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Intervento di Giovani Palestinesi Italiani – Firenze

Compagno A by Compagno A
Maggio 10, 2025
in Prima assemblea nazionale dei giovani
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Allora, salve a tutti. Oggi voglio parlare di varie cose. La prima è sicuramente in onore della ricorrenza degli 80 anni di resistenza. Di parlare anzitutto di quanto sia affine quella che è la resistenza italiana a quella palestinese. E, come dire, la maglia di collegamento che c’è tra queste due lotte essenzialmente è il principio che ne sta alla base, un principio che è quello appunto di resistere. Di resistere contro un’occupazione, di resistere con tutte le lacrime, con tutto il sangue sacrificato, con ogni proiettile sparato fino all’ultimo, contro l’oppressore. E appunto quella che è stata la nostra resistenza, che appunto non va tanto meno romanticizzata, ma va presa per quello che era appunto. Non vanno prese gli ceneri di quella lotta, ma va presa la fiamma viva e ardente di quello che è stato il nostro retaggio, di quello che abbiamo provato ad essere all’epoca e che ci deve essere da esempio in ogni giro della nostra vita. Ed è anche su questo solco che la rivoluzione palestinese prosegue fino ai giorni nostri. A partire dalle figure principali che hanno avviato quello che è stato poi il processo di lotta palestinese.Per esempio, nel contesto della lotta a quello che è il colonialismo, l’imperialismo e dunque il capitalismo, una figura chiave nella lotta palestinese è stata Izz ad-Din al-Qassam, che è stato una figura di grande esempio e di grande spinta nella rivoluzione palestinese. Izz Ad-Din era un maestro siriano dell’allora grande Siria, una regione, una grande porzione di terra che comprendeva la Palestina, che comprendeva tutto ciò che poi con il trattato di Sykes-Picot ,quindi essenzialmente con la suddivisione dei grandi stati imperialisti di allora, la Siria di Izz Ad-Din venne data ai francesi.Izz Ad-Din fu una figura importante perché resistente in ogni anno della sua vita, finché non venne ucciso. In Siria contro i francesi, in Libia contro noi italiani che avevamo avviato una campagna imperialista (una tra le più dure che ci fossero mai state) e poi in Palestina, laddove c’era il mandato britannico dal 1917 (con la dichiarazione di Balfour) creò queste brigate di resistenza all’occupazione britannica, che era in combutta con l’organizzazione sionista. Nel 1935 poi venne ucciso, tra l’altro per un caso perché le forze di occupazione britanniche scoprirono questo gruppo di brigate di persone, di gente, del popolo, che si era organizzato essenzialmente nelle dimensioni di una brigata garibaldina. Con la morte di Al-Qassam ci fu essenzialmente un riversamento della massa popolare palestinese per le strade.E appunto, visto che si parla di resistenza, mi volevo ricollegare a una Palestina di cui si parla poco, ma sulla quale è importante rifletterci, ovvero della Palestina mandataria, quindi della Palestina contemporanea agli anni del fascismo e dell’antifascismo. C’è un libro che sicuramente vi consiglio che è quello di Ghassan Kanafani, che si chiama “La rivolta del 1936 al 1939 in Palestina”, che è un libro estremamente lucido, che appunto si prefigge come obiettivo quella che è una necessità: un’analisi di classe che, secondo Kanafani, è lo strumento più lucido e oggettivo per comprendere quelle contraddizioni che viveva il popolo palestinese, sia per il mutamento per l’economia, che nei primi anni del 1900 vede un’emigrazione di massa da parte di quelli che erano gli ebrei sionisti di allora: è una colonizzazione – cioè un processo di spostamento di una massa grossa per l’epoca – si parla in dieci anni di circa 150.000 persone, tutte facenti parti di organizzazioni sioniste e che tra l’altro arrivavano lì come portatori di un grosso capitale, capitale che era stato dato dal dal barone Rothschild, che si stima che spese allora per gli insediamenti illegali erano di circa 1.200.000 sterline, che per l’epoca era una quantità esorbitante.È proprio su questo cambiamento che si passa da un’economia prettamente agricola e commerciale – perché la Palestina è sempre stata un luogo ricco nonostante le varie crisi che potevano subire i territori di allora, perché banalmente è un punto centrale di sbocco commerciale tra l’Occidente e l’Oriente e quindi chiaramente il posto è sempre stato ricco – si passa ad un’economia invece industriale: arriva il capitale ingente dai sionisti e arriva il mandato britannico. Quest’ultimo decide essenzialmente di creare una condizione industriale nella Palestina e quindi creare una massa di lavoratori, di operai (che erano chiaramente i palestinesi) e una massa invece dirigente prettamente borghese, senza se senza ma, che era invece sionista, ebrea e inglese.E già da questo mutamento si vedono veramente dei movimenti di