito coscientemente è capace di dare uno sbocco politico alle tante soluzioni individuate dalle realtà che si stanno mobilitando. Gran parte delle quali sono già punti di un programma di governo. Programma che solo un governo di emergenza popolare che nasce proprio da queste mobilitazioni, dalle organizzazioni che quotidianamente le animano, può rendere leggi per cambiare tutto.

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