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Intervista a Nicoletta Dosio del Movimento No Tav

Teresa Noce by Teresa Noce
Agosto 21, 2025
in In breve
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Nel nostro paese un movimento di massa contro la Terza guerra mondiale sta muovendo i suoi passi con continuità. È un movimento eterogeneo e contraddittorio, ma in definitiva è l’unica soluzione positiva alla spirale in cui le Larghe Intese stanno trascinando il paese. È un movimento che vive già di alcuni slanci e che fa emergere, anche, tutte le questioni ideologiche che in un modo o in un altro ne ostacolano lo sviluppo.
Attingere dal movimento che più di ogni altro ha contribuito a tenere viva e alimentare la mobilitazione, con caparbietà, con decisione, con combattività e anche fantasia, è l’obiettivo che ci siamo dati nell’incontrare Nicoletta Dosio che di quella “impresa collettiva” è una testimone e un’artefice. Pensiamo sia utile riprendere l’esperienza del Movimento No Tav che è un esempio vivo di quello che può diventare il movimento unitario contro la Terza guerra mondiale di cui c’è bisogno.
Pertanto, a inizio luglio abbiamo intervistato Nicoletta Dosio, da poco libera dai domiciliari a cui era stata condannata per “il blocco dell’autostrada” del 3 marzo 2012.
Ne è nato un lungo scambio, necessariamente lungo, che mostra quanto quest’esperienza debba obiettivamente essere “tradotta nella propria lingua” territorio per territorio, ma la cui trentennale azione travalica i propri confini valligiani. È un patrimonio collettivo che alimenta la militanza di generazioni che vogliono resistere e cambiare il mondo.
Ogni lotta ha prerogative e peculiarità proprie, ma porta in dote elementi universali. Quanto accaduto e quanto avviene in Val di Susa non è un unicum irripetibile a cui guardare con la fascinazione tipica di un evento straordinario. Lo è, certamente, ma la sua forza principale risiede negli insegnamenti – e le conferme – che essa stessa ha prodotto e produce e che possono, devono essere applicati altrove. Ciò concorre a rendere ogni andata in Val di Susa anche un ritorno.
Inoltre, il contributo di Nicoletta Dosio aiuta a chiarire la centralità, insostituibile, del carattere collettivo della mobilitazione No Tav senza farsi legare le mani dalle regole e dalle prassi del nemico. Dal reperimento delle informazioni e loro diffusione, all’organizzazione capillare della resistenza fino al come fare fronte a delegittimazione e repressione profuse dal nemico. Ogni aspetto particolare è collettivo, è popolare. Per quanto ogni movimento spontaneo delle masse popolari viva, fisiologicamente, di “alti e bassi” non è un caso che i momenti di maggior picco siano stati quelli caratterizzati dall’estensione, quantitativa e qualitativa, del carattere popolare della lotta. Dalla valorizzazione di tecnici ed esperti, passando per le Amministrazioni comunali “partigiane” in loco fino all’enorme rete nazionale con altri comitati: il Movimento No Tav ha posto con forza la nuova governabilità del territorio. È questo un lascito quanto mai essenziale oggi, nel mentre infuria la Terza guerra mondiale. Infatti, di governo del paese è ciò di cui non soltanto dobbiamo trattare ma soprattutto “fare”.
Dalla Val di Susa fino alla Stretto di Messina: il futuro è nelle mani delle masse popolari organizzate!

***

Nicoletta, il mondo dei padroni è letteralmente in fiamme e serve ragionare di obiettivi di riscossa. Per iniziare, che riflessioni hai?
Guardo come vanno le cose e mi rendo conto che a volte può sembrare che non c’è più nessuna speranza. Il rischio è finire in balìa del senso di impossibilità di poter cambiarle. La gente che protesta c’è, la forma, le parole e le idee ci sono, ma tutto sembra perdersi contro le leggi e le norme che tolgono agibilità.
Prendiamo l’ultimo Decreto sicurezza. In tanti si scandalizzano, ma in definitiva è solo la ratifica di quello che qui in Val di Susa avviene da sempre. Hanno sperimentato su di noi, come ad esempio per i blocchi stradali per i quali ci hanno arrestati. Io stessa mi sono fatta un anno di carcere per un blocco che in realtà un blocco non era. Al contrario, avevamo aperto i caselli dell’A32, la Torino – Bardonecchia.
Dana Lauriola si è fatta due anni per questo e altri 10 compagni hanno avuto pene diverse. Perché due anni a Dana? È una scelta. Io portavo lo striscione e basta, lei parlava al megafono. Con il D.L. Sicurezza assistiamo a un peggioramento della situazione: c’è la distinzione tra chi partecipa ad un’azione e chi la dirige ed è esattamente ciò, nel senso che chi parlava al megafono, secondo le forze repressive, era chi aveva architettato il tutto. Hanno questa visione gerarchica della realtà. E invece non era (è) vero, spesso parla al megafono chi ha più voglia di parlare al momento: tra l’altro, in quell’occasione avevo parlato anch’io al megafono senza contestarmelo e mi sono quasi arrabbiata per questo.
Tutto ciò è stato sperimentato su di noi, fin dall’inizio. Il processo “Sovrano” si basava su quest’idea. Seppur vinto in primo grado a marzo 2025 contro il teorema di associazione a delinquere imbastito dalla Procura di Torino verso il Movimento No Tav, non è finito. Rappresenta l’ultima tappa di una percorso che è partito con il famoso pool di procuratori e giudici figli adottivi dell’ex magistrato Giancarlo Caselli1.
Ma poi penso che nel nostro paese ci sono stati anche momenti più bui, più duri. E ci si è organizzati. Anche quando sembra che non ci sia niente da fare, anche quando i tempi sono veramente bui, se qualcuno lo coltiva il seme sboccia. Se così non fosse, ci penso, saremmo ancora ai tempi del fascismo.
Anche adesso in tanti dicono che non c’è niente da fare, e magari ne sono convinti, se ne convincono, però se si pensa a quei tempi veramente bui, dove la polizia reprimeva tutto e non si poteva neanche scioperare, che bastava niente per perdere il lavoro e fare la fame… allora mi rendo conto che non è affatto vero che non c’è niente da fare.
Siamo un po’ abituati a pensare alle mobilitazioni con uno sguardo rivolto solo al futuro, agli obiettivi da raggiungere. Va bene, ma penso che sarebbe utile guardare anche al passato, a ciò che le lotte pregresse ci lasciano in eredità perché ci dicono dove abbiamo sbagliato; ci dicono gli errori che non dobbiamo più commettere. Questa è la base materiale, la condizione, per il futuro radioso che vogliamo costruire, ma quel futuro radioso è oggi, comincia oggi.
Inoltre, lottare è necessario ma gli obiettivi non ci vengono serviti su un piatto d’argento. Bisogna mettersi in gioco e farlo costa fatica e mettersi in discussione; impone di fare i conti con la realtà. Costringe a fare delle scelte. Bisogna imparare a essere coerenti, essere disposti a trasformarsi per essere all’altezza degli obiettivi che vogliamo raggiungere. Non c’è nessuna possibilità di prendere la via più facile, perché la via più facile non c’è.
Quando prendi una strada devi ponderarla perché non c’è nessuna possibilità di pentirti della strada che hai scelto.
Pertanto oggi bisogna ricostruire un tessuto di azione concreta, di pratica politica, ma non si può fare se non si definisce da che parte vogliamo andare… Lo so che la parola rivoluzione è grande e impegnativa, ma non credo ce ne sia un’altra per indicare la questione: bisogna ribaltare la situazione.
Quindi: momenti bui e momenti duri ce ne sono sempre stati, quello che ci si prospetta davanti non è facile, ma è inevitabile. Altre strade non ce ne sono. Non sono tanto per sognare “il mondo che verrà”, bensì per imparare dal passato al fine di mettere bene a fuoco ciò che serve fare qui adesso.

