Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce!

Pubblichiamo la lettera di una compagna del P.CARC a pochi giorni dal ritrovamento del corpo della giovane Giulia Cecchettin, studentessa ammazzata dall’ex fidanzato che non accettava la fine della loro relazione.

Un copione già visto fin troppe volte che ha indignato migliaia di donne stanche di aver paura che le proprie scelte di vita sanciscano la propria condanna a morte, stanche di vivere in una società dove la responsabilità viene sempre fatta ricadere sui singoli. Sulle donne, troppo svestite da andarselo a cercare o sugli uomini presi da raptus di gelosia che stuprano e ammazzano.

Questa lettera mette al centro il fatto che nonostante non si possa far finta che la questione di genere non esista e che sia un grave problema sociale, indignarsi non basta e che bisogna andare a cercare i veri responsabili dell’oppressione che le donne delle masse popolari vivono in ogni ambito della loro vita, a partire da quello familiare e lavorativo, e organizzarsi per combatterlo.

Giulia è infatti l’ennesima vittima della guerra di sterminio non dichiarata che la borghesia conduce nei confronti delle masse popolari ogni giorno. Una guerra può essere combattuta dalle donne delle masse popolari innanzitutto organizzandosi in ogni ambito della società, a partire dai luoghi di lavoro fino a scuole e università, per mettere fine alle discriminazioni di genere. Una strada pratica che sviluppandosi condurrà all’abbattimento del sistema capitalista e tutte le altre oppressioni ad esso connesse proprio a partire da quella di genere.

È per questo che la compagna lancia l’appello a tutte le proletarie del paese a raccogliere la chiamata di Non una di Meno, che sabato 25 novembre riempirà le vie di Roma e di Messina, affinché le migliaia di donne indignate e schifate si organizzino e si uniscano a quelle già organizzate nella lotta per cacciare il governo Meloni e contro il Vaticano.

Buona lettura

***

Care compagne e cari compagni dell’Agenzia Stampa,
a pochissimi giorni dalla giornata internazionale contro la violenza di genere del 25 novembre, in occasione della quale Non Una di Meno ha organizzato due manifestazioni nazionali a Roma e a Messina, è stato ritrovato il corpo di Giulia Cecchiettin, l’ennesima donna morta per il fatto di essere tale.

Questa notizia sta suscitando indignazione e rabbia da parte della maggior parte delle persone.

L’ennesima vita strappata da un sistema putrido, corrotto e patriarcale, l’ennesimo caso di cronaca nera che racconta della piaga della violenza di genere sulle donne delle masse popolari e che la stampa borghese tratta come una rubrica da aggiornare, una tematica per la quale indignarsi e con la quale fomentare la guerra tra poveri mettendo donne contro uomini e prestando il fianco a inutili giustizialismi e gogne mediatiche. Distogliendo insomma l’attenzione dalle vere cause del problema: la società capitalista con i rapporti malati che produce e dalla vera soluzione: organizzarsi e mobilitarsi per combatterla.

Noi donne delle masse popolari però lo sappiamo bene chi sono i nostri carnefici e oppressori: sono i padroni che ci massacrano in fabbrica e sui posti di lavoro; sono i politici che hanno distrutto il sistema sanitario e cercano di strappare ogni conquista delle donne; è il Vaticano che cerca ancora di educarci alla cultura dello stupro e alla schifosa doppia morale dei preti.

Questa è la violenza di genere per le donne del proletariato: salari più bassi, meno diritti, la colpa di avere il ciclo, di essere madri (o volerlo diventare) e della propria femminilità.

Questi sono i nemici contro cui noi donne, lavoratrici, studentesse, disoccupate e pensionate dobbiamo organizzarci e mobilitarci!

È per cacciare il governo di Giorgia Meloni, quello dei guerrafondai, quello che strumentalizza la violenza di genere per intensificare la repressione contro qualsiasi forma di dissenso, come è successo a Caivano, che sabato 25 novembre bisogna marciare unite. La rabbia che proviamo per la morte di Giulia, ma anche di Anila (operaia morta schiacciata da un’imballatrice pochi giorni fa) e di tutte le altre vittime (troppe!) di questa guerra sociale, è la prova che questo sistema marcio non ci ha ancora annientate. E non potrà farlo! Per ognuna di noi che cadrà ce ne saranno altre cento che nasceranno, che rialzeranno con la lotta, con la forza e l’intelligenza la bandiera dell’emancipazione di tutte le donne.

Tutto quello che sta accadendo deve unirci, deve spingerci anche dopo la manifestazione, quando torneremo a casa, a continuare la mobilitazione contro la doppia oppressione delle donne nei nostri territori, attraverso la promozione di manifestazioni e iniziative locali, nei nostri luoghi di lavoro, per contrastare le discriminazioni e i ricatti, nelle nostre scuole..

Per costruire un’altra politica noi donne dobbiamo esserne protagoniste!

Un’emancipazione di genere ma soprattutto di classe. Perché è questo sistema marcio che ci opprime ogni giorno non solo come donne ma anche come lavoratrici, studentesse, disoccupate e precarie.

Compagne, attiviste, studentesse, lavoratrici e del resto delle masse popolari scendiamo in piazza a gridare con forza la nostra rabbia e la voglia di conquistare un mondo e una società nuovi!

“Siamo il grido,
altissimo e feroce,
di tutte quelle donne
che più non hanno voce!”

Giulia, la nostra lotta sarà anche per te.

L.B.

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