10,100,1000 scritte in sostegno della causa palestinese!
Da ottobre 2024, il compagno Gianluca Marinai, militante della sezione di Cecina del Partito dei CARC, è stato colpito da un procedimento giudiziario per la scritta “W la resistenza palestinese”, comparsa su un muretto di un parcheggio pubblico di Cecina.
L’8 luglio, presso il Tribunale di Livorno, il Giudice per le Indagini Preliminari, Gianfranco Petralia, dopo aver respinto la richiesta del Pubblico Ministero di archiviare le indagini per particolare tenuità del fatto, ha disposto il proseguimento delle indagini, ordinando di individuare chi avesse cancellato la scritta. A distanza di un anno è stato emesso un decreto penale di condanna con sospensione condizionale della pena, che estinguerà il reato qualora nei prossimi cinque anni non vengano commessi altri reati analoghi.
A prima vista, potrebbe sembrare una soluzione “vantaggiosa”, ma non lo è affatto.
Dal punto di vista politico, questo è del tutto inaccettabile, perché si configura come una condanna silenziosa: non c’è processo, dibattito pubblico né possibilità di denunciare apertamente la natura politica delle indagini e del provvedimento, né il contesto più ampio di repressione da cui derivano. In generale, il decreto penale di condanna è uno strumento molto comodo per lo Stato, perché permette di chiudere rapidamente i processi politici senza dare loro visibilità. L’obiettivo dell’apparato repressivo è trasformare un gesto politico in un “reato comune”, privandolo del suo significato collettivo e politico. Spesso, il decreto penale di condanna viene accompagnato da una sanzione economica, come il pagamento di una multa, oppure da una forma di pressione psicologica che si traduce in un vero e proprio ricatto: “Comportati bene nei prossimi anni e non avrai conseguenze”. In effetti, già in occasione dell’apertura dell’inchiesta era chiara la motivazione politica nel perseguitare non tanto l’azione in sé, quanto il contenuto della scritta; ed ora con la sospensione della pena è chiara l’intenzione di ricattare il compagno e cercare di inibire la sua partecipazione alla lotta di classe. Va inoltre sottolineato che si tratta comunque di una condanna formale: il reato resta registrato. Quindi, anche se non comporta pene immediate di tipo pecuniario o detentivo, il decreto ha comunque un peso giuridico significativo. Un altro aspetto da considerare è sicuramente il tentativo da parte di PM e giudice di scongiurare un procedimento giudiziario che si preannuncia particolarmente complicato. Probabilmente non si aspettavano che saremmo stati in grado di organizzare un presidio a Livorno con 50 persone, in una mattinata di luglio, semplicemente per un’udienza in camera di consiglio durante le indagini e forse non osano immaginare quale mobilitazione potremmo mettere in campo con l’apertura di un processo vero e proprio.
Per conto nostro non abbiamo intenzione di ridurre la lotta al genocidio un piano tecnico-giuridico! Sottomettersi a questo provvedimento vorrebbe dire aprire la strada a prendersi colpe “a prescindere” perché a stabilirlo è un PM sulla base di “zero prove” e a pagare multe ingiustificate. Significherebbe dare riconoscimento a tribunali che processano chi lotta: dai lavoratori che occupano le fabbriche che vengono chiuse dalle multinazionali, agli studenti che occupano le scuole che cadono a pezzi, i giovani di Nuova Generazione che lottano per salvare il pianeta, e tutti coloro che sono costretti a compiere azioni illegali seppur legittime per mettere insieme pranzo e cena o per avere un tetto sulla testa. Per questo sosteniamo Gianluca nella decisione di fare opposizione al decreto penale di condanna e alla decisione del giudice: il compagno affronterà il processo.
Ribadiamo quanto detto più volte: “W la resistenza palestinese” esprime il sentimento di migliaia di uomini e donne delle masse popolari che da mesi scendono in piazza in tutto il mondo, ed ora più che mai è necessario rivendicarlo!
Il contributo più significativo che possiamo dare alla resistenza del popolo palestinese per porre fine al genocidio e all’occupazione è isolare Israele, bloccando le sue fonti di approvvigionamento economico e militare.
Se il governo non agisce in questa direzione, dobbiamo farlo noi, come dimostrato nelle mobilitazioni del 22 settembre, 3 ottobre e 4 ottobre continuando a “Bloccare tutto!”.
Bisogna rendere ingovernabile il paese e costringere il governo Meloni alle dimissioni, cioè cacciarlo!
È chiaro che in questa lotta incontreremo repressione. Tuttavia, uniti e organizzati possiamo ribaltare il macigno della repressione che ci scagliano addosso innanzitutto con la solidarietà di classe.
Per questo motivo, il processo a Gianluca vogliamo che sia un’occasione per tutti coloro che hanno a cuore la causa della Palestina, per rafforzare questa lotta. Uno strumento a sostegno delle nostre battaglie come quella per estromettere dalla presidenza del Meyer personaggi come Marco Carrai, noto sostenitore del sionismo, tanto nemico dei palestinesi quanto delle masse popolari toscane, a partire dai lavoratori GKN che ha detto di voler denunciare!
Approfittiamo di questo comunicato per rinnovare il nostro sostegno ad Anan Yaeesh, prigioniero palestinese, e manifestare tutta la nostra solidarietà nei suoi confronti. Anan è stato trasferito senza motivo dalla prigione di Terni a quella di Melfi, dopo oltre un anno e mezzo di detenzione. Ha intrapreso uno sciopero della fame per denunciare l’ingiusta incarcerazione subita e l’intento di criminalizzare la resistenza legittima del popolo palestines; il 28 novembre ci sarà la requisitoria dell’accusa mentre il 19 dicembre toccherà alla difesa.
Moltiplicare le scritte in solidarietà col popolo palestinese!
Moltiplicare le scritte contro il governo Meloni e tutti i complici della Nato, dei sionisti e della UE!
SOTTOSCRIVI PER LE SPESE LEGALI
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intestato a Mariangela Nasillo
Causale: solidarietà a Gianluca Marinai

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