E cosa emerge dall’esperienza del Movimento No Tav?
Emergono tante cose perché è una storia lunga e ricca. Penso che la cosa principale è questa: il Movimento No Tav ha dimostrato che è possibile, che si può fare. L’ho visto con i miei occhi. Ci sono stati tanti momenti importanti, tanti snodi, ma ho proprio chiaro quel sentimento e quel clima che si respiravano alla “Libera Repubblica della Maddalena”2 in Val Clarea. Quel presidio è stato un angolo di mondo conquistato e liberato, attraversato da esperienze da tutta Italia e anche dal mondo, dai palestinesi ai mapuche della Patagonia cilena. Mi ricordo infatti, tra il 2007 e il 2008, questa donna mapuche che ha fatto migliaia di km per insegnarci come fare a creare un punto per la purificazione dell’acqua utilizzando determinate piante. Questo è il valore formativo e comunitario della lotta, che non è solo cultura libresca, ma cultura pratica. Attiene anche al senso di responsabilità verso gli altri.
Ma come dicevo è una storia lunga e ricca. Abbiamo fatto tesoro della scottatura della costruzione dell’autostrada A32 , la prima grande opera distruttiva realizzata in Valle.

Ce ne parli?
Completata nel 1994, dagli anni ‘80 la costruzione dell’A32 è stata la gallina dalle uova d’oro per la ‘Ndrangheta, insediandosi in pianta stabile in Valle. Sono stati anni costellati da episodi incredibili, senza però riscontri. Per capirci, a San Giorio c’è un ponticello di pietra e un giorno un anziano cosa trova (sul) sulla spalletta del ponte? Una valigetta piena di assegni firmati in bianco. Consegnata ai Carabinieri, di questa valigetta non se ne seppe più nulla. Funzionava così il sistema delle mazzette.
Nonostante all’epoca esistessero già comitati che si opponevano, l’A32 è stata un’opera realizzata con il consenso della gran parte della popolazione anche se era chiaro che non c’era niente di “progresso”, bensì tanto di speculazione distruttiva. Ad esempio, c’era una frazione che avrebbe dovuto essere rasa al suolo per far spazio all’autostrada e quindi avevamo organizzato un comitato. La cosa fece scandalo, con i proprietari dei terreni che si opponevano agli espropri. Era la prima volta che succedeva.
La lotta ha sì riscosso qualche risultato, come nella frazione di San Pietro in Valle dove al posto di radere al suolo le case è stata realizzata una galleria, ma si sono accaniti su Bussoleno, trasformato in un “anello di congiunzione” dei cantieri che hanno devastato l’economia agricola della bassa Valle.
Avviare più cantieri contemporaneamente, oltre a riciclare denaro sporco con il cemento, è una tattica che gli speculatori usavano già per cercare di frammentare il movimento di protesta: si è costretti a correre di qua e di là sul territorio anziché concentrarsi tutti contro un unico obiettivo.
E poi, oltre il danno anche la beffa. Abbiamo verificato cosa trasportassero i tanti camion che passavano dal nuovo tracciato. Vi abbiamo trovato balle di fieno, frutta, verdura e generi alimentari. Hanno devastato il territorio e distrutto la produzione locale per costringerci ad andare a comprare le stesse cose, che arrivano dalla Francia, al supermercato.
In definitiva, possiamo dire che la Valle è stata educata sulla propria pelle a capire che cosa voleva dire il dominio di queste mega infrastrutture che, nonostante le chiacchiere, andavano e vanno solo a vantaggio di chi le costruiva e di chi le gestiva. Inoltre, quest’esperienza ci ha educati anche a non avere troppa fiducia nella grandi associazioni ambientaliste certificate dalle istituzioni che si preoccupavano che la realizzazione dell’opera fosse “la più ecologica possibile”. Ecco, in Val di Susa abbiamo l’autostrada ecologica perché realizzata con l’assenso e la collaborazione degli “ecologisti”.

È facile immaginare come tutte le promesse di progresso e sviluppo, invece, siano state mantenute…
Uno dei risultati più importanti avrebbe dovuto essere la ricaduta sui posti di lavoro. Che infatti c’è stata, ma opposta alle previsioni e alle promesse. La Val di Susa ha subito una massiccia fase di delocalizzazione delle aziende: il lavoro utile, pulito e qualificato è stato decimato. Erano rimaste le fonderie e le acciaierie che però hanno chiuso quando tutta la produzione è stata concentrata in Germania.
Adesso, il territorio è disseminato di strutture sotto utilizzate o non utilizzate: aspettano di vedere come si mette con il Tav, le tengono buone per quando sarà conclusa la tratta Torino – Lione… ma la vera questione di fondo è quella bellica.
Agli inizi, ci chiedevamo come mai il tratto di alta velocità che doveva passare in Valle si chiamava Lisbona – Kiev. Perché Kiev? Cosa ci incastra? Cosa parte da Lisbona, passa dalla Val di Susa e arriva a Kiev?
Addirittura, avevamo uno dei nostri che parlava bene russo e una volta ha telefonato al sindaco di Kiev per chiedere se sapesse qualcosa di questa Alta Velocità. Il sindaco e tutta la sua amministrazione sono caduti dalle nuvole, rispondendogli che loro erano completamente assorbiti dalla costruzione dei trasporti interni, ferrovie e metropolitane e non sapevano niente della Lisbona – Kiev. È così anche per il ponte sullo Stretto di Messina, è un’opera bellica e ormai lo dicono apertamente.
Con il tempo, abbiamo compreso quanto le grandi opere siano non soltanto un modo per mangiare soldi pubblici, ma anche un solido strumento dello sviluppo bellico e militare. D’altronde, «la guerra è il maggior affare per i capitalisti», diceva Rosa Luxemburg, «e il maggior danno per per i proletari» che pagano in ogni caso…
La costruzione dell’autostrada è stato un insegnamento per i valsusini: quando si è affacciata la questione del Tav, siamo partiti in pochi, ma tutti avevamo chiaro quello di cui si stava parlando e quale fosse la posta in gioco.

