Cacciare il governo Meloni. Prendere in mano il paese

Mentre scriviamo questo numero di Resistenza va in scena la fase finale della campagna elettorale. Sebbene il giornale sia scritto prima, sarà diffuso dopo le elezioni. Tuttavia gli elementi politici principali sono già chiari.

I partiti delle Larghe Intese hanno condotto una campagna elettorale fiacca, cercando di evitare il più possibile iniziative che mettessero i loro politicanti a rischio contestazione. Pochi comizi nelle piazze e tante passerelle nei teatri, tante dichiarazioni ai media e, soprattutto, tanta fuffa sui social.

È stata creata una specie di parentesi in cui è stato rappresentato un paese che non esiste, sono state insabbiate le questioni problematiche principali e hanno trionfato le chiacchiere senza capo né coda. Ma la parentesi del recital elettorale non ha impedito che il mondo reale andasse avanti, che le questioni problematiche rimassero tutte lì e si aggravassero.

Gli studenti e le organizzazioni operaie e popolari sono invece state protagoniste delle scorse settimane. Le loro iniziative e le loro mobilitazioni non sono riuscite a far scoppiare “la bolla elettorale” e a condizionarla (le Larghe Intese non hanno neppure provato a strumentalizzarle, pertanto sono state ignorate), ma hanno inciso in modo significativo sul mondo reale.

Con la premessa che il valore politico di una mobilitazione non si misura solo in termini di partecipazione e che la nostra attenzione è rivolta a quelle che “aprono una strada”, sono d’esempio, alimentano l’organizzazione e la mobilitazione più generale, ne riportiamo alcuni esempi.

A metà maggio sono iniziate le accampate nelle università italiane in solidarietà al popolo palestinese (vedi articolo a pag. 7). Non si tratta di una mobilitazione paragonabile a quella in corso negli Usa, ma è politicamente molto rilevante. È una grande dimostrazione di come i movimenti popolari possono usare le crepe nel sistema delle Larghe Intese e le contraddizioni della classe dominante: il governo non ha avuto la forza di sgomberare le accampate (avrebbe significato suscitare una mobilitazione più ampia e meno controllabile) e neppure di dare seguito ai tentativi di criminalizzare la mobilitazione usando le provocazioni, che pure non sono mancate (dal presidio “per la libertà” indetto dai sostenitori dei sionisti di fronte alla Statale di Milano alle aggressioni di Lotta Comunista a Milano e a Roma).

Ultima Generazione ha concatenato una serie di azioni dimostrative a Roma, nello “stile” solito dei suoi attivisti: irruzione in eventi istituzionali, culturali e sportivi, blocchi stradali, imbrattamento (con vernice lavabile) di monumenti e palazzi istituzionali. A fare un salto è stata la repressione. Non solo gli attivisti sono stati fermati e denunciati, ma hanno denunciato più volte violenze e maltrattamenti da parte della polizia. Anche i giornalisti che seguivano le iniziative per darne notizia sono stati fermati.

Ci teniamo a esprimere, anche qui, la solidarietà agli attivisti di Ultima Generazione, ma soprattutto ci teniamo a sottolineare il giusto approccio con cui affrontano la repressione.

Solo alcuni mesi fa, il governo Meloni ha emesso un decreto sicurezza tarato sulla criminalizzazione degli attivisti climatici (vedi articolo a pag. 12), proprio con l’obiettivo di interrompere le azioni dimostrative. Invece le azioni dimostrative continuano e gli attivisti di Ultima Generazione rilanciano, violando sistematicamente prescrizioni e fogli di via.

È un esempio concreto di quello che intendiamo quando diciamo che non bisogna farsi fermare dalla repressione, continuando nelle proprie attività, proprio quelle che le autorità repressive vogliono impedire.

