Intervista a Bruno Carvalho: racconti dal Donbass

Rilanciamo come Agenzia stampa Staffetta Rossa l’intervista che abbiamo fatto a Bruno Carvalho, giornalista freelance e corrispondente di guerra, durante le due giornate della Festa nazionale della Riscossa Popolare che si è tenuta a Napoli il 29 e 30 settembre scorsi.

Invitiamo tutti a leggere e seguire nel video qui sotto l’intervista perché le parole di Carvalho servono ancora una volta a mettere sotto i riflettori la libertà di espressione. È evidente, a partire dal caso eclatante di Assange e continuando con le liste di proscrizione stilate contro i reporter che documentano i crimini di guerra del governo ucraino in Donbass che esiste un problema di libertà di espressione, di libertà di dire la verità, mal celato nel nostro paese sotto una propaganda di guerra martellante. Questo uno dei temi principali che ha attraversato la due giorni di Napoli anche durante il concerto dei 99 Posse, suscitando grandi polemiche per la presenza sul palco delle bandiere delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.

È altrettanto evidente che invece serve alimentare e continuare a fare informazione indipendente, libera, che racconti la verità. Il miglior modo per difendersi dagli attacchi è proseguire nella difesa del diritto di parola praticandolo e a questo compito possono e devono dedicarsi tutti quei giornalisti, quei reporter e quei compagni che possono contribuire. Il miglior modo è quello che mostra anche Carvalho in questa intervista: parlare della repressione, allargare la solidarietà, proseguire a svolgere i compiti per cui sono stati attaccati e a far conoscere la verità.

Nel nostro paese chi vuole proseguire nella costruzione di informazione indipendente, che sia schierata dalla parte delle masse popolari, ha l’onore e l’onere anche di sostenere attivamente quelle battaglie che possono mettere in crisi il governo Meloni, per esempio mettendosi in contatto con le realtà operaie in lotta e documentando le condizioni di lavoro delle aziende rimaste ancora aperte, oppure realizzando inchieste per smascherare le speculazioni che ci sono dietro a chiusure e delocalizzazioni. Di questo abbiamo parlato ad esempio con la Banda Bassotti e Ottolina Tv nel dibattito Radici e prospettive del movimento contro la guerra, organizzato nelle giornate della Festa della Riscossa Popolare di Massa, questa estate. Anche gli operai e i lavoratori possono assumere un ruolo in questo processo entrando in contatto con loro e indicandogli, anche in forma anonima, le situazioni sulle quali indagare per alimentare l’organizzazione e la lotta di classe in corso per una nuova necessaria liberazione nazionale.

Buona visione e buona lettura

***

https://youtu.be/hQCWN6_U_AU

Chiediamo a Bruno di raccontarci la sua esperienza sul fronte del Donbass: le cose che ha visto, quelle che ha raccontato e perché ha deciso di raccontare aspetti che si discostano dalla narrazione dominante.

Bruno ci dice che è stato per la prima volta nel Donbass nel 2018 perchè era molto interessato dagli eventi che avvenivano in quella terra già dall’Euromaidan e dal massacro di Odessa del 2014. Poi, con l’operazione speciale del febbraio – che tutti conosciamo – ha deciso di ritornare per descrivere e raccontare la vita dei civili sotto la guerra, per smontare la disinformazione della propaganda occidentale e verificare sul campo cosa stesse avvenendo per davvero. Bruno ha lavorato per diversi giornali, per diverse testate: portoghesi, basche e altre, di altre piattaforme, tra cui anche alcune mainstream.

Dopo esserci stato nel 2018, quindi ci è ritornato tra il 2022 e 2023 per otto mesi, e ha avuto la possibilità di avere una testimonianza diretta di quello che succedeva sul fronte e degli attacchi dell’artiglieria ucraina in alcune città del Donbass. Ha visto attacchi alla centrale di Zaporizhzhia, ha potuto parlare e intervistare alcuni prigionieri ucraini dentro una prigione di guerra. Quello che più sottolinea però è come il suo lavoro gli ha permesso di toccare con mano e vedere in prima persona i crimini di guerra ucraini condotti su ospedali, quartieri residenziali, hotel, incluso il suo, dove alloggiava. Ha visto così vari massacri, per esempio in un solo giorno 16 morti a  Donetsk e in una sola piazza a Bakhmut ha visto l’artiglieria ucraina fare 13 morti, tra cui dei bambini molto piccoli. Nel corso di questi otto mesi ha avuto modo di verificare di prima mano come diventava sempre più evidente la mancanza di umanità dei media occidentali nel raccontare il teatro di guerra e la verità che la guerra nascondeva e soprattutto come cercavano di silenziare i morti civili dovuti ad armi che sono il frutto delle tasse che vengono imposte ai lavoratori europei.

Sul fronte del Donbass ci sono diversi giornalisti indipendenti come Bruno, gli chiediamo quindi se esiste una forma di organizzazione, di coordinamento tra questi giornalisti che porti anche a scambi di informazioni e elaborazione collettiva dei contenuti.