Ma come è nato il Movimento No Tav, quali sono le sue radici?
Qui a Bussoleno, nel 1999-2000 è nato il primo comitato, il Comitato di lotta popolare. Ha avuto un ruolo importante perché ha dato slancio alla costruzione degli altri comitati locali. Questi si relazionavano con le Amministrazioni comunali e facevano da “vedetta”. Abbiamo cercato di allargare il più possibile questo tipo di organizzazione e di partecipazione popolare in ogni zona che poteva essere interessata dai lavori, facendoci aiutare dal professor Cancelli del Politecnico di Torino.
Oggi il Politecnico collabora con l’industria bellica, all’epoca lavorava più che altro su progetti di infrastrutture e Cancelli ci ha dato la possibilità di conoscere e di capire quello che stava succedendo, l’impatto che l’opera avrebbe avuto. Le informazioni ricevute le abbiamo condivise con tutta la popolazione e così i comitati hanno avuto anche un ruolo di formazione. Per poter fare bisogna anche poter sapere, devi sapere per fare, e ci siamo accorti che in effetti la gente voleva sapere, voleva informarsi, voleva capire. Anche questo ha contribuito a creare quel clima, quella situazione, quell’unità che caratterizza il Movimento No Tav. Che poi è stato quello che ci ha permesso di resistere per così tanto tempo alla militarizzazione del territorio e alla repressione della lotta.
Qui non si parlava di guerra, ma la Valle è stata militarizzata come una zona di guerra vera e propria. I controlli ordinari sul territorio erano affidati a contingenti militari… L’abbiamo capito sulla nostra pelle cosa significava “campagna militare”. Infatti, alla Maddalena, il 20 luglio 2011, erano arrivati centocinquanta alpini del 3º Reggimento (Battaglione Susa) appena tornati dall’Afghanistan. Questi militari hanno anche fatto carriera, hanno avuto promozioni e si sono fatti anche uno stemma da attaccare alla divisa per la “campagna in Val di Susa”.
I primi Lince li abbiamo visti qui, a protezione dei cantieri, con le concertine che non erano semplici reti, ma un dispositivo letale di filo spinato utilizzato da Israele. I cantieri del Tav e la Val di Susa erano diventati zona militare, una zona di guerra.

Tu parli del fatto che “loro non smettono mai di progettare”, non si fermano. La grande opera Tav Torino – Lione procede, va avanti, non è stata ritirata ma il movimento popolare l’ha rallentata per trent’anni. Immagino ci sia la consapevolezza di aver animato questa strenua resistenza che ha messo i bastoni fra le ruote a un progetto che, forse, immaginare di bloccare poteva sembrare fuori portata… quindi, se guardiamo complessivamente, il Movimento No Tav non ha “fatto una rivoluzione”, ma ha ottenuto un risultato straordinario: ha dato linfa a tutti i movimenti popolari del paese, è stato un punto di riferimento, ha educato alla lotta…
Io credo che il Movimento No Tav una rivoluzione l’ha fatta. Ha rivoluzionato il pensiero, anche il senso comune, di molte persone. Non è che prima dello sviluppo del Movimento ci fossero così tante persone, anche qui in Valle, così sensibili sulla questione del modello di sviluppo, del modo di vivere, del rapporto con l’ambiente, la natura, la salute… del fatto che lo sfruttamento dei lavoratori non è affatto slegato dallo sfruttamento dell’ambiente.
Inizialmente, l’impatto del Tav sull’ambiente e sulla salute era abbastanza chiaro, pertanto c’era terreno fertile per il Movimento. Ma c’era anche chi pensava che il Tav avrebbe deprezzato i terreni, fatto crollare il valore delle case… faceva un ragionamento prettamente economico, individualista. Tutte le altre problematiche erano per loro questioni secondarie. Ecco, questa cosa è cambiata molto. E a cambiarla è stata la pratica, non le parole, la lotta reale, quel momento in cui non ti tiri indietro, partecipi e la tua forza è il collettivo. Questo movimento l’ho visto nascere.
Al tempo della costruzione dell’A32 eravamo pochi, ma quella consapevolezza si è fatta strada contro il senso di ingiustizia, i soprusi, la violenza che gli abitanti della Valle hanno dovuto subire.
Ricordo lo sgombero del presidio No Tav di Venaus, il 6 dicembre 2005, quando è arrivata la Polizia a devastare tutto, a manganellare le famiglie, a rompere le teste. In verità, quella spinta a non tirarsi indietro si era già presentata prima, al passo del Seghino, sopra Mompantero, il 31 ottobre di quell’anno.
Avevamo saputo che dovevano arrivare le trivelle per fare “i carotaggi”, oltretutto in una zona in cui i carotaggi non servivano a niente. Eravamo agli inizi della mobilitazione popolare, fu una specie di provocazione per tastare il Movimento, vedere fin dove eravamo disposti a spingerci e quanto fossimo risoluti.
Saputa la notizia, avevamo dato appuntamento al Seghino, con i sindaci in prima fila e la gente dietro che li pungolava e li incalzava affinché facessero qualcosa. Per non saper né leggere né scrivere, visto che non ci fidavamo della controparte, una ventina di noi decise di salire a presidiare l’area già alle due di notte. E abbiamo fatto bene! A un certo punto, proprio all’alba, abbiamo visto le colonne di blindati che accompagnavano le trivelle che cominciavano a salire. Che fare? Eravamo proprio pochi: la scelta era fra l’accontentarsi per “aver fatto il possibile” e andarsene oppure fermarsi e fermarli. Abbiamo deciso di fermarli.
Fra di noi, qualcuno si è era portato appresso la motosega, quindi abbiamo costruito una prima barricata. Vedere abbattere quegli alberi mi ha rotto il cuore, ma poi siamo andati a piantarne di nuovi.
Fatte le prime barricate con gli alberi abbattuti, abbiamo iniziato a telefonare a tutto spiano ed è successa una cosa meravigliosa. La gente della Valle ha iniziato a salire su per la montagna. Chi era nelle case sotto dava indicazioni per i sentieri da percorrere e la gente saliva. In poco tempo alle barricate c’era tutta la Valle e un nuovo slogan era partito: «Sul ponte del Seghino, non passa il celerino! Se arriva con l’affanno, picchetta con l’inganno».
E quello, proprio quello, è stato uno dei momenti di cui parlavo, in cui uno decide di esserci, di starci e di andare fino in fondo.
Se ce ne fossimo venuti via quando abbiamo visto la disparità di forze, se avessimo deciso che, in fondo, avevamo già fatto quello che era possibile fare, quello snodo – vero e proprio snodo – non ci sarebbe stato. Invece, abbiamo deciso di resistere e la Valle è salita. C’erano tutti, non solo i compagni e le compagne: partecipava gente che era lontanissima dalla nostra visione del mondo…
A fine giornata, Ltf (Lyon-Turin ferroviaire)3 e Questura avevano dato l’assicurazione che i lavori sarebbero stati sospesi. I sindaci erano i garanti di quest’accordo, convinti di smobilitare. Anche se non eravamo affatto d’accordo, siamo scesi. Alle 22:30, invece, le forze dell’ordine sono salite e hanno fatto piazzare la trivella. Un primo grande insegnamento per noi.
A questa truffa, l’indomani abbiamo risposto occupando per la prima volta l’autostrada. Altra giornata formidabile: la gente si è riversata sulle corsie e persino il prete venne a chiedere se fosse vero che la trivella era stata piazzata.
La risposta della controparte è stata la militarizzazione di Mompantero. Non si poteva entrare o uscire tranne che con la certificazione di essere residenti e ogni volta dovevi mostrare i documenti. Ma non ci siamo persi d’animo, anzi. Con un po’ di ingegno popolare, se non si poteva salire per le vie principali, si andava per i sentieri con il pretesto di portare i fiori alle lapidi dei partigiani. Ci seguivano, ma noi siamo montanari e loro poliziotti tutti bardati ed equipaggiati… si stancavano prima loro.
La lotta popolare ha sempre un risvolto gioioso, giocoso: la gente saliva con i fiori e poi raggiungeva la trivella e portava ceste di carote… «eccoveli i carotaggi!».
La mobilitazione si è poi sviluppata, abbiamo occupato i terreni di Venaus – quelli stessi del presidio dove la polizia massacrò la gente il 6 dicembre 2005 – perché un altro carotaggio avrebbe dovuto essere fatto lì.
A Venaus eravamo presenti già dall’estate prima, in pochi con un tendone che poi è diventato presidio stabile e un punto di riferimento per tutti, con gente che andava e veniva notte e giorno. E Silvano Giai, che era mio marito, andava a cucinare per tutti. Ecco un altro elemento: io penso che il presidio di Venaus è stato un grande esperimento, nel senso che la gente ha sperimentato un modo di vivere diverso. Ad esempio, ha imparato a ragionare e a vivere OLTRE la proprietà privata. In tanti hanno sperimentato che si può vivere insieme in modo migliore del “mio” e del “tuo”, così che ciascuno dà quello che poteva dare e prendeva quello che gli serviva.

