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[Siena] Ex Beko: ripartiamo dai fatti e non dalle chiacchiere

Federazione Toscana by Federazione Toscana
Settembre 3, 2025
in Senza categoria
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Come sezione di Siena-Valdelsa del P.CARC sentiamo la necessità di prendere posizione sulla polemica che da giorni sta infiammando i social in merito alle voci sull’interessamento di Leonardo al sito Beko di Viale Toselli a Siena; non si tratta di una questione etica o morale: per noi un eventuale arrivo di Leonardo rappresenterebbe un problema politico.

Questo perché un insediamento di un sito produttivo di questo gruppo militare-finanziario è una scelta che verrebbe da un governo, quello capitanato da Meloni, che si è caratterizzato per il carovita alle stelle, la repressione e la mano libera a multinazionali (come Beko) e fondi di investimento, un governo che spinge sul riarmo operando in perfetta continuità con i governi tecnici bipartisan e gli altri partecipati dal PD: come chi li ha preceduti, sta continuando il processo di deindustrializzazione e militarizzazione del nostro paese. Leonardo, così come Invitalia, sono soggetti statali e con soggetti, come Cingolani, che ne ricoprono ruoli importanti in ogni stagione e con ogni governo; questo dimostra che, anche all’interno di una società capitalista come la nostra e con un governo simile, c’è ancora spazio per un intervento pubblico. Quindi la vertenza Beko, e non solo, si può risolvere.

Da comunisti e quindi materialisti dialettici riteniamo si debba partire dai fatti e dal loro legame con il resto della realtà per fare un’analisi concreta della questione. La prima cosa che rileviamo è che tutto questo dibattito si basa su niente di concreto, su un’indiscrezione non verificata né confermata. Riteniamo che questa notizia arrivi proprio ora come una mela avvelenata lanciata da qualcuno che aveva necessità di irrompere nel pieno della campagna elettorale e spaccare il fronte di lotta, scatenando l’ennesima guerra tra poveri: cosa che, a guardare quanto accade sui social (anche a quelli diamo il giusto peso..), è riuscita benissimo. E così, mentre in tanti si perdono a discutere della Leonardo e a tifare pro o contro, siamo arrivati a settembre, ovvero a tre mesi esatti dalla chiusura dello stabilimento e a parte le promesse, le buone intenzioni e la propaganda, in mano i lavoratori Beko e i cittadini senesi non hanno nulla.

Tornando ai fatti vogliamo chiedere direttamente agli operai Beko, che conoscono come le tasche la “loro” fabbrica, alcune questioni nel caso andasse in porto questa operazione con Leonardo: quanta sicurezza hanno che l’arrivo di una produzione così particolare (sia essa bellica o “dual use) sia adatta alle loro competenze professionali? Leonardo secondo loro sarà disposta ad affrontare tempi e costi necessari per riqualificare lavoratori di una certa età per un lavoro che nulla c’entra con quello svolto finora? Quanti dei 299 operai verrebbero riassunti, stante la necessità di trovare anche nuove figure anche professionali (ingegneri, tecnici, commerciale “particolare”)? Infine, chi si prenderà la responsabilità in caso di incidente o, peggio, di un attacco (una fabbrica simile diventerebbe automaticamente un bersaglio), tenendo conto della posizione del sito e della totale assenza di infrastrutture adeguate per determinate tipologie di trasporti? Queste sono le domande sui fatti concreti da fare e farsi su una eventuale acquisizione da parte di Leonardo, a nostro avviso. E le risposte, sempre a nostro avviso, ci portano a pensare che non si prospetterebbe niente di buono per i lavoratori Beko, almeno per la maggior parte di loro.

I lavoratori e le lavoratrici non possono e non devono spaccarsi su una voce e, al contrario, devono alzare il loro livello di coscienza di classe in modo da far avanzare ulteriormente la propria lotta. È oggettivamente sbagliato accettare supinamente qualunque scelta calata dall’alto, al grido “basta che si lavori”. Così come è oggettivo che oggi si continui a parlare di Beko grazie alla lunga lotta degli operai supportati dalla cittadinanza, dalle contrade, dagli studenti: è una relazione dialettica che non si può interrompere. Oggi quasi tre italiani su quattro sono contro la guerra al punto che perfino il governo Meloni e il PD sono costretti a balbettare qualcosa (e fare poco o nulla) contro il genocidio in Palestina per esempio; appoggiare una scelta calata dall’alto senza neanche fare un’analisi della situazione reale, può solo danneggiare una lotta che vive grazie anche all’appoggio delle masse popolari senesi. Inoltre, un altro tipo di riconversione industriale, o meglio ancora il mantenimento della attuale tipologia di produzione, siamo sicuri che incontrerebbe il favore, la solidarietà e il sostegno di migliaia di altri lavoratori, studenti, cittadini e contradaioli.

Accettare tutto purché si lavori significa essere disposti a cedere a qualunque ricatto e i sindacati, in primis la FIOM, devono abbandonare questa posizione profondamente arretrata e non fare da sponda in alcun modo a questi ragionamenti.

Il ricatto, che effettivamente non c’è oggi perché si sta parlando solo di una voce, è già pronto sul piatto. A quello vero si arriverà automaticamente tra tre mesi, quando scatterà la data di chiusura: senza il protagonismo dei lavoratori, anche questi tre mesi passeranno e allora sì che si arriverà a dover accettare qualunque cosa, che sia Leonardo, lo “spezzatino” o il dover accettare il nulla di fatto con l’ennesimo rinvio di chi per interessi economici e personali gioca con le vite dei lavoratori, e la chiusura definitiva.

