Ancora sulla Repubblica Popolare Cinese

Un bilancio delle iniziative di presentazione del rapporto della Fgci sul viaggio nella Repubblica Popolare Cinese

Cari compagni della Redazione,

su Resistenza n. 4/2024avete pubblicato l’articolo “Il ruolo della Repubblica Popolare Cinese nella seconda crisi generale del capitalismo”. Il tema dell’articolo era l’iniziativa organizzata a Firenze dal Settore Lavoro Giovani del P.Carc in cui abbiamo presentato il rapporto del viaggio svolto l’anno scorso dalla Fgci nella Repubblica Popolare Cinese (Rpc), pubblicato integralmente sul periodico del Pci di Mauro Alboresi, Ragioni e Conflitti, e i cui punti più salienti sono stati ripresi ne La Voce del (n)Pci n. 74.

Vi scrivo perché, nei due mesi successivi, sono state svolte altre iniziative sul tema a Cagliari e a Brescia, alle quali ho avuto modo di partecipare in quanto Responsabile Nazionale del Settore Lavoro Giovani. Colgo l’occasione della stesura di questa lettera per fare un “bilancio intermedio” del lavoro svolto.

Le tre iniziative sono state molto diverse fra loro. Quella di Cagliari era organizzata insieme ai compagni della Fgci e del Pci ed è stata particolarmente utile per lo sviluppo del dibattito franco e aperto fra organizzazioni comuniste, mentre quella di Brescia si è distinta per la ricchezza di domande e spunti di riflessione portati da un pubblico composto da operai e giovani. Un altro aspetto importante dell’iniziativa bresciana è che questa è stata preparata e condotta da me con tre giovani compagni del P.Carc, che si sono cimentati con slancio in un’attività nuova e nel dare risposte a questioni complesse.

Dal lavoro complessivo traggo un bilancio molto positivo. Presentare e leggere alcuni stralci di quel rapporto ha portato a dibattere su quali sono le caratteristiche del socialismo (i tre pilastri: dittatura del proletariato, proprietà pubblica dei mezzi di produzione, partecipazione crescente delle masse popolari alle attività specificamente umane) e i compiti che noi comunisti dei paesi imperialisti dobbiamo adempiere per arrivarci.

Mi spiego meglio. Leggendo vari passaggi dai quali emerge la centralità delle organizzazioni di massa e delle associazioni legate al Partito Comunista Cinese (Pcc) nella direzione della società è inevitabile porci il problema di come già ora, qui in Italia, noi comunisti dobbiamo lavorare alla promozione, al rafforzamento e al coordinamento delle organizzazioni di lavoratori e studenti; per portarli oggi a cacciare il Governo Meloni e imporre dal basso un proprio governo d’emergenza; perché domani saranno loro la rete di organismi che, legata al Partito, dirigerà il paese. È questa l’essenza della dittatura del proletariato, il regime politico della fase socialista.

Su questo importante tema è interessante il dibattito sviluppatosi nel corso dell’iniziativa a Cagliari. Alcuni compagni del Pci hanno espresso la tesi secondo la quale sarebbe utopico pensare che un paese possa essere interamente diretto dal proletariato e dal suo partito comunista. Dovremmo “accontentarci” e “aspirare” al modello cinese attuale, nel quale convivono capitalismo e socialismo.

Ebbene, questa tesi è sbagliata. Non tiene conto del fatto che sono esistiti paesi nei quali tutto il potere era in mano ai lavoratori e che soltanto limiti ed errori della sinistra del Partito hanno portato a fare dei passi indietro. Anche per la Rpc è stato così: alla morte di Mao Tse-Tung la debolezza della sinistra ha consentito l’affermarsi della destra del Partito, incarnata da Deng Xiaoping, che, mossa dalla reale necessità di lavorare allo sviluppo di forze produttive moderne (e, al tempo stesso, non rendendosi conto dell’importanza che la lotta fra classi ricopre nella storia), aprì oltremodo alle attività di aziende dei capitalisti stranieri. Questo finché, con i fatti di Piazza Tienanmen, persino la destra del Partito si rese conto che l’esistenza stessa della Rpc era messa a repentaglio e invertì la rotta.

Ecco, proprio questa “inversione di rotta” è stata il cuore della discussione delle iniziative sinora svolte, grazie alle tante domande, critiche e dubbi posti dai presenti.