Dalle tue parole emerge spesso questa caratteristica del Movimento, questa capacità di mettere e tenere insieme anime e sensibilità diverse, ambienti diversi su un unico obiettivo unitario. Questo è probabilmente uno degli aspetti principali da attingere dall’esperienza del Movimento No Tav…
Sì, ma dico di più. Il Movimento No Tav non è stato “pensato a tavolino”, bensì è nato a opera di un piccolo gruppo di attivisti, ma è cresciuto nei contenuti, nelle forme di lotta, nelle prospettive, in conseguenza alla crescente partecipazione.
Quando inizi a vedere le persone in carne e ossa, quando la decisione di esserci e non tirarsi indietro inizia a diventare di massa… ecco, quello è il contenuto del Movimento.
Ricorderò sempre quei cattolici, anche di destra, perché sebbene apparentemente avessero poco o niente a che fare con “noi”, quando però eravamo su in baita o alla “Libera Repubblica della Maddalena” c’erano anche loro ed erano parte integrante di quelle esperienze. Non solo, nel 2005, partecipavano anche i leghisti che sui muri scrivevano, in piemontese, «Soldati e trivelle fuori dalle palle». Vedevamo arrivare gente con cui non avevamo mai avuto rapporti: una volta è arrivato uno con un carico di letame perché c’erano i soldati a Venaus di là dal rigagnolo che ci separava dai militari. E lui cosa fa? Arriva con questo carico di letame – tra l’altro faceva freddo ed eravamo in mezzo alla neve, ma se il telefono squillava ti alzavi a qualsiasi ora della notte e andavi sotto la neve, era bello – va nel prato e lo scarica davanti ai soldati dall’altra parte.
Poi c’erano anche le signore che dicevano «Ma poveri soldatini, poveri ragazzi» e portavano loro il tè. Allora abbiamo detto «Ma se andassimo a prendere un un po’ di lassativo, lo mettiamo nel tè, questi scappano e noi passiamo dall’altra parte». Ma le signore non volevano nonostante fosse una pratica semplice e non violenta.
Insomma, ci si ingegnava: a un certo punto, avevano impedito di girare travisati e allora, in un’assemblea, mi è venuta un’idea per scherzo e poi invece il Movimento l’ha messa in pratica. Non potevamo metterci i caschi quindi abbiamo indossato i colapasta.
Penso che politicamente quello che abbiamo costruito, visto crescere e sperimentato alla Maddalena fosse anche politicamente più maturo di quanto avevamo sperimentato a Venaus. O meglio, quello che a Venaus esisteva come embrione alla Maddalena era una corrente più consapevole e sviluppata. È stata davvero un’esperienza di vita collettiva e di lotta. Di lotta. E c’eravamo tutti. Ci sono stati momenti davvero indicativi di questo.
Quando Luca Abbà, il 27 febbraio 2012 in Val Clarea, cadde dal traliccio4 rimanendo gravemente ferito siamo andati in massa a bloccare l’autostrada, seduti a terra.
La polizia è arrivata e ha cominciato a sgomberare, ma c’è voluta tutta la giornata perché eravamo tutti lì e tutti decisi a non andarcene per nessuna ragione. La gente arrivava da tutte le parti e i tentativi di sgombero continuavano a fallire. Allora cosa hanno fatto? Hanno aspettato la notte, perché è di notte che fanno queste cose, hanno spento tutte le luci sull’autostrada e hanno cominciato a bastonare e picchiare selvaggiamente. Hanno iniziato a prendere di peso la gente ferita e a caricarla sui cellulari. Hanno azionato gli idranti e hanno rastrellato la Valle fino a Bussoleno, dove hanno iniziato a spaccare le macchine che incontravano lungo la strada. Sparavano lacrimogeni anche contro le case e hanno persino rotto le vetrate di un bar per vedere se dentro ci fosse qualcuno nascosto. Hanno fatto un macello.
Ecco, lì, stretti uno all’altro per tutto il giorno, quello che avevi a fianco era uno come te che resisteva. Nessuno si chiedeva se era cattolico, democristiano, leghista, di destra… Si era lì perché lì si doveva essere e avevamo deciso di essere. C’eravamo noi anziani decisi a rimanere a fianco ai giovani. C’erano i giovani che erano lì per non lasciare soli gli anziani. Quest’esperienza pratica ha fatto crescere molte persone. Questa pratica comune e solidale ha permesso che il Movimento tutto, non “alcune frange”, rivendicasse tanto le marce pacifiche quanto le azioni di sabotaggio con istituzioni e media che hanno sempre provato a dividere il Movimento.
Dicevano “noi siamo democratici, protestate pure, basta che vi limitate alle proteste e isolate i violenti”. Il gioco di mettere i valsusini buoni contro quelli cattivi. Se c’era ancora qualcuno che ci credeva, l’esperienza pratica ha fatto in modo che poi non ci credesse più nessuno.
Che poi, cosa vuol dire sabotaggio? Abbiamo recuperato il significato di questa parola: i sabot erano gli zoccoli degli operai lionesi, li buttavano dentro gli ingranaggi delle macchine per fermare il ritmo della produzione… sabotaggio non significa “far saltare in aria qualche cosa”, ma inceppare il sistema, fermare il meccanismo. E se ci pensiamo, adesso che dilaga la guerra, è proprio fondamentale sabotare: quello che stanno facendo i portuali con il blocco del traffico di armi. Mi auguro che questa pratica prenda piede anche nelle ferrovie, ad esempio. Che poi, corsi e ricorsi storici… posso fare un inciso?

