Buonasera a tutti, in qualche modo mi rendo conto che non dico nulla di nuovo perché anche voi ve ne state rendendo conto, ma la nostra società si sta sempre più militarizzando. Che tutto questo vada verso le guerre o verso il controllo sociale, noi lo sappiamo, naturalmente: è una normale evoluzione del capitalismo che, a un certo punto, ha delle difficoltà a gestire la realtà. Il nostro capitalismo è in crisi in questo momento, ci sono dei meccanismi che non funzionano e ce n’è la concreta dimostrazione nell’accentramento in poche mani di grosse risorse economiche e di ogni genere e c’è un aumento sempre maggiore del numero di persone in difficoltà.
Tutto questo potrebbe effettivamente portare, come avete già riportato, a quel recupero della lotta di classe e a una lotta più profonda in questa società. Tutto questo, dal capitalismo è sicuramente visto come minaccioso e l’indirizzo che sta prendendo (e che ha sempre preso) è l’utilizzo della militarizzazione della società e delle guerre come valvola di sfogo di tutta questa crisi.
Sappiamo sempre più che la militarizzazione naturalmente non comporta solamente un’economia di guerra, ma che sta comportando sia un modo di pensare che una cultura di guerra che si sta diffondendo nella nostra società e che sta sfociando nella lotta tra i vari stati-nazione. C’è naturalmente anche in questo una lotta, una guerra interna contro le possibili obbiezioni e rivolte, contro le classi sociali che pagano questo nel modo più rilevante: masse proletarie, piccolo-borghesi, masse che faticano a tirare avanti e ad arrivare alla fine del mese. Quindi la guerra, la lotta che si sta diffondendo e la militarizzazione sono pienamente funzionali a questa evoluzione e questo sistema sociale. La militarizzazione sta diventando per noi una cultura di un certo tipo, ne stiamo assistendo nelle scuole e nelle università. Nelle scuole, ad esempio, vediamo la presenza dell’esercito che fa lezioni e viene lì a parlare di bullismo, violenza sulle donne o anche solo educazione civica. Tutti motivi che naturalmente servono per normalizzare la presenza delle divise, dell’esercito, per rendere, ad esempio nelle classi superiori, l’esercito un possibile sbocco lavorativo. Vi ricordo che, se queste guerre continuassero, potrebbe essere riproposta la leva poiché, come abbiamo visto in Ucraina, le guerre non sono più combattute da piccoli gruppi specialistici, ma sta andando avanti sempre più l’idea di grossi eserciti che possono mantenere guerre per il lungo periodo. Naturalmente tutti questi interventi hanno anche il compito e la funzione di far passare una cultura militarista: quella cultura che parla di ordini, comando, di obbedire, di patria, di noi e loro, di confini, ma il tutto in maniera molto retorica. L’esercito è una delle vie più importanti per la diffusione di questa cultura.
Detto questo, naturalmente tutto ciò non si sta limitando solamente all’aumento delle spese militari e all’intervento nelle scuole: sul territorio si stanno diffondendo anche strutture militari. Qui a Firenze, il Comitato NO comando NATO ha preso il via dal possibile insediamento NATO a Sant’Andrea, a Rovezzano, all’interno di una caserma dismessa – lì ci sono i soldati di strade sicure (questo banalissimo e pericolosissimo pensiero che la sicurezza del territorio sia affidata alle divise) e lì, da alcuni anni, c’è il progetto di un comando NATO che si dovrebbe occupare del Sud Mediterraneo. È molto pericoloso tutto ciò, perché la diffusione delle basi e dei comandi NATO non solo vuol dire possibili bersagli in caso di guerra, ma vuol dire anche un intreccio della nostra comunità locale e cittadina con una cosa come la NATO, che non è più da tanti anni, e neanche dalla sua fondazione, concepita come struttura difensiva, ma offensiva. Quindi è nato il comitato cittadino, che si chiama “NO comando NATO – né a Firenze né altrove”. Abbiamo fatto molte manifestazioni, molte assemblee, iniziative: stiamo cercando di collegare, di riscoprire l’opposizione alla NATO, al militarismo e a tutto ciò che questo comporta: la distruzione dell’ambiente, lo spreco delle risorse, il togliere risorse alla sanità, alla scuola e al welfare – sia su scala nazionale ma anche internazionale; così come anche il collegamento della NATO e della sua espansione in tutte le nazioni e di tutte le realtà. Parlando della Siria e della Palestina, ad esempio, vi è un forte coinvolgimento della NATO. In tutti i paesi in cui ci sono gli interessi per l’Occidente, la NATO c’è (che siano petrolio, terre rare, manodopera o anche il voler stroncare l’opposizione).
Quindi, semplicemente, noi stiamo andando avanti con questo percorso cercando di collegarsi con i vari movimenti: quindi, i movimenti per la Palestina, i movimenti ambientalisti, tutti i movimenti che si oppongono alla NATO, i movimenti contro il nucleare, i movimenti della riqualificazione delle industrie come la GKN. Tutti i movimenti che si oppongo e vogliono costruire un qualcosa di diverso devono alla fine convergere. Poiché è finita l’epoca del “io faccio questo e mi occupo solo di questo”. Le varie realtà si devono tra di loro collegare e tra loro farsi sentire, perché il nemico è comune (il capitalismo) ma anche l’obbiettivo deve essere comune (la democrazia, la liberazione delle donne, un’ecologia sociale, la fine degli stati-nazione che, nel nome dell’identitarismo, si stanno ponendo l’uno contro l’altro).