Il (n)Pci da un paio d’anni sta dedicando numerosi articoli della propria rivista La Voce all’indagine sulla natura della Rpc e sulla svolta rappresentata dall’elezione di Xi Jinping a Segretario Generale del Pcc nel 2012. Nell’articolo “Il ruolo attuale della Rpc nel sistema delle relazioni internazionali, il ruolo del Pcc nel Movimento Comunista Cosciente e Organizzato internazionale e la costruzione del socialismo in Cina” ne La Voce n. 76viene scritto che deve essere rettificata la tesi, presente nel Manifesto Programma del (n)Pci, secondo la quale la Rpc è un paese socialista nella “seconda fase”, ovvero di graduale restaurazione del capitalismo. Si tratta di un’affermazione che ha spinto molti compagni ad esporre una serie di dubbi: è possibile definire “paese socialista nella prima fase” (ovvero di costruzione del socialismo) un paese nel quale il 90% delle aziende è in mano a privati? In base a quali dati possiamo affermare che Xi Jinping rappresenti la sinistra del partito e che con la sua elezione ci sia stata una svolta, al di là delle sue dichiarazioni? Se la Rpc fosse un paese socialista nella prima fase, non dovrebbe assumere pienamente il ruolo di base rossa mondiale della rivoluzione proletaria, cosa che, attualmente, non fa? E ancora, è dunque impossibile instaurare il socialismo senza doversi avvalere di forme di capitalismo?

Sono questioni complesse, rispetto alle quali c’è un acceso dibattito. Ben lungi dal proposito di risolverle con questa lettera, credo che possiamo individuare una tendenza da contrastare e una da incoraggiare, mentre sull’errore di interpretare il socialismo con caratteristiche cinesi come dimostrazione della possibilità di conciliare sviluppo del capitalismo e interessi delle masse popolari ho già scritto. Su quest’ultimo punto aggiungo soltanto che l’Italia, a differenza della Cina del 1949, è un paese imperialista tecnologicamente avanzato, pertanto noi comunisti italiani non avremo certo bisogno di lavorare allo sviluppo di forze produttive moderne per fare dell’Italia un paese socialista, non dovremo fare ricorso ai capitali dei gruppi imperialisti stranieri, mentre potremo giovarci del sostegno dei paesi, come la stessa Rpc, che si oppongono alla loro Comunità Internazionale.

La tendenza da contrastare è quella dogmatica, espressa da chi mette sullo stesso piano i revisionisti che sono saliti al potere in Urss dal 1956 e la destra del Partito affermatasi nella Rpc nel 1978 senza tenere conto del fatto che la Russia zarista era sì un anello debole, ma comunque appartenente alla catena imperialista, mentre la Cina prerivoluzionaria era ridotta a una semicolonia.

Già Mao ritenne necessario aprire agli investimenti dei gruppi imperialisti stranieri per concorrere allo sviluppo delle forze produttive. È la tendenza di chi adduce l’attività del Pcc in Africa come prova del fatto che la Rpc sarebbe un paese imperialista come tutti gli altri, senza tenere conto del fatto che il Pcc in Africa non va a devastare e spolpare i territori come fanno i paesi imperialisti occidentali, ma instaura legami con i partiti africani (comunisti e non), fornisce aiuto nella costruzione di infrastrutture, concede prestiti, promuove scuole per quadri di partito.

In sintesi, è la tendenza a concepire il socialismo come un monolite, mentre in nessuna parte del mondo è mai esistito un capitalismo che si sia trasformato in un “socialismo puro”: uno dei principali apporti del maoismo è che la lotta di classe continua nel socialismo, c’è una lotta costante fra destra e sinistra dentro il partito, sulla quale si gioca l’avanzamento verso il consolidamento dei tre pilastri del socialismo e il passaggio dal socialismo al comunismo oppure la retrocessione verso il capitalismo.

La tendenza da incoraggiare, invece, è quella a problematizzare, a promuovere lo studio e la ricerca su quello che sta accadendo nella Rpc. Sicuramente ci sono degli elementi che permettono di affermare che la Rpc è davanti a una svolta. Basti pensare al fatto che il tasso di povertà si è drasticamente ridotto in pochissimo tempo, ai risultati che si stanno ottenendo sul fronte della lotta contro l’inquinamento (non è possibile fare fronte alla devastazione ambientale senza un’economia pianificata diretta dal partito comunista), al ruolo che la Rpc sta assumendo, sempre con maggior consapevolezza, alla testa dei Brics e nel sostegno dato a livello internazionale ai cosiddetti “Stati canaglia”.

Siamo comunisti, ricerchiamo la verità nei fatti e la analizziamo servendoci del materialismo dialettico, per questo concludo con un invito ai compagni ovunque collocati a contribuire alla ricerca scientifica segnalando al (n)Pci e al P.Carc materiali utili per proseguire in questa inchiesta, a organizzare iniziative di confronto su questi temi, a partecipare alle presentazioni del rapporto della Fgci che organizzeremo nei prossimi mesi.

Chiara Pastacaldi
Responsabile Nazionale Settore Lavoro Giovani

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