Certo…
Ai tempi dell’occupazione nazista qui in Valle c’era uno snodo ferroviario fondamentale. I partigiani avevano fatto saltare i ponti5 e i ferrovieri entrarono in sciopero in un momento cruciale per gli occupanti. Poi, nell’agosto 1944, al deposito di Bussoleno centinaia di ferrovieri avevano deciso di disertare il lavoro. Si diedero alla macchia e in 400 circa crearono, proprio alla Garda dove era nata la prima formazione partigiana, un proprio distaccamento nella brigata partigiana “Walter Fontan”.
Senza di loro, la ferrovia carica di truppe, vettovaglie e prigionieri non poteva funzionare e pertanto i nazisti e i fascisti iniziarono a rastrellare ogni casa e a pestare le loro famiglie. Lo snodo ferroviario era paralizzato. Ma per l’appunto, i nazisti avevano talmente bisogno di riattivare la circolazione che emisero un’amnistia. Ma niente, hanno dovuto mettere gente dei loro per ripristinare la linea. Nonostante fosse bloccata, i pendolari non si lamentavano: non c’era nessuno che protestava, la gente capiva. Non per nulla qui a Bussoleno, ma anche ad Alpignano, erano tutti partigiani.
Per dire, nella famiglia di Silvano (Giai) erano 13 fratelli e vivevano in una piccola casa in montagna, chiamata la Mesionetta. Era diventato un punto di incontro dei partigiani: la nonna di Silvano stendeva la lenzuola quando la zona non era sicura, quindi i partigiani non scendevano e i paesani non salivano. Se non c’erano panni stesi era via libera, ci si poteva incontrare. E c’era una rete fitta, con anche ex militari sbandati e un contingente russo. Ma anche soldati nazisti, ad esempio polacchi, che avevano disertato ed erano passati di qua.

Emerge in tanti modi un legame forte con la Resistenza antifascista…
Sì, un legame strettissimo. È il legame di una Valle intera, ma anche un legame con la storia della mia famiglia. Da parte di mia madre, la famiglia era comunista, ma di quei comunisti degli anni Venti, quel vecchio Pci combattente.
Mia mamma era emiliana, a 15 anni è venuta qui a lavorare, ad Alpignano, perché in Emilia c’era la fame. Suo padre non ha mai voluto prendere la tessera del fascio e, oltre a subire tutte le attenzioni e le angherie del caso, non poteva neanche lavorare. Tutte le volte che c’era un’agitazione o una manifestazione lo andavano a prendere e lo portavano via in una camionetta.
Era un comunista di quelli “duri e puri” e lo è stato fino all’ultimo. Aveva l’Unione Sovietica come simbolo di riscatto, come faro. Ricordo la medaglia che portava, su una faccia Marx e sull’altra Lenin e me la faceva baciare e mi diceva “questi sono santi!”. Ma non era fanatico, eh, tutt’altro… era dolcissimo. In camera, mia nonna aveva il crocifisso appeso al muro e lui un quadro di Stalin e, sotto, uno con la famiglia Cervi. Erano tempi così, le mogli, le donne, dovevano essere più “inquadrate”… non erano rose e fiori.
Mio nonno ha vissuto abbastanza per vedere la questione del compromesso storico ed era assolutamente contrario. Per cui, pur essendo un vecchio militante, un vecchio compagno del partito, lo avevano tagliato fuori. Certo, era un “povero contadino” che sapeva a malapena leggere e scrivere, però aveva questa fede dentro che lo teneva vivo, attivo, lucido. La storia della mia famiglia è una storia comune a tante famiglie della Val di Susa.
Non era facile, con il fascismo imperante e i pochi che non erano fascisti o che, comunque, non volevano aderirvi erano perseguitati. Qui, il Partito Comunista, che era bordighista, era nato grazie a un ferroviere napoletano. Così si trovavano in montagna a fare delle merende quando in realtà facevano politica clandestina.
Queste le radici che ho trovato quando mi sono trasferita in Valle nel 1973 per motivi politici e di insegnamento, ma non solo.
La mobilitazione contro la guerra qui in Valle c’è sempre stata, come dimostra l’esperienza dell’assemblea operaia delle Officine Moncenisio (gruppo Falck) del 1970. Questa, aveva votato all’unanimità una mozione antimilitarista, cioè una diffida esplicita rivolta alla proprietà perché non accettasse eventuali nuove commesse dall’industria bellica. Inoltre, c’è stato un forte movimento di obiettori di coscienza e abbiamo, nel 1999, manifestato, sui ponti, contro la guerra della Nato in Jugoslavia entrando in contatto con gli operai della fabbrica Zastava di Belgrado e creando corridoi sanitari per portare in Italia i malati.
Inoltre, sempre nel 1999, in occasione del Primo maggio a Torino abbiamo intavolato i primi contatti con l’area autonoma dell’Askatasuna. Quando nel pomeriggio la polizia andò a devastare il centro sociale noi andammo a portare loro la nostra solidarietà invitandoli in Valle per parlare della questione del Tav e del movimento di resistenza.