liberazione che iniziano a nascere. Ci sono passaggi molto interessanti dove i contadini stessi vendevano le proprie terre per comprare le armi, per combattere contro l’oppressore sionista ed è interessante, come lo è stato per noi, la composizione fondamentale femminile in questa resistenza. Una composizione che era un’avanguardia anche della lotta palestinese. Perché la Palestina è stato sicuramente un laboratorio politico per quanto riguarda l’avanzamento della lotta politica nel campo femminile. Innanzitutto nel 1921 viene creata la prima unione delle donne palestinesi, un’unione contava donne arabe, che venivano in realtà da ogni luogo delle regioni vicine alla Palestina. Un’unione che essenzialmente richiedeva l’annullamento della dichiarazione di Balfour e del mandato britannico. E questa lotta, questo impegno vanno a intensificarsi negli anni, nonostante la repressione sia economica che armata (incursioni che venivano fatte nelle case, uccisioni, stupri, crimini di ogni genere). Ma nonostante ciò, le donne palestinesi, le donne arabe, riuscirono in combutta con quella che era il comitato esecutivo arabo nel 1929 queste donne palestinesi riuscirono ad organizzare una delle più grandi manifestazioni di tutta la Palestina. Una manifestazione vivace e singolare. Il mandato britannico vietò questa manifestazione e quindi le donne palestinesi arabe decisero di sfilare con 80 automobili per tutta Gerusalemme. Fu un grande segno di rivolta. L’apice in realtà di questa battaglia avvenne nel 1936. Nel 1936 fu l’inizio di questa rivolta palestinese che si creò da questo comitato di combattenti, di intellettuali, di donne palestinesi arabe, che contava circa 300 donne. Ora magari a noi sembra un numero limitato, ma vi assicuro che per l’epoca era un numero enorme – di spiriti combattenti che cercavano di liberarsi appoggiando gli scioperi palestinesi, che durarono per sei mesi e di una rivolta anche armata, poiché man mano che c’era un’avanzata del capitale sionista e del capitale britannico, c’era anche un avanzamento del fronte armato. E quindi mi sembrava anche interessante appunto vedere un attimo un’infarinata su questo aspetto.Sicuramente quello che noi possiamo trarre sia dalla lotta palestinese che dalla lotta partigiana di allora è sicuramente questo spirito che deve essere indissolubile e che deve essere resiliente nei tempi. Al giorno d’oggi possiamo e dobbiamo parlare di esistenza. Resistenza significa resistere ogni giorno, essere rivoluzionari ogni giorno della nostra vita in ogni cosa che facciamo e cercare di non essere inglobati da questa retorica piddina (se mi permettete) dell’”antifascismo di facciata”. L’antifascismo reale e che dobbiamo ricordare è l’antifascismo dei nostri compagni e delle nostre compagne che hanno deciso, con grande coraggio, di dare il tutto per tutto.Il 27 è anche per un attimo ricollegarci ad un ambiente cittadino in cui viviamo, in una città come Firenze, che è una città pionieristica per quanto riguarda la lotta al fascismo. Ricordiamoci che il 27 è l’anniversario di Spartaco Lavagnini. Spartaco Lavagnini era una grande figura trainante, socialista (perché non ci era stata ancora la scissione del 1921) ricordiamoci che questo è il nostro retaggio, questa è la fiamma che bisogna portare avanti, sulle nostre spalle, nelle nostre rivendicazioni, nella nostra lotta. Di una persona che ha letteralmente dato la vita per, essenzialmente, una lotta, che era una lotta di classe – perché era una Firenze ancora in piena contraddizione, di sacche, di classi sociali differenti l’una dall’altra – dove San Frediano, uno dei quartieri più popolari dell’epoca, dove da una parte a un piano c’era la ricca borghese e immobiliare e all’altro l’operaio che si alzava la mattina per portare un pezzo di pane per la famiglia, per andare avanti.Quindi, è questo il retaggio che bisogna avere. Sono i fucili, i proiettili, il sangue, l’aria, il sudore, la terra mangiata in bocca, stando chinati nei boschi e nel mugello. C’è una grande storia che ci circonda.Quindi, secondo me, è importante ricollegarci e ricordare non “come un santino” i nostri partigiani, ma come un esempio e di tracciare la nostra via sul solco che loro ci hanno avviato e che sicuramente è quanto più prezioso. Ci hanno insegnato essenzialmente che quel tipo di lotta, quel tipo di resilienza, quel tipo di combattimento è l’unico che ci ha portato alla liberazione e che tuttora i palestinesi cercano di darci e che poi con la rivoluzione del 7 ottobre ci hanno dimostrato che ci possono essere tutte le forze imperialiste del mondo, tutti i capitalisti, tutte le élite che possono essere nominate ma che è tramite l’unione, tramite la solidarietà, è tramite l’organizzazione che possiamo avanzare contro l’imperialismo, contro il colonialismo e contro il capitalismo. Grazie a tutti.

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