Ha torto la FIOM quando dice che il problema non è la produzione bellica ma chi attua politiche guerrafondaie: farsi trascinare in questo dibattito, accodarsi a FIM e UILM nella guerra tra poveri e nello spartirsi le miserie è fuorviante, e poi come si giustifica una simile posizione il giorno dopo il Digiuno per Gaza? Significa far esplodere la contraddizione tra lo scendere in piazza per la pace e per la Palestina e accettare nei fatti di diventare complici della spesa militare, aumentata al 2% e poi al 5% del PIL a danno della spesa sociale. La FIOM e i lavoratori devono spingere perché si conservi e si migliori quello che si ha, non dare campo a scelte di cui tutti si pentiranno quando i guerrafondai al governo costringeranno i figli dei lavoratori e le masse popolari ad utilizzare quanto viene prodotto dalle nostre fabbriche per massacrare altri operai e altri giovani: alla faccia di oltre un secolo di protagonismo nel movimento pacifista della CGIL, che durante la Seconda Guerra Mondiale dalla clandestinità insieme al CLN guidava gli operai nelle azioni al sabotaggio delle industrie di armi…

La vicenda della ex GKN di Campi Bisenzio (FI) dimostra che i lavoratori hanno le capacità e l’autorevolezza di poter portare da soli avanti un’azienda attraverso un loro piano industriale. È questo l’esempio da seguire. E allora, a tre mesi dai licenziamenti, dopo estenuanti trattative che si sono tradotte in attendismo circondato di promesse ad ora inconcludenti, forse è arrivato il momento di smetterla di parlare di reindustrializzazione ma chiedere al governo che ha fatto togliere tranquillamente le tende alla Whirlpool lasciandosi dietro i becchini turchi, di mettere i soldi per continuare la produzione dei congelatori, come si accetterebbero i soldi del governo per l’avviamento delle attività di Leonardo. In questa grande lotta, il limite più grande che individuiamo (e lo diciamo anche in termini autocritici) è quello di non aver saputo individuare, proporre e imporre un’alternativa vera: i congelatori di Siena potrebbero fornire il settore della camperistica della Valdelsa, le mense scolastiche e universitarie, gli ospedali, le strutture ricettive, le aziende… E proprio dall’esempio degli operai GKN e del suo Collettivo di Fabbrica, che sono stati supportati da tecnici e specialisti, sarebbe dovuto partire Montanari, che, anziché entrare solo oggi nella discussione e fare paternali a tempo scaduto, avrebbe potuto utilizzare la sua posizione per mettere l’università senese, con i suoi tecnici, professori e ricercatori, al servizio dei lavoratori e della città per la realizzazione di un progetto di reindustrializzazione. Avrebbe potuto in questo modo contribuire a dimostrare che le masse popolari e i lavoratori sono in grado di prendere in mano il futuro del paese e impedire il teatrino, fatto di voci, promesse, riunioni e rinvii, a cui oggi assistiamo.

La questione è squisitamente politica e per arrivare a una soluzione riteniamo necessario cacciare il governo Meloni, ma non per sostituirlo con un altro governo tecnico o del cosiddetto campo largo, che ogni giorno di più assomiglia a un circo dove ci sta dentro di tutto, da Renzi a Conte purchè sbuchi una poltrona per ognuno. Dobbiamo organizzarci per imporre un Governo di Emergenza che faccia davvero gli interessi delle masse popolari e che decida cosa e come produrre basandosi esclusivamente sulle esigenze delle masse popolari, con l’impiego delle risorse necessarie che, stando a quanto vuole spendere il governo nel riarmo per seguire i diktat di NATO e UE, di certo non mancano. È necessario un Governo che, basandosi sulle parti più avanzate della Costituzione, garantisca a tutti un lavoro utile e dignitoso, assegni a ogni azienda compiti produttivi secondo un piano nazionale ed elimini tutte quelle attività e produzioni inutili e dannosi per l’uomo e per l’ambiente, che dia seguito pratico al protagonismo dei lavoratori e popolare e sia loro espressione compiuta.

Che fare nell’immediato? Riteniamo un punto cruciale della lotta l’incontro con i candidati alle elezioni regionali delle larghe intese, Giani e Tomasi, previsto il 17 settembre: bisogna portare la battaglia per i posti di lavoro al centro della campagna elettorale. Non bisogna permettere di ripetere le sfilate che, da centro destra, Urso, Michelotti e Fabio hanno fatto durante la campagna per le amministrative mentre al campo largo del PD e del M5S bisogna ricordare che, nonostante anni di governo nazionale e regionale, nulla hanno fatto per impedire la deindustrializzazione della fabbrica, della nostra regione e per migliorare le condizioni dei lavoratori e delle masse popolari. Ora più che mai è necessario incalzare i candidati alla poltrona perché non saranno sostenibili, per nessuno di noi a prescindere dalla condizione attuale, altri cinque anni di politica asservita agli speculatori, ai guerrafondai e agli agenti del capitalismo.

Il 17 settembre è necessario andare all’incontro facendo richieste concrete, a partire dall’attuazione della legge regionale sui consorzi industriali, approvata grazie alla lotta dei lavoratori GKN, e valorizzando il sito e il territorio con quello che si ha già: un sito che produce frigoriferi a pozzetto e una Valdelsa che spicca a livello nazionale per la produzione di camper.

AD OGNI ADULTO UN LAVORO UTILE, AD OGNI INDIVIDUO UNA VITA DIGNITOSA, AD OGNI AZIENDA QUANTO SERVE PER FUNZIONARE!

UNITI NELLA LOTTA AL FIANCO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI EX BEKO!

P.CARC sezione Siena – Valdelsa

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