L’unione e la sinergia tra locale e nazionale, questo un altro punto di forza caratterizzante del Movimento No Tav. Spesso dite che “non abbiamo governi amici”, ma la situazione attuale impone di ragionare del governo del paese…
Noi diciamo che non abbiamo governi amici per ciò che abbiamo visto, in futuro non si sa. Per arrivare ad avere un governo amico devi però fare prima la rivoluzione. Altrimenti, puoi arrivare ad avere qualcuno, ma poi è il sistema che devi cambiare. Per avere un “nostro” governo devi fare, il Palazzo d’inverno non lo prendi con le istituzioni: noi diciamo sempre che non esistono liberatori, esistono popoli che si liberano.
Con l’esperienza del M5S, la delusione è stata grande. C’è ancora chi continua a votarli, anche nel Movimento, ma è grande anche la confusione sotto il cielo. Le lotte non possono partire dalle istituzioni. Io appartengo a Potere al popolo però penso che la via parlamentare va usata, ma è solo una delle tante strade.
Ho esperienza nelle Amministrazioni comunali già dalla fine degli anni ‘80 con il gruppo “Ambiente e Lavoro”, sintesi di esperienze come Lotta Continua e Democrazia Proletaria. Fui eletta con tanti voti, ma poi, dopo nove mesi, siamo decaduti perché volevamo essere coerenti con ciò che dicevamo. All’epoca c’era la questione delle piste agrosilvopastorali6, una trovata per invadere la montagna ai fini poi della dell’urbanizzazione della zona, impattando anche una zona archeologicamente importante. Come gruppo, come condizione per partecipare alla giunta, eravamo contrari. Poi però, nel bilancio ecco che compaiono queste piste. Noi abbiamo votato contro e ci hanno fatto fuori. In generale, ho usato il mio ruolo di consigliera comunale per schierarmi davanti alle autorità, come a Susa, e prendermi lo stesso le denunce come il resto dei manifestanti ma intanto, (per) chi è ossequioso del potere, vengono messi in difficoltà. In ogni caso, è giusto usare tutto quello che c’è. Anche se, bisogna essere chiari, la lotta non la fai per farti pubblicità.
Beppe Grillo con tutti i suoi slogan era affascinante, ma quello che ha fatto qui lo ha fatto per suo tornaconto: chi, per esempio, è andato a rompere i sigilli alla baita Clarea siamo stati noi mentre lui è arrivato dopo a farsi fotografare per farsi pubblicità.
Altre misure del governo targato M5S hanno avuto senso, come il Reddito di Cittadinanza e ora che non c’è più è un guaio. Molti che però hanno riposto fiducia nel M5S poi l’hanno odiato. Ecco che non c’è più fiducia in nessuno da questo punto di vista: non esistono governi amici per l’esperienza che abbiamo fatto.
Non si può delegare. La delega danneggia sia chi la dà che, a volte, anche chi la riceve. Alcuni di loro (del M5S, ndr) erano anche in buona fede e si son fatti fregare. Al suo interno c’era tutto e il contrario di tutto, ma a differenza del Movimento No Tav, dove anche qui c’era e c’è di tutto, la gente non è cresciuta insieme. Non ci si può unire con lo scotch: non è il compromesso che serve, né credo alle grandi intese e le loro “mediazioni”. Serve crescere e si cresce con la rottura, con la lotta e con la battaglia. Perché poi a forza di dire «non tocchiamo quel punto di programma» e simili si finisce per non toccare più niente e finisci in situazioni non di prospettiva.
In definitiva, serve soprattutto aver fiducia nel fatto che uno può crescere. Io questo l’ho visto concretamente accadere qui in Valle e magari i compagni oggi più fedeli, quelli più “attenti”, sono proprio quelli che ieri erano i più lontani da te e da cui mai ti saresti aspettato qualcosa.

Non vorrei che in qualche modo passasse l’idea che c’è stato un periodo d’oro del Movimento No Tav e che adesso quel periodo sia in qualche modo concluso. Ogni movimento popolare incontra dei picchi e dei periodi di riflusso. Oggi, a chi non vive in Valle, sembra che il Movimento vada ridimensionandosi. È così?
Sono tanti gli esempi di quello che il Movimento No Tav ha espresso nei periodi di maggiore intensità della mobilitazione. Ma non si tratta solo di momenti di lotta: i presidi erano diventati un centro di aggregazione, formazione, solidarietà, esperienza di vita comune. Ai presidi popolari, ad esempio, si organizzavano incontri di filosofia, sempre molto partecipati. Questo Movimento l’ho visto crescere giorno dopo giorno e, in un certo senso, si stentava a credere ciò che è diventato. Oggi, il Movimento No Tav c’è, in modo diverso da prima, ma c’è. Nei momenti decisivi rispunta fuori tutta la forza, la partecipazione e non senti nessuno dire “fino a oggi ci eravamo sbagliati”. Non c’è nessuno che si dissocia da quello che il Movimento è stato e ha fatto, da quello che il Movimento è e fa.
E diciamolo chiaramente, diciamo la verità: nonostante tutto questo dispiegamento di esercito, polizia, denaro, mezzi, ecc., non hanno fatto proprio niente in termini di “avanzamento della grande opera”.
Ora siamo in una fase in cui il Movimento è attento, vigile. I lavori procedono con l’apertura di cantieri e la tirano per le lunghe. Il Movimento osserva e mantiene un livello di intervento per contrastare la cantierizzazione che devasta pezzo per pezzo il territorio e altro non è che l’occupazione permanente del territorio.
C’è un filone della mobilitazione che riguarda la lotta alle compensazioni, come fu per la costruzione dell’autostrada: adesso vogliono barattare l’occupazione del territorio con le compensazioni e su questo c’è battaglia aperta nelle Amministrazioni comunali con i sindaci che sono tornati ad avere un ruolo. Infatti, le compensazioni sono dei veri e propri ricatti: qui da noi è saltato un Consiglio comunale per questo. O prendi le compensazioni, per esempio, per i danni idrogeologici oppure ti prendi la responsabilità dei crolli. Noi eravamo per rifiutare le compensazioni, ma se passava il no saltava la giunta e quindi la sindaca si è dimessa.
Ora siamo in una fase in cui le iniziative servono a rallentare, tamponare, rimandare tutte le manovre degli speculatori. Ed è importante, perché in un momento dove magari non hai la forza materiale di fermare i cantieri, sei comunque presente, continui a dare il segnale che nessuno è solo, continui a essere un riferimento e tutti possono rimettersi in gioco in prima persona in ogni momento perché la mobilitazione continua.
Quindi sì, ci sono momenti di avanzamento e momenti fisiologici di riflusso, ma continui a essere presente, perché se ti fermi e allarghi le braccia… ecco, allora hai perso, allora è una disfatta, allora è come dire “ci eravamo sbagliati”… e questa sì che è resa incondizionata, non solo per la Valle. Sarebbe un messaggio distruttivo anche per tutti quei movimenti, per tutte quelle persone che si sono organizzate contro le grandi opere distruttive nel resto d’Italia e a cui il Movimento No Tav è stato di aiuto e sostegno, per cui il Movimento era ed è un alleato incondizionato. Insomma, va considerato anche il senso di responsabilità verso tutto il movimento popolare, di cui il Movimento è parte, quella rete di realtà che si sono messe in gioco nel corso degli anni.

