Credo che, nonostante io sia diventato più anziano, sono uno di quei testardi comunisti che ancora non si rassegnano a stare davanti alla televisione. Ma in questo momento credo, o almeno voglio, mi sforzo, mi impegno, di rappresentare quelle numerose figure di comunisti che mi hanno insegnato come si sta al mondo. E dato che io sono nato subito dopo la guerra, ormai vado tranquillamente verso gli 80, non posso né vergognarmene né mancarmene, questa è la condizione. Io mi sono meravigliato molto quando mi ha chiamato Chiara per dirmi “vieni a portarci un saluto”. Ho imparato, ho scoperto due cose in questa assemblea. La prima è che io stasera esco di qui molto meglio di come ci sono entrato. Chi mi conosce sa che non sono così gentile. Ma devo dire che in questo rappresento, in maniera sicuramente maldestra, qualcuno dice noi siamo come nani sulle spalle dei giganti, la generazione di cui ho la fortuna o come io a volte penso il grande privilegio di aver assorbito i migliori insegnamenti, sicuramente etici, ma anche storici, culturali, antropologici proprio dai partigiani. In una foto scattata a mattina del 4 di agosto 44 in Porta Romana, si vede benissimo il comandante che indica la strada, si è un po’ iconografica però, avendo riconosciuto tutti quelli che sono sopravvissuti, e ho avuto da loro qualche insegnamento diretto. Io mi prendo il tempo, perché insieme a quel fare pragmatico c’era un insegnamento di vita che mi veniva da persone che non avevano mai avuto un’educazione. Nelle mie zone quasi tutti erano contadini, anzi, mezzadri. E vuol dire, lo sa chi come me si intende di queste cose, voleva dire, in pratica, nascere da servi. Succede, ahimè, in tutti i sensi, di avere un padrone, non era il capitalismo, era una persona che se la mattina quando lo vedevi passare non ti levavi il cappello di testa col bastone te lo buttavano giù. Ma loro tutte le volte che noi ragazzi nel parlare li definivamo eroi, con un francesismo, si incazzavano. Perché? Perché dicevano, noi non siamo stati eroi, non volevamo esserlo. Noi ci siamo ritrovati, dicevano, a dover fare una scelta che era immaginaria solo qualche anno prima. Siamo nati sotto il fascismo, abbiamo conosciuto solo quello, e non c’erano radio, televisione, telefono, web, per sapere cosa succedeva al mondo. Si sapeva quello che ci diceva la famiglia, se avete magari, soprattutto qualche volta, un nonno che era stato socialista prima, prima dell’avvento del fascismo, sotto voce la sera a veglia, al caldo del fuoco, diceva ma sai, non è stato sempre così in modo molto attento. Ma questa gente gli diceva, se fate una scelta, perché dopo l’8 settembre, i nostri vecchi in casa, ci dicevano, ragazzi, o di qua, o di là. Stare da una parte, da cui viene partigiano, ha voluto dire questo. E quindi, dice lui, io non avevo mai preso una pistola o un fucile, gli diceva. per la brigata Sinigaglia, per questa mia storia, di tutta la vita, non dico che di tutta la vita, so perfino quanti capelli avevano in testa, ma ci vanno altre collaborazioni degli storici, perché c’è davvero una storia di cosa è successo in quel periodo, e perché oggi ancora c’è qualche folle, disgraziato, che si autodefinisce populista e che vuole salvare quella storia per i grandi diamenti.
E allora ecco, avendo su di me tutta questa cosa, di cui non ho alcun verbo, assolutamente, assolutamente, sono stato un po’ di gente che nel mio paese col PC avevamo 21 consiglieri comunali su 30, e non era l’unico. Allora era fin troppo facile.
Ci si alzava la mattina e si sapeva, si sapeva che tutti volevano andare verso quel risultato. Tutti! Ma magari qualcuno ci voleva andare a piedi, qualcuno di silenzio, qualcuno in auto, e magari per strade diverse, ma quello che risulta era quello a cui guardavamo tutti. Di libertà non parlava nessuno. Si parlava tutti, loro e noi con loro, di uguaglianza e di certezza sociale. Questi erano due fari a cui eravamo attratti, ispirati e spinti. Non c’era bisogno che qualcuno si facesse, come dire, i comizi o le orazioni. Il nostro genoma era fatto di questo. Ed era un genoma, in cui non dovevi presentare una caratteristica, come dire, se era positivo o positivo.
