Dovremmo ricordarci che senza Stalin ora saremmo tutti nazisti
Mario Monicelli
In una dichiarazione del 16 aprile l’Alta rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea Kaja Kallas ha minacciato gravi conseguenze per i capi di Stato e di governo di paesi membri e candidati intenzionati a partecipare il 9 maggio alle celebrazioni per la Giornata della Vittoria.
Manovre come questa sono parte dell’opera di revisionismo storico che i vertici della Ue promuovono a piene mani: dalle mozioni del parlamento europeo che hanno equiparato il comunismo al nazismo fino alle dichiarazioni che identificano Putin con Hitler e la Federazione Russa di oggi con la Germania degli anni Trenta. Revisionismo che non passa ovviamente solo da dichiarazioni e mozioni, ma anche da film, libri, videogiochi che contribuiscono a costruire una narrazione che raffigura la Seconda guerra mondiale come un conflitto tra democrazia e dittatura e gli Usa come i salvatori del mondo. Ma la realtà storica è ben diversa.
La Seconda guerra mondiale è stata fondamentalmente una crociata contro l’Unione Sovietica di Stalin. La sconfitta della barbarie nazifascista fu merito dell’Armata Rossa e del popolo sovietico, che la conquistarono pagando un prezzo altissimo: quasi 27 milioni di morti, di cui più di 18 milioni di civili (contro i 400 mila caduti da parte statunitense e i 450 mila da parte britannica, di cui 60 mila civili).
Il nazismo nasce e sale al potere negli anni Trenta in funzione espressamente anticomunista e antisovietica. E per questo è appoggiato e ammirato da ampi settori della borghesia anche fuori dalla Germania. Hitler diviene il campione dei gruppi imperialisti francesi, britannici e Usa nella loro guerra a tutto campo contro il comunismo.
Di fatto gli lasciano campo libero: prima nel procedere con il riarmo e poi nell’annettersi mezza Europa centrale. E ancora nella guerra di Spagna iniziata nel 1936, dove Hitler sostiene apertamente Franco contro le forze repubblicane, abbandonate dai paesi “democratici”. L’unico paese a opporsi ai nazifascisti, a sostenere la Spagna repubblicana in questa guerra, che sarà il banco di prova del futuro conflitto mondiale, è appunto l’Unione Sovietica che provvede all’invio di finanziamenti, forniture militari, consiglieri e organizza le Brigate internazionali attraverso il Comintern.
Per tutti gli anni Trenta, inoltre, Francia e Regno Unito rifiutano categoricamente ogni proposta di alleanza antinazista avanzata dall’Urss.
Con una mossa a sorpresa Stalin decide allora, nel 1939, di stipulare con la Germania un patto di non aggressione (Patto Molotov-Ribbentrop): l’Unione Sovietica, che fino alla Rivoluzione d’Ottobre era un paese estremamente arretrato e che per di più usciva da anni di devastante guerra civile, intende prendersi il tempo necessario per prepararsi alla resa dei conti con i nazisti. Dal canto suo Hitler accetta per avere la certezza di non ritrovarsi in guerra su più fronti, mentre si prepara, con la politica di riarmo e di annessioni, ad attaccare l’Urss.
Così, quando nel settembre del 1939 la Germania nazista aggredisce la Polonia, il Regno Unito e la Francia sono costrette a dichiararle guerra per via degli accordi stretti col governo di Varsavia e sotto la spinta delle mobilitazioni antifasciste nei loro paesi. Si tratta però solo di un atto formale. Concretamente non conducono nessuna operazione militare, dando il tempo a Hitler di conquistare la Polonia e preparare con calma l’invasione della Francia, che avverrà nel maggio del 1940. La Francia è considerata la prima potenza militare del Continente, ma una parte importante della classe dominante sabota ogni resistenza al motto di: “Meglio Hitler del Fronte Popolare”. In poco più di un mese i nazisti sono a Parigi.
Sistemato il fronte occidentale, con il Regno Unito che non mostra nessuna volontà di contrattaccare, Hitler si appresta a realizzare quello che era il suo obiettivo fin dall’inizio: mettere fine al bolscevismo. Nel giugno del 1941 inizia l’Operazione Barbarossa: oltre 3.600 carri armati e un esercito di quasi 4 milioni di soldati – la totalità delle forze della Wermacht non impegnate nel controllo dei territori occupati e quasi un milione di truppe proveniente dai paesi alleati, tra cui l’Italia – invadono l’Unione Sovietica.
Nonostante gli enormi sforzi del popolo sovietico, la capacità militare del paese non è ancora all’altezza di quella nazista, che mobilita truppe e risorse da tutta l’Europa occupata. Nei primi mesi le truppe di Hitler penetrano in profondità nel territorio sovietico, procurando devastazioni inimmaginabili e compiendo feroci stragi tra i civili. Con uno sforzo immenso le industrie sovietiche, situate soprattutto nella parte europea del paese, vengono rapidamente smantellate e ricostruite a est degli Urali, mentre nei territori occupati dai nazisti si organizza la resistenza partigiana, che coinvolgerà fino a un milione di cittadini sovietici.
Nel novembre del 1941 le truppe di Hitler arrivano ai sobborghi di Mosca, da cui Stalin si rifiuta di ritirarsi e da dove continua a dirigere le operazioni militari. Ma con l’arrivo dell’inverno le forze sovietiche portano una prima controffensiva lungo tutta la linea del fronte, ricacciando i nazisti, fino a quel momento imbattuti, fuori da Mosca. Anche Leningrado, assediata già da settembre, non si arrende: gran parte della popolazione resta nella città assediata, si organizza per supportare le difese cittadine, lavorando nelle fabbriche per produrre armi e munizioni. La città che porta il nome di Lenin resisterà eroicamente fino al 1944, quando viene liberata dall’assedio dall’avanzata dell’Armata Rossa.