Che poi, se vogliamo fare anche un discorso proprio pratico: un movimento che è cresciuto nel corso di 30 anni non si annulla in un anno o due. E, se si dà gli strumenti per resistere, neanche la repressione lo smantella in un anno o due…
Certo. Quando parliamo del Movimento No Tav parliamo anche delle strutture che sono state create proprio per resistere in ogni forma e ambito possibile; quelle create per resistere alla repressione sono indicative di ciò.
Il pool di avvocati per l’assistenza legale è una di queste: un gruppo di bravissimi avvocati, molto motivati, che lavorano pro bono per difendere i militanti e gli attivisti. Poi c’è la cassa di resistenza per sostenere i compagni che sono condannati ai domiciliari o quelli che vengono incarcerati. Perché andare in carcere, lo sanno in pochi, costa. Si parte da 110 euro al mese… C’è chi può pagare, ma tanta gente no.
Ancora, c’è la gestione delle proprietà, tante o poche che siano, perché fra multe, condanne, ecc. poi arrivano i pignoramenti, quindi ci vuole una rete che consenta di tutelare le proprietà dei militanti, come le case. Ad esempio, casa mia, ereditata dai miei genitori, l’ho intestata ad altri.
Tutto ciò è fondamentale, perché arrivano “i conti da saldare”: se vieni condannato e sei riconosciuto colpevole magari non paghi i tuoi avvocati, ma paghi quelli degli altri e le spese del tribunale, senza contare i risarcimenti ai poliziotti, che sembrano fatti di marmellata e chiedono cifre spropositate perché si sono sbucciati un dito… ma va beh, a questi poliziotti i risarcimenti non li abbiamo mai pagati!
Adesso stanno arrivando, a distanza di 14 anni, le cartelle di pagamento da parte dell’Agenzia delle Entrate del maxi processo per i fatti del 20117. Per il processo “Sovrano”, cadute le accuse più pesanti, la Procura sta già facendo ricorso.
Però, anche a fronte di tutto ciò, guardo alla storia e mi rendo conto che ci sono già stati tempi duri, durissimi e anche questi sono tempi durissimi, prendiamo il D.L. Sicurezza. La Cassazione ha detto che ci sono profili di incostituzionalità, ma chi ci governa se ne frega e procede: allora, l’unico modo per metterlo in discussione, per farlo saltare, è violarlo.

Come hanno fatto i metalmeccanici a Bologna per lo sciopero del 20 giugno, gli operai della Beko a Siena, quelli della logistica e il 26 luglio a Susa proprio il Movimento No Tav…
Sì, però serve una rete che sostiene le violazioni perché ognuno da solo non può farlo per sempre. Quando decisi di evadere dai domiciliari girando l’Italia, volevo esattamente mettere in discussione quelle misure repressive. Ma volevo anche che emergesse bene il ruolo della rete di solidarietà. Mi hanno arrestata soltanto quando mi sono presentata con tutti i compagni e le compagne all’udienza di un processo, ma mi avevano già fermato altre volte in precedenza senza arrestarmi. A Terni, una volta, mi hanno messa dentro e si atteggiavano come se avessero catturato un grande evaso. Mi han tenuta in camera di sicurezza per cinque ore e poi, dopo mezzanotte, mi han fatto uscire dandomi un foglio di via. Il poliziotto mi disse: «Domani mattina deve immediatamente tornare ai domiciliari». Avevano persino telefonato ai carabinieri di Bussoleno per venirmi a prendere, ma quelli li hanno mandati a quel paese. Quindi mi dissero: «Domani mattina appena può si presenti ai carabinieri»… l’ho guardato e mi son messa a ridere. Dissi: «Veramente, ho ancora alcune cose da fare qui». Il poliziotto mi rispose: «Cerchi solo di non farsi prendere».
Emerge bene quanto fosse un momento di forza, con presidi in corso in tutta Italia e, a suo modo, anche divertente.
Quando stavo a Bussoleno la gente veniva a trovarmi, gli anziani venivano alle 4:00 del mattino a fare il caffè davanti a La Credenza8, perché se la polizia arrivava all’alba – non sono mai arrivati – la presenza attorno a me era garantita e le forze dell’ordine avrebbero trovato resistenza, sarebbe stato un problema per loro eseguire il mio arresto.
Alla fine, infatti, il procuratore ha chiesto di cambiare la sentenza con la seguente motivazione scritta nero su bianco: «l’arresto sarebbe stato più un danno che un vantaggio!».

Sminuire e sottovalutare la repressione è irresponsabile, ma anche ingigantirla. Quello che racconti dimostra che è possibile far ricadere il macigno della repressione, le conseguenze della repressione, sulla testa di chi lo ha sollevato…
Sì. Bisogna avere l’intelligenza di fare le cose giuste al momento giusto. Senza avventurismo, perché rischi di aggravare la situazione e farti anche più male. E non solo a te, perché hai delle responsabilità nei confronti di tutto il movimento, di chi ti sta intorno. È un discorso di responsabilità collettiva. Però è vero, ponderando bene, si può fare.

