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[Emilia – Romagna] 10, 100, 1000 collettivi di lavoratori

Federazione Emilia Romagna by Federazione Emilia Romagna
Novembre 10, 2025
in Federazione Emilia Romagna, Federazione Emilia Romagna
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L’ora della riscossa popolare è ora

Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, studenti, pensionati si sono mobilitati nel paese per scioperare, manifestare e bloccare tutto, smascherando la complicità del governo Meloni con il genocidio in corso e dimostrando di essere in grado di fare quello che le istituzioni non vogliono fare.

In queste settimane sul nostro territorio come nel resto d’Italia si svolgono decine di assemblee e iniziative per discutere di come dar seguito a queste mobilitazioni e per non disperdere le posizioni che abbiamo conquistato.

Ci sono e ci saranno molti argomenti di cui discutere, ma ci interessa qui sottolineare un aspetto particolare: protagonisti del movimento messo in moto dallo sciopero del 22 settembre che ha portato al successo dello sciopero del 3 ottobre e alla grande manifestazione del 4 ottobre sono stati i lavoratori. In particolare, collettivi di lavoratori organizzati, che vi si sono messi alla testa. A partire dal CALP di Genova, l’appello a “bloccare tutto”, amplificato e generalizzato dall’USB, è stato ripreso e rilanciato dai portuali di Livorno e di Ravenna, che si sono coordinati per bloccare il traffico di armi, dai lavoratori della logistica, dai ferrovieri contro la guerra, dai sanitari, dai numerosi collettivi di docenti organizzati.

Insieme ai lavoratori, da nord a sud del paese, migliaia di studenti hanno raccolto le parole d’ordine lanciate dal CALP di Genova ed hanno contribuito a bloccare il paese, mettendolo a ferro e fuoco per il popolo palestinese, per la Flottiglia e contro il governo complice del genocidio. Una marea di giovani ha animato e dato combattività alle piazze degli scioperi generali, ha occupato (e continua ad occupare) scuole e università, dando battaglia per la rescissione di ogni accordo con Israele.

Questo movimento ha alimentato un sentimento di riscossa che si è diffuso a macchia d’olio in tutto il paese: sono nati nuovi collettivi di lavoratori e di studenti, molti di quelli che esistevano già hanno acquisito nuovo slancio, hanno iniziato ad applicare fin da subito le misure necessarie a rompere ogni complicità con il genocidio e a fermare la guerra.

Nella nostra regione si è costituito il Comitato Autonomo Portuale (CAP) con l’obiettivo di organizzare gli operatori del porto a prescindere dalla loro sindacalizzazione o mansione, per favorirne la collaborazione e la convergenza sull’obiettivo di respingere il tentativo di fare del porto di Ravenna una zona di guerra e un retroterra per i traffici di armi verso Israele.

La rete dei Docenti, educatrici ed educatori per il rispetto dei diritti umani in Palestina, in lotta contro il DL Gasparri, ha avviato un lavoro di analisi e revisione dei libri di testo per assicurarsi che i contenuti sulla Palestina siano corretti prima di rinnovare le adozioni e si organizzano per promuovere iniziative didattiche utili a diffondere la cultura e la storia del popolo palestinese nelle scuole.

I Sanitari per Gaza hanno fatta propria la campagna contro la prescrizione e la circolazione dei farmaci della TEVA e contro una legge di bilancio che finanzia l’industria delle armi a discapito della Sanità.

Sono solo alcuni esempi, cui si potrebbe aggiungere la mobilitazione dei metalmeccanici e molte altre esperienze di lotta dei lavoratori di queste settimane.

I lavoratori organizzati danno una prospettiva concreta alla mobilitazione. L’obiettivo “dell’embargo popolare” a Israele e, più in generale, del boicottaggio della guerra è realizzabile qui e ora con la mobilitazione dei lavoratori.