“I lavoratori della Dachser-Fercam SpA dell’Interporto di Bologna, organizzati con il Si Cobas, a seguito di uno sciopero di diversi giorni concluso con un riconoscimento economico e sulle condizioni lavorative, dopo avere portato solidarietà agli studenti accampati nell’Università di Bologna a sostegno della causa palestinese, a partire da ieri sera hanno interrotto la movimentazione dei colli da e verso Israele, in una azione di concreta solidarietà internazionale e boicottaggio dello Stato sionista.

Tale decisione è stata riportata nell’accordo sottoscritto con la Dachser-Fercam e con Lhs Società Consortile, che gestisce l’appalto. L’iniziativa decisa dai lavoratori Fercam è l’ultima di una serie di iniziative del sindacato Si Cobas contro il genocidio in corso a Gaza e a sostegno della causa palestinese” – da un comunicato del Si Cobas del 23 maggio.

Se esistesse il dubbio che la posizione conquistata dai lavoratori Fercam sia poco influente nel contesto generale (“perché le merci passeranno da altre vie”, “perché se non lo fa la Fercam lo farà qualcun altro”, ecc.) va subito eliminato.

La loro conquista dimostra concretamente il ruolo della classe operaia nella mobilitazione contro il genocidio in Palestina e, più in generale, contro la guerra; è un esempio per altri lavoratori e indica una strada alle organizzazioni sindacali; è uno sviluppo positivo delle problematiche poste dal generico boicottaggio delle aziende e delle merci israeliane (ne abbiamo parlato sul numero 1/2024 di Resistenza prendendo spunto dalla campagna di boicottaggio di Carrefour).

Il 20 maggio, il Comitato Autonomo Lavoratori Porto di Genova (Calp) ha occupato palazzo San Giorgio, sede dell’autorità portuale, a seguito dello “scandalo” che ha travolto la Regione Liguria. Per motivi di spazio non possiamo dilungarci qui su quello che “il sistema Liguria” ha fatto emergere in termini di degrado materiale e morale della classe dirigente, né su quanto gridino vendetta le dichiarazioni, le parole e le opere della cricca di delinquenti che ne era a capo. Occupando il palazzo dell’autorità portuale il Calp ha fatto un passo che indica una via: l’alternativa alla cricca del malaffare di Toti e dei suoi soci non è un’altra cricca delle Larghe Intese: è l’azione degli organismi operai e popolari che, nel caso specifico, sanno come deve funzionare il porto, sanno come devono essere le condizioni di vita e di lavoro dei portuali, sanno quali sono gli interessi delle masse popolari di una città sfregiata, cementificata, svenduta, occupata dai comitati di affari.

Il 18 maggio, il Collettivo di Fabbrica della ex Gkn ha convocato una manifestazione nazionale a Firenze per riaffermare la volontà di dare uno sbocco alla fabbrica che prima è stata chiusa da un fondo di investimento internazionale e poi è stata spolpata da un cavaliere della Repubblica Pontificia, Borgomeo.

La manifestazione è stata molto partecipata (vedi articolo a pag. 8), alla faccia di chi sperava di celebrare la fine di un ciclo di lotte con la definitiva rassegnazione degli operai. L’ampia partecipazione è certamente dimostrazione di quanto una schiera di solidali sia ancora presente e attiva attorno ai lavoratori, ma soprattutto è il frutto delle relazioni che il Collettivo di Fabbrica ha coltivato e mantenuto. Non è un caso che “la manifestazione per la Gkn” sia stata preparata chiamando alla mobilitazione le Rsu delle altre aziende e legandosi strettamente alla mobilitazione contro la crisi ambientale, a quella delle donne delle masse popolari e a quella con il movimento in solidarietà con il popolo palestinese.

Che la manifestazione si sia conclusa con l’accampata sotto il palazzo della Regione Toscana è un ulteriore passo a “uscire dalle aziende” per assediare le istituzioni della classe dominante.

Nell’area flegrea di Napoli da un anno si registrano fenomeni di bradisismo. A maggio le scosse sono state particolarmente forti, hanno creato panico nella popolazione e hanno messo in evidenza che il governo e le istituzioni non hanno un piano sicurezza, non hanno diramato procedure alla popolazione, non hanno fatto niente.