Rimaniamo un attimo sul tema repressione. Recentemente è emersa la questione dei poliziotti infiltrati in Potere al Popolo. A memoria non mi risulta che il Movimento No Tav abbia mai denunciato episodi simili...
Infiltrati in Potere al Popolo… ho sentito compagni dire «che volete che sia? È solo un po’ di polvere, non è niente, è il ‘solito sistema’». Ma io non sono d’accordo. La questione non è di Potere al Popolo, è proprio un metodo che viene sdoganato, rivendicato e che sarà replicato. Dove c’è una mobilitazione ti ficcano un infiltrato. E non c’entra tanto fare o non fare le cose alla luce del sole o meno, il discorso è proprio un approccio rispetto al dissenso, alle proteste, a chi organizza la mobilitazione. E questo è secondo me devastante perché crea un clima, anche all’interno del movimento, in cui magari uno non riesce più a fidarsi di chi ha a fianco. Questa oggi è legge dello Stato.
Finora qui in Valle non è accaduto qualcosa si simile, ma altro. È successo che magari uno che era militare si è “convertito” ed è diventato uno di noi. È successo davvero, perché dalla nostra ci sono mille ragioni di verità che uno che vive qui non può ignorare. C’è questo senso di comunità che è importante e anche la fratellanza nei movimenti popolari, l’affetto reciproco. Il prendersi cura conta. Il fatto che tu sei disponibile e responsabile per gli altri crea legami d’affetto. Possiamo litigare perché abbiamo idee diverse, ma comunque tu sei dalla mia parte perché ci siamo difesi insieme, ti ho visto crescere, so chi sei. La lotta è anche ciò e anche per questo che è così amata.
Gli anziani ce la mettono tutta e ci sono tanti giovani. Si dice che “i giovani non ci sono” ma questa lotta li fa sentire e li rende protagonisti. Non c’è più distinzione di età, i nostri legami sono saldi: i tuoi padri, le tue madri, i tuoi figli te li sei scelti. Chiunque qui oggi sa dirti la storia della lotta No Tav, anche i particolari, gli aneddoti, gli snodi, i punti di svolta. Ecco perché il Movimento No Tav non muore, perché la lotta dura e va avanti nel tempo. Non resta solo il ricordo: i semi, anche se non germogliano subito, sono vivi. Noi sappiamo che prima o poi, dove non lo sa nessuno, ma da qualche parte fioriranno. D’altronde, l’esperienza della “Libera Repubblica della Maddalena” ha dimostrato che è possibile, che il nostro sogno è realizzabile.

Note

1 Dal 2008 al 2013, anno del pensionamento, è stato Procuratore capo della Repubblica torinese. In precedenza, già dagli anni ‘60 a Torino, ha assunto il ruolo di paladino antipopolare e protagonista della repressione contro le Organizzazioni Comuniste Combattenti (Brigate Rosse e Prima Linea) e della guerra tra bande nella “lotta alla mafia” a Palermo dopo Falcone e Borsellino. Caselli, “abituato a fare politica con le ordinanze di custodia cautelare”, si è distinto per l’accanimento politico e giudiziario anti-No Tav arrivando anche ad istituire un pool di procuratori dediti esclusivamente a colpire la resistenza popolare con epicentro in Val di Susa (tra questi, i PM Antonio Rinaudo, Andrea Padalino e Manuela Pedrotta). Per approfondire, la La notte del procuratore – Piccola contro autobiografia di Giancarlo Caselli (1 – 2 – 3 – 4) pubblicata da Infoaut.org.

2 A Chiomonte, la “Libera Repubblica della Maddalena” è stata una zona liberata dal Movimento No Tav tra il maggio e il giungo del 2011 e interrotta con uno sgombero violento da parte delle Forze dell’Ordine il 27 giugno 2011. Ispirata idealmente alle esperienze delle Repubbliche partigiane, ha saputo rappresentare un punto importante di aggregazione, socializzazione, condivisione, discussione, confronto e, soprattutto, di coesione comunitaria, tanto da durare oltre la sua stessa esistenza. Per approfondire la crono-storia della battaglia del 27 giugno, leggere qui.

3 Nel 1994 nasce Alpetunnel che poi, nel 2001, diventa Ltf, la società fondata dallo Stato italiano e da quello francese – tramite i rispettivi gestori pubblici delle ferrovie – per promuovere la tratta internazionale della Nuova Torino-Lione. Una società creata per gestire la progettazione e i lavori preliminari della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, in particolare il tratto transfrontaliero di 65 km tra la Val di Susa (Italia) e la Val Maurienne (Francia). Nel 2015, Ltf è sostituita da TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin), società metà francese e metà italiana.

4 Il 27 febbraio 2012, la baita Clarea era stata sgomberata. I presidianti, quindici-venti persone, erano usciti dalla baita per fare resistenza passiva. I poliziotti li avevano circondati e bloccati. Al mattino, era arrivato Luca Abbà, proprietario di un lotto di terreno vicino alla baita. Ltf lo stava sgomberando e occupando, al fine di recintarlo, senza procedura d’esproprio. Come forma di lotta e di protesta, Luca era salito su un traliccio dell’alta tensione lì nei pressi. La Polizia, arrampicandosi nel tentativo di acchiapparlo, costrinse Luca, senza predisporre alcun presidio di sicurezza né far intervenire i Vigili del Fuoco, a salire sempre più su. Luca entrò nel campo elettrico e prese la scossa, precipitando a terra e finendo in coma.

5 Dopo il fallimento del primo attentato nella notte del 18 novembre 1943 al ponte dell’Aquila sopra Exilles, il 15 dicembre il gruppo di sabotatori partigiani fece saltare il ponte della Perosa, tra le stazioni di Rosta e Alpignano. Il 29 dicembre poi, a brillare era stato il ponte dell’Arnodera, nei pressi di Meana, il più grande e alto dell’intera tratta. L’esplosione aveva disintegrato tre arcate e fatto sparire sessanta metri di binari. La linea Torino-Modane era rimasta bloccata per tre mesi.

6 Le piste agrosilvopastorali sono infrastrutture viarie che servono aree rurali e boschive, permettendo l’accesso per attività agricole, forestali e pastorali.

7 Il maxi processo si è protratto per oltre otto anni ed è arrivato a conclusione tra il 2023 e il 2025. Si fa riferimento allo sgombero della Maddalena e alla manifestazione tenutasi in risposta il 3 luglio 2011. Il Movimento No Tav ha risposto con il lancio di una raccolta fondi: IBAN: IT86Y0501801000000020000622 – C/C intestato a Giorgio Vair, Marina Clerico e Loredana Bellone – causale versamento: “Spese legali maxi processo No Tav”.

8Storica osteria popolare di Bussoleno di Silvano Giai e Nicoletta Dosio, ora con nuova gestione ma da sempre punto di riferimento per il Movimento No Tav. L’Associazione culturale La Credenza è oggi dedicata a Silvano Giai, suo fondatore, scomparso nel 2024.

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Comments 1

  1. Liana Bonelli says:
    10 mesi ago

    Carissima, grande Nicoletta. Ricordo con grade affetto tutti i compagni notav della valle, un pensiero particolare per Silvano, sempre vivo nei miei ricordi.

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