In realtà, ci racconta, non c’era un grande coordinamento tra giornalisti. L’Italia è uno dei paesi che aveva un maggior numero di giornalisti in Donbass, ma per lo più la presenza dei giornalisti era concentrata sul fronte della propaganda pro occidentale. Nel Donbass, nei periodi di massima presenza erano circa in dieci; ma c’erano diversi momenti in cui lui era l’unico giornalista in quel fronte, così come altri sono stati gli unici presenti in differenti periodi. All’inizio, soprattutto nelle fasi iniziali della guerra, si collaborava di più, proprio per un senso di solidarietà reciproca per le condizioni di guerra che ti venivano imposte e quindi ci si aiutava nello scambio di contatti, indicazioni per viaggi, trasporti e cose simili. Si può dire che ci sia stata e ci sia solidarietà tra giornalisti presenti in Donbass soprattutto per il fatto che venivano considerati dei giornalisti non graditi, che non erano nel “posto giusto” e venivano costantemente attaccati in quanto considerati nemici dal governo ucraino per il lavoro che svolgevano. Alcuni di loro sono stati infatti inseriti nella famosa lista nera dei giornalisti, e lui stesso, Carvalho, è stato attaccato anche da un esponente governativo del Portogallo.

Una domanda dal pubblico chiede di andare più a fondo sulla sua esperienza rispetto alla repressione subita da tutti quei giornalisti che denunciavano l’aggressione del governo ucraino alle popolazioni del Donbass (come diceva lui con pressioni, fino addirittura alla lista nera di proscrizione stesa dal governo ucraino, con foto segnaletiche ecc.). Chiede di comprendere meglio le forme di coordinamento e solidarietà anche dal punto di vista professionale perché questa è una cosa abbastanza grave: la repressione e persecuzione dei giornalisti che hanno raccontato la guerra in Donbass, è chiaro che è rientrata in un meccanismo più generale di persecuzione della stampa, di cui il caso più eclatante è quello di Assange, ma mostra un problema di libertà di espressione, di libertà di raccontare la verità proprio perchè la verità è rivoluzionaria quindi spesso le autorità fanno in modo che non emerga.

Caevalho racconta che, in realtà, lavorando nel Donbass, i giornalisti si concentravano e pensavano principalmente ognuno a se stesso ed erano focalizzati principalmente sul lavoro. Certo, c’era la solidarietà reciproca però l’aspetto principale era appunto essere consapevoli di essere in una situazione molto delicata e la solidarietà era principalmente solidarietà umana, consapevoli del contesto generale in cui erano immersi. Non aveva uno sbocco organizzativo. Ci sono diversi giornalisti che hanno subito pressioni e repressione, alcuni sono italiani, come Maurizio Vezzosi che ha creato scandalo con i suoi reportage dal Donbass ed è stato accusato nel nostro paese per questo lavoro. Ha lavorato insieme anche a un giornalista di Telesur, un giornalista cileno, Alejandro Kirk, che è stato ferito a Donetsk in Piazza Lenin, con una scheggia alla spalla e una scheggia nell’occhio. È una situazione delicata e si vede anche dal fatto che c’è un altro giornalista basco che si chiama Pablo Gonzales che è attualmente prigioniero in Polonia. Il giornalista lavora per una giornale basco che si chiama “Gara”, per il quale, tra l’altro, ogni tanto lavora pure Bruno Carvalho. Quindi ribadisce che lui stesso non si sente molto al sicuro, ad esempio se dovesse pensare di dover andare in Polonia oppure nei paesi baltici. Racconta anche un aneddoto per far capire la situazione sul terreno, rispetto alle liste nere: ha lavorato con Sara Reginella, giornalista italiana, che gli ha raccontato che una volta a Lugansk è stata fermata a un check-point per un controllo di documenti. Sara Reginella si trovava sulla lista nera del governo ucraino, ma siccome era su un check-point russo è stata fatta passare ed era andato tutto bene. Quindi, è chiaro che c’è un sentimento generale che porta a sentirsi sotto persecuzione.  Secondo Carvalho è necessario promuovere una forte campagna rispetto al tema della domanda.

Infine chiediamo a Bruno perché ha deciso di partecipare, di accettare l’invito, alla Festa della Riscossa Popolare e che senso ha per lui questa partecipazione.

Il motivo principale per cui ha tenuto a partecipare alla Festa è per dare visibilità a ciò che stava succedendo, che sta succedendo nel Donbass, e quindi per il suo lavoro di giornalista. Non è venuto per fare propaganda o per difendere una delle parti in causa, quindi o la Russia o l’Ucraina, ma quello che ha voluto fare e riportare quello che ha visto, affinché ognuno possa fare le proprie riflessioni personali, possa arricchire la propria conoscenza e quindi trarne le conclusioni più opportune. Spera di essere quindi stato utile a questo scopo e ribadisce l’importanza di avere feste come quella della Riscossa Popolare, che permettono di tenere aperte tutte le prospettive e di mettere al centro la verità, perché la verità è sempre rivoluzionaria. Bisogna lottare affinché le proprie analisi siano il più precise e il più concrete possibile e affinché lo siano le conseguenze di queste analisi.

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