Ciao a tutti e a tutte, grazie di averci invitato, grazie ai compagni e compagne dei CARC. Cercherò di fare un intervento piuttosto sintetico che cerca di tenere insieme vari piani del discorso pubblico su cui ci stiamo muovendo in questo momento, partendo da alcuni dati oggettivi.
Il primo dato oggettivo politico del nostro Paese è che metà delle persone non vota. E non crediamo che questa sia responsabilità delle persone che non votano. È evidente che abbiamo in questo momento una classe politica che non rappresenta la gran parte delle persone che abitano questo Paese e questo penso sia un dato abbastanza oggettivo, sulla bocca di tutti, da tanti punti di vista. C’è chi può colpevolizzare le persone che non vanno a votare, c’è chi invece può prendere consapevolezza del fatto che siamo di fronte a un momento di crisi della democrazia liberale evidente. Questa crisi della democrazia ha delle radici oggettive e queste ragioni sono da ricercare in primo luogo nel fatto che non viviamo in una democrazia, perché viviamo in una società che non pone le condizioni oggettive affinché le persone partecipino alla democrazia, ovvero una società che non permette alle persone
1. di avere il tempo di fare politica,
2. di avere gli spazi in cui fare politica,
3. di avere la forza di fare politica, ovviamente ad eccezione di esempi oggettivamente di minoranza, di persone che però riescono ancora a militare in delle organizzazioni, in dei movimenti o in dei partiti.
Login nasce da questa consapevolezza perché ci siamo resi conto che esiste un vuoto radicale che deve essere formato. Questo vuoto è un vuoto politico, è un vuoto sociale, è un vuoto di riferimento, è un vuoto che si esprime nella storia recente dall’isolamento pandemico, dalla crisi sociale che ne è derivata, dalla crisi economica, dalla costante stagnazione di un modello economico che ci promettono di essere il migliore, il più irresistibile, il più necessario ma che produce (quando va bene) dei piccolissimi tassi di crescita annuali che poi non si riversano mai in un miglioramento delle condizioni oggettive della popolazione; in delle condizioni di scuola e sanità che cadono a pezzi (non soltanto nel nostro paese ma più o meno in tutto l’Occidente), in delle classi dominanti che ormai hanno smesso anche di far finta di non essere fasciste e che quindi apertamente dichiarano e svelano quello che i compagni e le compagne dicono da circa cent’anni, ovvero che il fascismo è il prodotto del capitale. Noi lo sappiamo, dircelo tra di noi è quasi superfluo per quanto siamo consapevoli di questa cosa, però finalmente ora forse le persone ne hanno una dimostrazione pratica dove vedono l’uomo più ricco del mondo fare il saluto nazista davanti a tutto il mondo.
Come si innesta questa considerazione nella prassi politica? Perché la prassi politica è quello di cui queste assemblee sono chiamate a discutere, aldilà delle posizioni teoriche e ho sentito molti interventi che hanno analizzato da molti punti di vista differenti, le diverse prassi che sono state portate avanti o che si possono portare avanti. Noi cerchiamo di parlare, siamo un gruppo di persone tendenzialmente giovani ma che non fanno più l’università e che cercano di parlare al mondo vastissimo dei precari e delle precarie di questo paese.
La precarietà è il centro di qualsiasi politica di sinistra al nostro parere oggi. Precarietà non significa soltanto non avere i soldi per arrivare al fine mese, significa anche, quando si hanno, l’impossibilità di costruire delle prospettive. Viviamo in una società che contrappone e marginalizza i poverissimi e i poveri e quelli mezzi poveri, che sono la stragrande maggior parte della popolazione. E allora anche laddove qualcuno riesce ad ottenere due spicci per arrivare a fine mese, ovvero un lavoro più o meno stabile, che nel nostro paese significa avere un contratto che dura tre anni (e questo per qualunque lavoratore, un giovane lavoratore o lavoratrice è più un’utopia che un handicap). In queste condizioni anche immaginare di fare politica e di costruire l’alternativa può essere complesso, perché sono condizioni di precarietà oggettive che spingono all’isolamento, spingono all’auto-esclusione e alla marginalizzazione, spingono alla difficoltà oggettiva di costruire degli immaginari diversi. E quindi lavorare su queste prospettive per riportare nella maggioranza delle persone la consapevolezza e l’idea che è dall’opposizione dal basso che può nascere l’alternativa. E’ il primo passo politico fondamentale che si può fare in organizzazioni, si può fare nei movimenti, si può fare dentro l’università o nei luoghi di lavoro.
Qualche giorno fa c’è stata la protesta a Siena contro la nuova riforma dell’università del governo Meloni, della ministra Bernini: siamo stati in manifestazione insieme agli operai della Bekp, prima a Siena, poi a Roma; abbiamo partecipato a dei presidi a Torino, siamo stati in manifestazione per la Palestina a Firenze. Tutte queste cose possono sembrare sconnesse e a volte la solidarietà tra i movimenti può sembrare anche estemporanea, ma in realtà da questi passaggi si costruisce un orizzonte, avere un orizzonte di riferimento è l’unica strada concreta per portare i processi di conflitto – che per ora sono processi passivi all’interno della società – un rifiuto, il non andare a votare, il non esprimersi, il non partecipare – questo rifiuto passivo può diventare opposizione attiva, può diventare nuova di un paese in cui la maggior parte delle persone, quello che una volta si chiamava il 99%, riesce a dire la propria.
Non dobbiamo sentirci schiacciati da delle classi dominanti che ci danno l’illusione di essere in totale controllo della situazione, perché non lo sono; perché tutti i processi storici di rivoluzione mostrano che il potere costituito o costruito è un potere debole laddove c’è una maggioranza che si oppone e questa maggioranza va trovata nei processi quotidiani che minacciano le nostre democrazie. Abbiamo citato la precarietà ma c’è un’altra questione che potrei citare immediatamente, la questione ambientale del nostro paese: le persone povere saranno le prime a subirne le conseguenze, per esempio del fatto che in mezza Italia non c’è più l’acqua: è una cosa di cui si parla pochissimo e malissimo, ma metà del nostro paese non ha l’acqua, o ce l’ha un giorno sì e quattro no. Abbiamo regioni intere che vanno incontro a processi di desertificazione che saranno devastanti. La crisi climatica sarà una delle crisi sociali più devastanti, soprattutto per le persone povere in tutto il mondo. Non possiamo ignorare che le prospettive che ci si pongono davanti siano prospettive disastrose se non cerchiamo fin da subito di ribaltare i rapporti di potere.
Ribaltare i rapporti di potere significa “semplicemente” riportare a fare politica chi già c’è e chi già ha gli strumenti per farlo, perché la politica nasce dai bisogni. Il compagno diceva prima, citando i partigiani, noi non è che abbiamo scelto, noi ci siamo ritrovati nelle condizioni materiali e oggettive di dover stare da una parte, senza particolare desiderio di ritrovarci in una guerra, ma con come conseguenza che a un certo punto si dovesse scegliere. Penso che a partire da un dato oggettivo, che è quello di una mancanza di rappresentanza della maggior parte della popolazione, a un certo punto ci ritroveremo costretti a scegliere. Quando il ricatto a cui siamo posti di fronte sarà così forte da non poterlo più ignorare, la scelta diventerà un dovere e diventerà un obiettivo per tutti e per tutte. Politicizzati o no, che faccia parte di un’assemblea o meno, è con la maggior parte delle persone che dobbiamo cercare di parlare e con chi non ha più un orizzonte politico che bisogna parlare per darne uno. E quell’orizzonte politico si può trovare soltanto nella lotta.
Grazie.