Nel tempo in cui al di fuori della bandiera rossa c’erano tante persone per bene, ma non erano dalla parte giusta. Così la pensavo io. Era così. Allora, mi senti? La mia gioventù, che stava lì a petto, lo considero un privilegio. E lo dico oggi. È arrivato a questa età, dopo trenta, quasi quarant’anni, subito. Dopo il fatto che io, con questa storia, che non ho soltanto poi applicato da militante, pragmatico, che mi piaceva organizzare le feste dell’unità, una fatica bestiale da fine maggio a fine settembre, a fine settembre. E pure ci si dava dentro, ma ci si dava dentro. Ci si mettevano degli obiettivi e si raggiungevano. E si raggiungevano, perché la gente era una comunità, ma era il vero divenire la sera.
Allora, perché le persone che sentivano questa forma di attrazione, questa aspirazione collettiva? Io poi mi sono dedicato a approfondimenti. E oggi, credo che almeno mi aiutano a convivere con il massimo della brutalità che attraversa questa fase.
Voi per me siete la rinascita della speranza. Ora vado a parlare della resistenza nelle scuole. A me piace di più andare nelle scuole elementari.
Fanno tutta una serie di domande quando mi parlo della resistenza. Perché? Perché tutti si sentivano attratti da quello spirito. E quello che la mia gente da precedenza, sì, ma la mia generazione non ha mai pensato ad una identità, come si definivano, comunista, uguale Unione Sovietica, uguale a Stalin. La mia generazione non è mai stata comunista per quella identità. Non è che la disprezzo, solo che è così.
Mentre i partigiani lo erano per quella storia, per quella identità. Quando successe la prima vicenda afghanistana, l’Unione Sovietica, intervenne e fu un intervento con i carri armati. I compagni, allora si era nel 79, quindi i compagni partigiani avevano 55, 60 anni ancora, erano ancora dentro le nostre case del popolo Io una sera arrivai alla casa del popolo, perché ero segretario del Partito Comunista, per fare una riunione. In fondo c’erano i compagni che facevano il tifo, non per qualche squadra di calcio ma per i carri armati dell’Unione Sovietica
E mi interesso su questo perché, ripensandoci oggi, non solo mi sento fortunatissimo, ma considero che, in questa lunghissima, per me interminabile, galleria, buia, oscura, in cui sono arrivato in fondo, che alle scuole, invece, mi chiednoo, ma te come sei politicamente.
Io rispondo volete sapere come sono politicamente, io mi definisco disperato.
Attraverso un po’ un dizionario della lingua italiana, disperato vuol dire senza speranze, perché non ho speranze, perché quelli che per me possono essere soltanto, definitivamente, della specie umana, la voglio generalizzare così, quindi non dico del ragazzo vera, io dico della specie umana, di una persona che nasce della specie umana, sono, per aspirare, a due fatti:
- La dignità delle persone.
- La dignità, oggi, di fronte all’altra, per volontà o per costrizione.
La stragrande maggioranza delle persone rinuncia alla propria dignità, qualcuno fa finta di non vedere che cosa succede, perché ormai fanno: “guarda, non te ne occupare, guarda, fa’ finta, guarda da un’altra parte”. E poi vedete, il territorio umano è fatto di tempi, di fatiche, di preoccupazioni, di angosce, di cose della famiglia, magari a volte anche pesanti.
Per chi ha vissuto l’esperienza del Partito Comunista Italiano, i comunisti erano quelli che non parlavano, agivano.
Comunista, sapete bene, è una parola latina che deriva da “cum” e “munus”, che vuol dire “mettere insieme un dono”, cioè i latini chiamarono così un’organizzazione di persone uguali, che non erano messe insieme solo, come precedentemente, quando c’erano le capanne o le palafitte, ma una società evoluta dove le persone, in realtà, decidevano di stare insieme, soprattutto per due elementi che li facevano stare insieme e diventarono appunto comunità comune:
- I saperi, le cose che tutti sapevano.
- I valori condivisi.
Allora le persone che stavano insieme, stavano insieme perché avevano in comune una lingua, una cultura, una storia e soprattutto un modo di sentire ciò che era giusto, ciò che non era giusto, oppure un destino comune.
Siamo infinitamente superiori agli straccioni che pensano solo di dominare il mondo con la violenza.

