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Cosa fare quando un operaio rifiuta i mezzi di protezione sul lavoro?

Teresa Noce by Teresa Noce
Giugno 3, 2024
in Resistenza n. 6/2024
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Cari compagni,

sono un membro del P.Carc e anche un operaio metalmeccanico. Come partito abbiamo in corso una campagna sulla sicurezza nelle aziende. I numeri degli infortuni, mortali e non, è in costante aumento ed è un campo di battaglia della guerra di sterminio non dichiarata che la borghesia conduce contro le masse popolari. Questo è vero, però è anche vero che spesso ci sono lavoratori che vivono con insofferenza le misure di protezione oppure rifiutano di adottarle.

È una realtà che non va negata e dobbiamo tenere presente che il padrone fa leva su questo per scaricare sui lavoratori la responsabilità degli infortuni. Questo porta molti compagni a incazzarsi istintivamente con coloro che rifiutano di utilizzare i dispositivi di protezione individuale e di sicurezza forniti dalle aziende. Anche a me è capitato sul mio posto di lavoro e sono certo che capita anche ad altri nostri compagni e simpatizzanti, sia con i propri colleghi che con lavoratori di fabbriche in cui interveniamo.

Ragionandoci, ho visto come questo modo di porsi non ci porta lontano. Come comunista mi sono chiesto quale politica promuove il Partito su questo tema. Credo di non sbagliare individuando due punti fondamentali nella nostra linea nei confronti della classe operaia:

1. su ogni aspetto, promuovere l’organizzazione e il protagonismo operaio;

2. per farlo utilizzare la linea di massa, quindi porsi come educatori e formatori.

Se siamo comunisti dobbiamo imparare a guardare le cose dall’alto e studiare cosa è necessario fare per attuare la linea. Questo è il lavoro concreto, quotidiano, per fare avanzare la rivoluzione socialista.

Allora, stabilito che incazzarsi con i colleghi è controproducente, ragioniamo sui motivi che inducono a rifiutare i mezzi di protezione. Può avvenire per ignoranza, quindi per mancanza di formazione, o per faciloneria, ma anche per una sana sfiducia verso le soluzioni imposte dai padroni, che sembrano (e sono) realmente insufficienti.

Ragionandoci ho capito che spesso questo rifiuto è una forma, sia pure arretrata, di resistenza alle condizioni di lavoro che ci vengono imposte.

Il motivo principale che solitamente porta un lavoratore a rifiutare i dispositivi di protezione è che sono percepiti come un’imposizione del padrone, che se non li utilizzi può arrivare a sanzionarti. Spesso per il loro utilizzo non viene fatta un’adeguata formazione e, soprattutto, manca l’ascolto delle problematiche sollevate dai lavoratori, che sul posto di lavoro ci stanno tutto il giorno, sette giorni su sette; manca la loro partecipazione.

Ci sono delle leggi, certo, ma spesso non sono applicate. I Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (Rls) non hanno un reale potere e a volte capita che siano figure di comodo, praticamente scelte dalla direzione aziendale. Senza contare che spesso anche i più onesti e volenterosi si trovano stretti fra le pressioni padronali e le contestazioni dei lavoratori, senza una reale organizzazione a loro supporto – vedasi la corrispondenza “(in)Sicurezza sul lavoro e giustizia” che abbiamo pubblicato su Resistenza n. 11-12/2023.

Se, come detto, è sbagliato arrabbiarsi, lo è altrettanto dire al proprio compagno di lavoro che fa bene a fregarsene perché tanto non serve a nulla ciò che viene fatto nelle aziende per la sicurezza. Dobbiamo fare leva su questa forma di resistenza spontanea, ma sicuramente non possiamo fermarci lì.

Dobbiamo spiegare che è importante proteggersi dagli infortuni ma che non basta accontentarsi di questo, come vorrebbe il padrone. Nel migliore dei casi, se segue formalmente la legge, ti fornisce le protezioni e ti fa la formazione periodica obbligatoria, ma per lui la questione si chiude qui, poi sono cavoli tuoi! Se poi ti fai male, è per forza colpa tua!

In realtà, è l’organizzazione del lavoro stabilita dal padrone per i suoi interessi che favorisce gli infortuni, è la logica del profitto. Per questo il necessario salto di qualità nella sicurezza, lo vediamo da quella che è stata l’esperienza dei Consigli di Fabbrica: è l’organizzazione e la partecipazione diretta e attiva dei lavoratori. Questa deve essere la nostra bussola.

Se oggettivamente i mezzi di protezione forniti impediscono di lavorare agevolmente, perché sono scomodi o inadeguati, la soluzione è organizzarsi per imporne la sostituzione con altri idonei. Se, invece, il problema è che impediscono di lavorare secondo i tempi stabiliti dal padrone, allora è necessario organizzarsi per imporre il rallentamento dei tempi. Se ci sono lavorazioni che per essere espletate richiedono in qualche modo di “bypassare” i dispositivi di sicurezza, allora bisogna organizzarsi per avere la forza collettiva di rifiutarsi di eseguirle.

La questione chiave è promuovere organizzazione e partecipazione, riprendersi il ruolo di protagonisti nella fabbrica. La legge sulla sicurezza è dettagliata al punto da perdersi in facezie che davvero non affrontano il problema alla radice. Senza la partecipazione attiva dei lavoratori, la sicurezza diventa una questione burocratica, priva di significato. È veramente una foglia di fico dietro cui si nascondono i padroni per pulirsi la coscienza.

Come comunisti dobbiamo partire dal fatto che fermare la strage quotidiana sui posti di lavoro è una questione politica, di costruzione di adeguati rapporti di forza nei posti di lavoro. Tenendo presente questo, possiamo anche valorizzare quel lavoratore che rifiuta di utilizzare i mezzi di protezione. Il suo rifiuto può essere una leva da cui partire per ragionare che serve organizzarsi per avere veramente voce in capitolo sulla strutturazione della sicurezza in azienda.

C.B.

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