Nel 1942 i nazisti preparano una nuova offensiva, diretta questa volta verso sud, per conquistare i depositi petroliferi di Baku. Il 23 agosto arrivano a Stalingrado. È il momento decisivo della guerra.
Il 28 luglio Stalin emana l’Ordine n. 227, indicando che dovrà essere letto ad alta voce in tutte le compagnie, truppe, batterie, squadroni, gruppi e Stati Maggiori dell’Armata Rossa. L’Ordine dice: “È tempo di smettere di ritirarsi. Non un passo indietro!”. È l’inizio della riscossa.
La città, ridotta in macerie, resiste al prezzo di oltre mezzo milione di morti e diviene per i proletari di tutto il mondo un simbolo e un faro di speranza nella lotta contro il nazismo.
Nel febbraio del 1943 da Stalingrado parte la controffensiva e i nazisti vengono ricacciati indietro, mentre la produzione industriale dell’Urss supera oramai quella tedesca.
A luglio le truppe sovietiche sono a Kursk, dove si svolge la più grande battaglia di carri armati della storia: i tedeschi subiscono la perdita di oltre mille panzer.
Nell’estate del 1944 comincia la riconquista della Bielorussia, con un’operazione che distrugge completamente il Gruppo d’armate Centro dei tedeschi, facendo prigionieri circa 300 mila nazisti.
A gennaio del 1945 viene liberata Varsavia e il 27 l’Armata Rossa entra ad Auschwitz, rivelando al mondo intero l’orrore dei campi di sterminio. È aperta la via verso Berlino, che capitolerà il 2 maggio (il 30 aprile Hitler, sconfitto, si suicida).
Solo quando capiscono che i sovietici stanno vincendo la guerra, gli Alleati decidono di aprire un nuovo fronte in Europa (come da anni chiedeva Stalin), a questo punto solo per evitare che il Continente sia liberato dall’Armata Rossa. Nel 1943 gli Alleati sbarcano in Italia, con l’obiettivo di contrastare l’avanzata sovietica nei Balcani e nella penisola, ma con scarso successo, rimanendo impantanati fino al 1945. Nel 1944, quando l’Armata Rossa è oramai inarrestabile e minaccia di arrivare fino all’Atlantico, decidono infine per lo sbarco in Normandia.
Sono comunque sempre fronti secondari, aperti quando oramai la sconfitta della Germania nazista è già stata decisa sul fronte orientale e l’esercito tedesco si trova in grave difficoltà. Per avere un’idea delle proporzioni, si calcola che l’80% delle perdite umane e il 75% di quelle in mezzi militari subite dai nazisti nel corso della guerra siano state inferte sul fronte orientale. Qui l’Armata Rossa schiaccia 607 divisioni, mentre le forze anglo-americane ne sconfiggono 176, tra fronte del Nord Africa, fronte italiano e fronte occidentale. In sintesi, tre quarti delle forze tedesche e metà degli eserciti dei suoi alleati vengono distrutti o costretti alla capitolazione dall’Armata Rossa.
Fino all’ultimo gli Alleati hanno fatto pesare sull’Urss la minaccia di un ribaltamento del fronte, secondo la linea riassunta da Henry Truman in una dichiarazione del 23 giugno 1941: “Se vedremo che vincerà la Germania, dovremo aiutare la Russia, e se vincerà la Russia dovremo aiutare la Germania. È per noi utile che essi si indeboliscano il più possibile”. E infatti l’ultimo atto della Seconda guerra mondiale, il lancio da parte degli Usa di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il 6 e 9 agosto del 1945, sarà il primo della Guerra Fredda: inutile dal punto di vista militare – il Giappone, già sconfitto, era oramai disposto ad arrendersi – rappresentò una minaccia diretta contro l’Unione Sovietica che, chiusa la partita in Europa, stava travolgendo le truppe nipponiche in Manciuria e godeva di enormi simpatie tra le masse popolari di tutto il mondo.
Fu quindi solo grazie all’Unione Sovietica che la barbarie nazista fu fermata. Negare questo significa falsificare la storia. Ma i vertici della Ue hanno tutto l’interesse a farlo, perché nella Terza guerra mondiale che si sviluppa sotto i nostri occhi si comportano esattamente come le potenze “democratiche” della Seconda: si riempiono la bocca di valori democratici, mentre nella realtà promuovono la mobilitazione reazionaria, sostengono i nazisti in Ucraina e il genocidio perpetrato dai sionisti a Gaza, senza risparmiare alle masse popolari di tutto il mondo ogni sorta di crimine e atrocità pur di mantenere il loro dominio. Solo la rinascita del movimento comunista può sbarrare loro la strada. Ancora una volta.
Fonti:
– Storia Universale dell’Accademia delle scienze dell’Urss, vol. X.
– Articolo “Sulla questione delle perdite delle parti contrapposte sul fronte sovietico-tedesco durante la Grande Guerra Patriottica: verità e finzione”, a opera del tenente colonnello S.B. Eremenko, Dottore di ricerca in storia, vice capo del Dipartimento dell’Istituto di ricerca dell’Accademia militare dello Stato Maggiore delle forze armate della Federazione Russa, consultabile sul sito del Ministro della difesa della Federazione Russa.
– Articolo “Worldwide deaths in world war II”, sul sito del National WWII Museum di New Orleans.






