Il 5 e il 6 settembre abbiamo partecipato ai lavori del Forum “Addio alle armi”, la tradizionale “Altra Cernobbio” promossa da Sbilanciamoci in concomitanza con quello che era il Forum Ambrosetti, rinominato Teha, Lo scenario dell’economia e della finanza. Quest’anno, XV edizione, l’organizzazione è stata condivisa con la Rete italiana Pace e Disarmo e con la collaborazione dell’Arci, della Cgil e altri organismi.
A questo link, il canale Youtube di Ecoinformazioni, è possibile rivedere gli interventi del Forum.
Entrambe le giornate sono state ricche di interventi, di spunti e proposte di mobilitazione: per una sintesi complessiva rimandiamo al comunicato di conclusione dei lavori.
Oltre all’analisi sulle cause della Terza guerra mondiale in corso, alle manifestazioni e alle responsabilità del coinvolgimento diretto dell’Italia, alle riflessioni sulla necessità di sviluppare la mobilitazione contro il riarmo e l’economia di guerra, sono emersi tre aspetti di carattere politico su cui ci soffermiamo, in ordine di importanza crescente.
1. Lo scollamento fra l’associazionismo cattolico-progressista e della sinistra borghese con i partiti del Polo Pd delle Larghe Intese. Vari interventi hanno messo l’accento sulla “corresponsabilità della sinistra” italiana ed Europea rispetto al corso delle cose. Chi ha messo l’accento sull’inadeguatezza della proposta politica alternativa, chi sulla vera e propria sottomissione alle politiche imposte da Usa, sionisti e Ue… neppure la partecipazione di alcuni esponenti di rilievo del “campo largo” ha intaccato il malumore e la sfiducia verso la politica borghese e il suo teatrino.
Non sono stati particolarmente convincenti Fratoianni, Bonelli, Acerbo e la senatrice Maiorino del M5s, ma è con l’intervento di Elly Schlein che “la frattura” è emersa con chiarezza.
Intervenuta in presenza il 6 settembre (non sappiamo se prima o dopo intervenire al Forum Ambrosetti), ha esposto le proposte del Pd a una platea che da due giorni discuteva del contenuto e delle forme della mobilitazione contro guerra e riarmo, affermando la necessità del “riarmo comune europeo, anziché il riarmo di ogni singolo Stato… perché sarebbe un risparmio di risorse economiche” (!).
Se uno degli intenti del Forum era di raccogliere la disponibilità degli esponenti politici del campo largo a sostenere e alimentare il movimento popolare contro la Terza guerra mondiale e il riarmo, l’obiettivo è stato formalmente raggiunto, ma in termini di contenuto anche il Forum è stato una dimostrazione della strumentalità con cui il Pd continua a porsi verso tutti gli slanci pacifisti, democratici e progressisti: manipolarli a fini elettorali e voltare le spalle nei momenti decisivi.
b. La spinta alla mobilitazione e gli sforzi – almeno a parole – affinché la mobilitazione sia la più unitaria possibile. Da molti interventi è emersa la necessità di sviluppare la mobilitazione popolare. Una valutazione positiva, in generale, è stata data dalle manifestazioni che si sono svolte nella scorsa primavera (in particolare quelle del mese di giugno: 7 giugno a Roma in solidarietà al popolo palestinese, 15 giugno a Marzabotto, 21 giugno a Roma contro il riarmo) ed è stato messo in evidenza che, al netto delle manifestazioni nazionali, il paese è in mobilitazione permanente da almeno un anno e mezzo, considerando la miriade di iniziative territoriali e locali.
La questione politica rilevante, tuttavia, è stata il riconoscimento della necessità di unire tutte le forze e a questo proposito alcuni interventi – ha spiccato su tutti quello del presidente dell’Arci, benché non fosse l’unico – hanno posto elementi di autocritica rispetto alla necessità di superare “gli steccati” e le consuetudini che lo stesso associazionismo “di sinistra” ha costruito nel corso del tempo, limitando, se non escludendo, spazi di convergenza con il più ampio movimento popolare.