Il 22 maggio si è svolta un’assemblea pubblica a Pozzuoli: le masse popolari non sono disposte a sfidare “la fatalità”.

La Sezione del P.Carc ha distribuito un volantino, ne riportiamo uno stralcio:

“Tante sono le proposte e le misure individuate da comitati, collettivi e organizzazioni politiche e sociali del territorio in questa fase. Di seguito ne rilanciamo alcune:

– la mappatura immediata e pubblica degli edifici a rischio, pubblici e privati, e la definizione di un progetto straordinario di messa in sicurezza,

– la definizione di un piano di emergenza concreto (con l’individuazione di aree protette da attrezzare e siti sul territorio) per l’evacuazione di tutti gli edifici pubblici e privati e non la barzelletta attualmente in vigore che danneggerebbe e comprometterebbe il tessuto sociale ed economico del territorio,

– un piano di informazione pubblica costante, a partire dalle scuole, sullo stato del sisma e le indicazioni in tempo reale alla popolazione,

– installazione di info point, punti di ascolto e sostegno psicologico su tutto il territorio.

L’aspetto decisivo per l’attuazione di queste misure è che non vanno delegate alle istituzioni. Da Meloni, da De Luca e dai sindaci del Pd non arriverà nulla buono. Quello che arriverà di buono sarà quello che le masse popolari organizzandosi saranno capaci di fare direttamente o di imporre con la mobilitazione e la lotta. Se i politicanti e gli arraffoni avessero voluto risolvere qualcosa lo avrebbero già fatto dato che da mesi le scosse si moltiplicano. Ora è tempo di fare irruzione dal basso, di prendere in mano la situazione e decidere il da farsi!

Gli abitanti dell’area flegrea e dintorni, a partire dalle organizzazioni operaie e popolari, associazioni, comitati e collettivi già esistenti devono organizzarsi:

– promuovere assemblee pubbliche per decidere cosa fare,

– mobilitarsi per fare controllo popolare degli edifici di zona, avviare la mappatura dal basso di quelli più pericolosi e mobilitare anche tecnici ed esperti a dare una mano,

– stendere insieme agli Rls (Responsabili dei lavoratori per la Sicurezza) di zona o d’azienda disponibili, insieme ad ingegneri e tecnici disponibili un piano alternativo per la sicurezza ed evacuazione delle aziende e del territorio e imporne l’adozione da parte delle istituzioni ufficiali,

– aprire centri di informazione popolare in cui dare indicazioni su come comportarsi in caso di emergenza e monitorare lo stato del sisma attraverso dati ufficiali dandone massima diffusione,

– moltiplicare i presidi, le mobilitazioni e le azioni di lotta per imporre le misure necessarie a mettere in sicurezza persone e cose su tutto il territorio.

Dobbiamo dichiarare noi lo stato di emergenza”.

Abbiamo fatto alcuni piccoli esempi e molti altri se ne possono fare. Se ognuno di questi esempi fa emergere una specifica questione, quella su cui chi ha promosso quella specifica mobilitazione è attivo, presi nel loro insieme gli esempi pongono la questione di una diversa direzione della società e del paese. E hanno in sé anche la soluzione.

La soluzione non può essere – e non sarà – la “generale mobilitazione che dà l’assalto ai palazzi del potere”: quella al massimo sarà solo l’atto simbolico e conclusivo di un processo il cui fulcro è la progressiva assunzione di responsabilità degli organismi operai e popolari che si coordinano per prendere in mano il futuro delle aziende, dei territori e di tutto il paese. Quegli stessi organismi che oggi sono i promotori delle rivendicazioni al governo e alle istituzioni, ma che per dare corso alle misure che oggi rivendicano dovranno concretamente iniziare a praticarle e attuarle.

Il governo di emergenza che serve al paese inizia a esistere quando gli organismi operai e popolari che ne sono la spina dorsale iniziano ad agire coscientemente come sua emanazione, come nuove autorità pubbliche.

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