Pubblichiamo l’intervista che una lavoratrice iscritta Cgil ha rilasciato all’Agenzia Stampa dopo aver partecipato a un picchetto promosso dal Si Cobas in occasione dello sciopero generale del 3 ottobre.
L’intervista è utile perché mette al centro il significato dell’unità sindacale di cui oggi i lavoratori hanno bisogno per portare avanti la lotta contro la complicità del governo Meloni con il genocidio del popolo palestinese e le ripercussioni nelle lotte che i lavoratori organizzati portano avanti nei propri posti di lavoro.
Questa testimonianza rappresenta un esempio positivo di come abbattere gli steccati sindacali e costruire l’unità dipende dai lavoratori che si organizzano e si mobilitano per farlo.
Buona lettura
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- Quale è il ruolo dell’Interporto che avete bloccato il 3 ottobre nel traffico di armi?
Dietro l’apparente normalità delle aree logistiche e industriali dell’hinterland della città in cui vivo si nascondono i terminali operativi della macchina da guerra imperialista. Quello che il 3 ottobre è stato bloccato dal Si Cobas rappresenta uno snodo cruciale, perché è uno degli hub più importanti del nord Italia per la movimentazione delle merci trasportate dalla multinazionale danese Maersk, coinvolta nel trasporto di armamenti verso Israele e oggetto di una campagna internazionale di boicottaggio.
Proprio lì, nell’indifferenza delle istituzioni e nell’inconsapevolezza dei cittadini, passano e vengono stoccate merci che arrivano dai porti del Tirreno, come quello di Genova e Livorno, e sono dirette verso altri interporti rappresentando vere e proprie arterie della catena di approvvigionamento militare.
Si tratta in sostanza di corridoi logistici che sono complici attivi del genocidio in corso in Palestina.
- Perché una lavoratrice iscritta alla CGIL ha deciso di partecipare a un picchetto promosso e organizzato da un’altra organizzazione sindacale?
In primis perché penso che quando un’iniziativa è giusta è necessario sostenerla, a prescindere dalla sigla sindacale che l’ha organizzata. La parola d’ordine dello sciopero del 3 ottobre era “Blocchiamo tutto” in solidarietà alla Flotilla, ma anche e soprattutto per dimostrare coi fatti che noi lavoratori del settore non vogliamo essere complici del genocidio come lo sono le multinazionali che trasportano armi e il governo Meloni che glielo permette.
A questo si lega il secondo motivo che mi ha convinta a sostenere il picchetto, che è l’esempio dato dalla mobilitazione dei lavoratori portuali di Genova, ovviamente del Calp, ma anche di quelli iscritti alla Cgil, che nei mesi scorsi hanno spinto il sindacato a bloccare il porto per impedire il carico di materiale bellico sulle navi. Secondo me è stato un bel esempio per i lavoratori iscritti Cgil che vogliono dare il loro contributo per opporsi alla guerra, perché ha dimostrato che quando un gruppo di lavoratori traccia la linea e si mobilita per attuarla il sindacato è costretto a mobilitarsi se vuole tener fede al suo ruolo.
L’ultimo motivo che mi ha spinta a partecipare, che forse è stato anche il più importante, è che al picchetto erano presenti tanti lavoratori iscritti Si Cobas dell’azienda in cui anche io lavoro. Era la prima volta che un lavoratore iscritto alla Cgil partecipava a un’iniziativa del loro sindacato e questo ha generato reazioni e ha aperto una discussione che è continuata i giorni dopo a lavoro. Questo picchetto ha rappresentato la prima lotta che abbiamo condiviso, ma anche la prima occasione in cui ci siamo potuti confrontare sui problemi che ci troviamo ad affrontare tutti i giorni, ognuno per la propria mansione che però si intreccia inevitabilmente con quella degli altri, nonostante all’interno della nostra azienda, come in molte altre, il lavoro è scientemente spacchettato tra interni e esternalizzati, apposta per alimentare la divisione tra lavoratori. È stata occasione per cominciare a costruire un rapporto di fiducia basato sull’appartenenza di classe, sulla consapevolezza che io e loro, anche se siamo iscritti a sindacati diversi e siamo anche formalmente assunti da aziende diverse, siamo dalla stessa parte.
- Perché pensi sia importante promuovere, anche dal basso, l’unità sindacale?
Come accennavo sopra in tanti posti di lavoro, come anche nel nostro, esiste la divisione tra personale diretto e in appalto, a cui spesso corrisponde anche una divisione sindacale. Questo oltre a generare concorrenza tra organismi sindacali a volte alimenta la divisione tra i lavoratori che, nonostante vivano gli stessi problemi, sono portati a farsi la guerra anziché solidarizzare. È evidente però che questo giova solo a chi da questa divisione trae profitto, non certo ai lavoratori che spesso, fidandosi dei propri datori di lavoro o del proprio sindacato, accettano il peggioramento delle condizioni di lavoro e quindi anche di vita, additando chi invece, lottando, impedisce che ciò accada.
Questa premessa per dire che secondo me promuovere l’unità sindacale è quello che manca per far fronte allo spezzatino di contratti, condizioni economiche e alla compartimentazione degli operai dentro ai posti di lavoro. Ed è quello che manca anche per legare tutti i lavoratori che sia il 22 settembre che il 3 ottobre hanno aderito agli scioperi e ai blocchi per fermare la complicità del governo Meloni col genocidio in Palestina e che continuano a mobilitarsi.
Io sono convinta che la mobilitazione dei lavoratori che si è sviluppata negli ultimi mesi contro la guerra abbia aperto una strada per unire ciò che la concorrenza sindacale tiene diviso. Penso che abbia mostrato a tutti i lavoratori che il nemico non sono i colleghi, i lavoratori diretti o degli appalti, ma il governo servo degli imperialisti Usa, sionisti ed europei che elimina servizi per investire miliardi per la guerra.
Se prima ero sicura del fatto che l’unità sindacale fosse necessaria oggi vedo che è possibile, a patto che siamo noi lavoratori a costruirla. Partecipare al picchetto del 3 ottobre a fianco dei lavoratori del Si Cobas è la strada che si è aperta a me e agli altri miei colleghi per avanzare verso questo obiettivo. Attraverso la costruzione di rapporti di fiducia che ci permettano di portare avanti uniti battaglie comuni come quelle contro la guerra, e rapporti di solidarietà che ci permettano di sostenere le battaglie di ogni categoria di lavoratori presente nel nostro posto di lavoro, a prescindere dal sindacato che le ha promosse.





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