“Siamo in una situazione di emergenza e servono soluzioni straordinarie” – ha sostenuto – compresa la capacità di riconquistare un ruolo positivo verso le ampie masse e la loro mobilitazione – “pena il rischio che venga definitivamente compromesso il nostro ruolo e la nostra funzione”.
c. La spinta a passare dalla teoria alla pratica, dalle parole ai fatti. A questo propositoAlex Zanotelli ha fatto l’intervento più chiaro e risoluto. “Non può esserci sbocco (alle analisi e alle proposte che sono emerse dagli interventi – ndr) se non ci si interroga su quanto ognuno di noi è disposto a mettersi in gioco e pagare in prima persona per gli ideali che professa, come stanno facendo quelli della Global Sumud Flotilla.
Serve un sussulto della resistenza non violenta e della disobbedienza civile. Come i giovani di Ultima Generazione e come i portuali del Calp.
Bisogna resistere, dare corpo alla resistenza, altrimenti qui siamo a fare chiacchiere.
Bisogna trovare la strada per rilanciare in grande l’obiezione fiscale e superare i limiti di ideazione che oggi la bloccano. Bisogna rilanciare in grande l’obiezione di coscienza professionale, dando sbocco a quello che stanno già facendo i portuali e i ferrovieri: bisogna entrare nei posti di lavoro. Serve una campagna articolata per togliere i soldi alle banche armate. Bisogna sostenere in toto le attività del Bds. Bisogna andare in tutti i porti per cercare lavoratori disposti a fare come fanno a Genova e Ravenna. La legge 185 (il divieto di vendita di armi a paesi belligeranti) è sotto attacco ed è elusa sistematicamente.
Bisogna monitorare i soldati israeliani che vengono in vacanza in Italia e denunciare le autorità italiane che li coprono, bisogna farli arrestare tutti come anche i soldati israeliani con doppia cittadinanza che rientrano in Italia.
Come vedete di cose da fare ce ne sono molte. La questione è: vogliamo continuare a parlare o iniziamo a metterci in gioco per realizzarle?”.
Sono stati anche altri gli interventi rilevanti, da più parti è emersa la necessità di costruire un legame con i lavoratori, con la classe operaia, e complessivamente è stato un dibattito che ha fatto emergere i sommovimenti nel variegato e ampio “mondo pacifista” italiano.
Quando si è svolto il Forum, il 5 e il 6 settembre, da Genova era già arrivato forte e chiaro il segnale lanciato dai portuali del Calp il 31 agosto: “siamo disposti a bloccare tutto”, ma non era ancora stato proclamato lo sciopero generale del 22 settembre.
Sono stati molti, alcuni indiretti e altri meno, gli interventi volti a spronare la Cgil – ben rappresentata da due Segretari generali di categoria (Malorgio della Filt e Minnini della Flai), un membro della Segreteria nazionale, il Segretario della Cgil Piemonte e la Segretaria della Cgil Lombardia – a proclamare lo sciopero generale contro il genocidio in Palestina, il riarmo, l’economia di guerra e il coinvolgimento dell’Italia nella Terza guerra mondiale.
Benissimo che la Cgil abbia infine proclamato lo sciopero “più o meno generale” per il 19 settembre, tuttavia NON ha raccolto l’invito a convergere sulla data del 22 settembre per fare un passo concreto nella traduzione pratica della riconosciuta necessità di bloccare il paese.
Per quanto riguarda il P.Carc era la prima partecipazione al Forum e si è trattato di un avvicinamento e una conoscenza più approfondita di una parte consistente di quel “vasto movimento pacifista italiano” di cui sopra. Non abbiamo relazioni correnti e strette con nessuna delle associazioni i cui portavoce o i cui responsabili sono intervenuti. Tuttavia riteniamo giusto – coerente con i tempi e con la situazione – lanciare loro l’appello ad aderire pubblicamente, a sostenere e a partecipare allo sciopero del 22 settembre e tutte le iniziative che città per città saranno messe in atto per bloccare le aziende, le merci e la circolazione.
Questo non vuol dire affatto boicottare lo sciopero promosso dalla Cgil – una volta convocato, è bene che ci sia e che contribuisca alla mobilitazione più generale – vuol dire invece rompere gli indugi e fare un passo concreto per portare i ragionamenti, le analisi, le proposte e le prospettive sul piano della pratica anziché confinarle al piano della teoria.
Ha ragione Zanotelli: non può esserci sbocco, se non ci si interroga su quanto ognuno di noi è disposto a mettersi in gioco e pagare in prima persona per gli ideali che professa.





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