Oltre a un programma di lotta, è un’iniezione di fiducia per le masse popolari, per tutti quelli che sono scontenti del corso disastroso delle cose. L’efficacia di un movimento generale contro la guerra e l’economia di guerra dipende dal numero dei collettivi di lavoratori organizzati e dal loro livello di coordinamento. Le sue prospettiva e la sua continuità dipendono dall’unità su obbiettivi concreti e, in definitiva, anche politici: cacciare i guerrafondai dal governo e porsi il problema di chi mettere al loro posto.

Il fatto che siano stati indette due giornate di sciopero generale, una il 28 novembre dai sindacati di base e una il 12 dicembre dalla CGIL, è un passo indietro rispetto alle posizioni conquistate con la giornata del 3 ottobre. Si tratta ora quindi di spingere tutti a scioperare il 28 e di costruire lo sciopero del 12 in concatenazione con il 28, affinché le due giornate servano ad alimentare le lotte e a sedimentare organizzazione, mettendo al centro l’unità di classe. Se inneschiamo questo meccanismo dal basso suoniamo la campana a morto per il governo Meloni!

Quindi tutti gli attivisti, le organizzazioni, i partiti tanto più riusciranno a sviluppare la mobilitazione quanto più assumeranno come primo e principale compito sostenere e rilanciare questo sommovimento che viene dai lavoratori, mettendo da parte ogni settarismo: 10, 100, 1000 collettivi di lavoratori contro la guerra e l’economia di guerra e per cacciare il Governo Meloni!

Due brevi riflessioni a chiosa del ragionamento. Il primo riguarda le due giornate distinte di sciopero generale proclamate per il 28 novembre dai sindacati di base e per il 12 dicembre dalla CGIL. Come dicono i lavoratori GKN, “l’idea che nel movimento si tracci un muro per il quale non vi è partecipazione se non collocandosi in questo o quel campo di prospettiva elettorale o di appartenenza sindacale è profondamente sbagliata”. Solo il protagonismo dei lavoratori può scardinare i settarismi incrociati delle dirigenze sindacali!

Il secondo ragionamento riguarda la repressione con cui il governo Meloni risponde alle mobilitazioni delle scorse settimane sperando che sia in fase si riflusso e ritirata: farvi fronte diventando, e sempre più inevitabilmente diventerà, una questione politica di prim’ordine, nel senso che ogni attacco repressivo, ogni iniziativa di censura e ogni divieto devono diventare ambito di mobilitazione e di ribellione. Bisogna difendersi e il miglior modo per difendersi è attrezzarsi per il contrattacco.

Il 4 novembre avrebbe dovuto svolgersi un convegno intitolato “La scuola non va alla guerra” organizzato on line dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e dal Cestes. Era previsto che per i docenti la partecipazione rientrasse nelle iniziative con riconoscimento curriculare e si erano iscritti a partecipare 1000 docenti.

Il Ministero dell’istruzione lo ha vietato perché “presenta contenuti estranei agli ambiti di formazione dei docenti”. Ebbene, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha deciso di tenerlo lo stesso sotto forma di assemblea a cui hanno partecipato oltre 3000 docenti.

Ecco un esempio di cosa significa che per difendersi bisogna contrattaccare ed ecco i risultati del non lasciarsi scoraggiare, imbavagliare e contenere.

Fare di ogni attacco un’occasione per allargare il fronte e la rete di solidarietà! 

Il nostro paese è sotto il giogo degli imperialisti USA, UE e dei sionisti. Coloro che promuovono la Terza guerra mondiale sono gli stessi che sono i responsabili della morte lenta di migliaia di aziende, dello spezzatino delle aziende e degli omicidi sul lavoro. Fra le aziende della nostra regione dilaga la cassa integrazione. In Germania il ricatto tra produrre per la guerra o rimanere senza lavoro è già dispiegato da padroni e governi al loro seguito. Guerra interna e guerra esterna sono due aspetti della guerra, ma il nemico è uno solo e marcia alla nostra testa. Mandare a casa i guerrafondai è possibile, stiamo conquistando vittorie ogni qual volta l’obiettivo è chiaro e concreto e c’è la determinazione di portare a fondo la lotta.

Costruiamo la nuova Liberazione del nostro paese!

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