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Il riarmo di Meloni passa dalle fabbriche?

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Marzo 24, 2025
in In breve
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Mentre vanno in scena le manovre dei guerrafondai filo europei per far ingoiare i piani di riarmo già approvati, il governo Meloni continua a trascinare il paese in guerra. Nelle ultime settimane circolano sempre più insistentemente voci sulla conversione di parte delle aziende italiane dal settore automobilistico alla componentistica bellica, nello specifico si caldeggia la fusione militare di Iveco e Leonardo.

È toccato al ministro Urso spiegare che la crisi di Stellantis potrebbe avere come sbocco la riconversione bellica e alla Meloni rassicurare i lavoratori sul fatto che può essere occasione per tutelare i posti di lavoro. Governo Meloni e opposizioni stanno insomma spingendo il nostro paese verso il baratro mettendo i lavoratori di fronte al ricatto: morire di fame o morire in guerra.

Per preservare a ogni costo nel mondo intero il proprio dominio in campo politico, economico, commerciale, monetario e finanziario che traballa, la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti non fa che allargare e aggravare la Terza guerra mondiale. Essa per i capitalisti è l’unica soluzione alla crisi generale per sovrapproduzione di capitale in cui sono immersi e si traduce nella necessità di distruggere uomini, donne, aziende, infrastrutture e interi paesi.

Imboccare la via della guerra per i capitalisti è però un’arma a doppio taglio perché la loro guerra apre alla rivoluzione socialista, alla guerra di liberazione delle masse oppresse contro la classe dominante. L’unica guerra che, ponendo fine al rapporto di produzione capitalista e instaurando il socialismo, risolve definitivamente la crisi. 

Guerra e rivoluzione

I lavoratori possono fermare la guerra e la riconversione bellica

Già oggi la maggioranza dei lavoratori è contraria alla guerra e sono diverse le esperienze di lavoratori organizzati che si oppongono al riarmo e non vogliono essere complici delle guerre della classe dominante. La RSU FIOM della Leonardo di Genova, ad esempio, ha disertato la piazza guerrafondaia per l’Europa del 15 marzo, segnando una netta presa di distanza dalla retorica bellicista con un comunicato. La stessa Cgil si è spaccata in relazione a quella piazza perché la base si è rivoltata contro l’adesione alla manifestazione.

All’aeroporto di Montichiari (BS) la scorsa settimana alcuni lavoratori iscritti all’USB hanno denunciato il passaggio di materiale bellico e per il 14 marzo hanno organizzato un presidio sotto la prefettura di Brescia per opporsi alla guerra.

Il Collettivo di fabbrica della ex Gkn ha preso nuovamente posizione contro il riarmo e per una reindustrializzazione di pubblica utilità, così come da anni hanno fatto i portuali del CALP di Genova, i lavoratori della logistica iscritti al Si Cobas, i lavoratori dell’aeroporto di Pisa e molti altri. Tutti esempi di come sia possibile denunciare e boicottare il traffico di armi e materiale bellico nel paese.

Sono esperienze che mostrano la via da percorrere dato che non saranno certamente il governo Meloni o un altro governo delle larghe intese a fermare la guerra. Organizzazioni come i sindacati di base, la parte più progressista della CGIL e tante altre realtà che già oggi mobilitano i lavoratori contro la guerra di Usa-Nato, Ue e sionisti possono diventare la forza che, insieme, in un fronte unito, organizzi i lavoratori per fermare la spirale di guerra.

Un fronte che alimenti e rafforzi l’organizzazione autonoma dei lavoratori. Che a partire dai luoghi di lavoro si occupi di boicottare la guerra, denunci il transito e la produzione delle armi, promuova scioperi per frenare la produzione e il trasporto di materiale bellico. Che spinga le organizzazioni di lavoratori a partecipare alle iniziative e alle mobilitazioni contro guerra ed economia di guerra, tutte occasioni per rafforzare l’organizzazione, promuovere il coordinamento tra i lavoratori di tutto il paese e dare una spallata al governo Meloni.

La storia ci insegna che i lavoratori, quando si organizzano e lottano uniti, possono cambiare il corso delle cose e che la libertà non si chiede ma si conquista! Alla lotta!

Costruiamo la mobilitazione contro la guerra a partire dai luoghi di lavoro!
Il 4-5-6 aprile il Coordinamento nazionale No Nato ha lanciato un appello alla mobilitazione.
Il 5 aprile mobilitazioni a Roma contro il riarmo europeo e l’economia di guerra: in Piazza Santi apostoli (promossa dall’Unione Sindacale di Base) e in Piazza Vittorio Emanuele II alle 15 (promossa dal M5s).
Il 12 aprile Giovani palestinesi d’Italia e UDAP hanno proclamato una manifestazione nazionale contro la guerra e hanno fatto appello ai lavoratori per il boicottaggio. 
Infine, il 25 aprile ricorre l’anniversario della vittoria della Resistenza e i lavoratori del paese devono farne una giornata che riaffermi il loro ruolo, come quello che hanno avuto per far cadere il fascismo e far ricominciare a vivere le città.

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