La resa dei Tronti

Mario Tronti è morto. Negli anni sessanta è stato uno dei principali intellettuali e ideologi dell’operaismo ed esponente di lungo corso del Partito Comunista Italiano, di cui fu dirigente proprio negli anni della trasformazione del partito in organizzazione della sinistra borghese sotto la guida di Berlinguer. È stato, infine, un parlamentare del Partito Democratico fino al 2018, complice, quindi, di tutte le leggi antipopolari e le porcate che quel partito – divenuto uno dei due poli delle Larghe Intese al servizio dei gruppi imperialisti Usa, Ue, del Vaticano, di Confindustria e delle organizzazioni criminali – ha promosso e sostenuto negli ultimi quarant’anni.

Operaismo
L’operaismo è una tendenza teorica e politica che in Italia nasce all’inizio degli anni ‘60 esprimendosi successivamente in riviste come Quaderni Rossi, Classe Operaia, Potere Operaio. I suoi esponenti più significativi furono Panzieri, Tronti, Cacciari, Negri. Questa tendenza ha ampiamente influenzato varie organizzazioni politiche (Potere Operaio, Lotta Continua, Autonomia Operaia e vari gruppi minori) ed ha avuto grande seguito nel mondo accademico e culturale. Deriva il suo nome dalla tesi che i partiti politici della classe operaia mistificavano gli interessi degli operai e quindi occorreva contrapporre gli operai in prima persona nei loro interessi e nel loro comportamento immediato, ai partiti che pretendevano di rappresentarli. Il movimento operaista si è fatto forte delle tendenze a combattere la trasformazione del PCI in ‘partito borghese per gli operai’ e la trasformazione delle società socialiste in società socialimperialiste; ma riducendo la classe operaia ‘per sé’ alla classe operaia ‘in sé’, contrapponendosi cioè alla necessità oggettiva della formazione dell’avanguardia organizzata del proletariato, ha deviato e sterilizzato quelle tendenze.
In realtà questa scuola ha revisionato il marxismo con l’occhio dei sociologi americani e ha dato voce teorica e politica all’aristocrazia proletaria dei paesi imperialisti, negando il ruolo rivoluzionario specifico della classe operaia in nome della tesi che nelle società imperialiste tutti siamo proletari.

Del percorso di Tronti devono tenere conto i comunisti e le masse popolari del nostro paese. Proprio in questi giorni, infatti, i suoi complici e soci (della sinistra borghese e della destra borghese dal PD in là indifferentemente) si affannano a magnificarne le doti umane e letterarie e in effetti non possono fare altro. Non solo per la loro concezione clericale e borghese del mondo, ma anche perché devono distrarre l’attenzione del pubblico dal bilancio dell’opera che Mario Tronti ha svolto nel movimento politico del nostro paese, nel percorso che ha portato la classe operaia e il resto delle masse popolari dall’assalto al cielo lanciato negli anni ‘60 e ‘70 alle condizioni di oggi.

Per non dimenticare chi è Mario Tronti e quali i risultati della sua opera e del suo “pensiero” rilanciamo un articolo pubblicato su questa agenzia stampa nel 2017, quando il “grande pensatore” ha preso la parola in parlamento nelle vesti di senatore del Partito Democratico per chiedere scusa del suo passato comunista, dell’orrore che avrebbe rappresentato la rivoluzione d’ottobre nella storia dell’umanità e per il fallimento della prima ondata delle rivoluzioni proletarie. Un mucchio di dichiarazioni già cadute nel dimenticatoio, così come il suo autore, di cui non resterà traccia nella storia luminosa che le masse popolari scriveranno. Il proletariato valuta ogni uomo dai risultati della sua attività.

Buona lettura

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Mario Tronti parla dell’Ottobre in Senato: quando una celebrazione nasconde un pentimento

Mario Tronti è un parlamentare italiano del PD, oggi di area cattolica, che il 24 ottobre in Senato si è esibito in un discorso sulla rivoluzione d’Ottobre, pubblicato all’indomani come editoriale su Il Manifesto.

Prima di entrare nel merito del discorso occorre, però, sapere chi è Mario Tronti e quale sia la sua storia politica precedente. Militante del Partito Comunista Italiano fu tra i fondatori del movimento operaista (operaismo), riferimento teorico di gruppi diversi come il Manifesto, Lotta Continua, Potere Operaio e i vari gruppi dell’Autonomia. L’operaismo è stata corrente culturale e politica sorta in Italia all’inizio degli anni ‘60, che ha fatto propria, propagandato e cercato di attuare in campo politico la concezione della Scuola di Francoforte. I suoi esponenti ponevano al centro della loro inchiesta il contenuto del lavoro, la tecnica produttiva e le forme organizzative del lavoro, anziché i rapporti di produzione nel loro insieme.

Un tratto tipico degli operaisti fu la tesi che le conquiste che le masse popolari hanno strappato alla borghesia imperialista grazie al movimento comunista, sarebbero in realtà astute riforme concepite e messe in opera dalla borghesia imperialista per “integrare” la classe operaia nel sistema capitalista e creare un nuovo spazio all’espansione del modo di produzione capitalista (piano del capitale). Insomma gli operaisti negavano la tesi marxista che il capitale tende ad aumentare la miseria, l’oppressione, l’asservimento, l’abbrutimento e lo sfruttamento delle masse popolari, tendenza che si traduce in realtà tanto più quanto meno forte è la lotta di classe del proletariato contro di essa.

Parliamo di un movimento che ha avuto, in ogni caso, un grosso influsso nel movimento rivoluzionario del nostro paese a partire dagli anni Sessanta e che negli anni Ottanta, anni della repressione violenta della Borghesia contro il movimento rivoluzionario del nostro paese, si contraddistinse come promotore di posizioni che andavano verso la dissociazione e il pentitismo dei militanti rispetto al movimento rivoluzionario, alla lotta armata e alla propria partecipazione al movimento comunista e operaio di quegli anni. Affermavano, con il loro pentimento, che la borghesia onnipotente avesse vinto. Ancora oggi, personaggi come Toni Negri, negano il ruolo che hanno ricoperto dissociandosi da quanto fecero, pensarono e dissero in quegli anni cercando al contempo di non perdere la faccia e il proprio ruolo sociale di intellettuali scomodi. Il discorso dello scorso 24 ottobre di Tronti è un altro mirabile esercizio in questo senso (che è possibile leggere a questo link de Il Manifesto).

Nel discorso, difatti, il senatore chiede scusa per il suo essere stato comunista, afferma di parlare di quella storia “con passione ma con disincanto” (in fondo sono passati cento anni), di non voler urtare la sensibilità di nessuno in aula tanto si tratta della “commemorazione di un defunto” e che la rivoluzione va presa per quello che ha significato e non per il “fallimento epocale” che ha rappresentato il socialismo in Russia. Come in uso fra gli intellettuali opportunisti della sinistra borghese, premessa e conclusione del discorso servono a mettere le mani avanti e rassicurare di non avere brutte intenzioni, il capitalismo non si può mica superare e chi ci ha provato ha fallito, quella storia è morta.

Un incipit vergognoso che farebbe bollire di rabbia tutti i comunisti, gli operai, gli studenti e tutti quelli che per quella causa hanno dato la propria vita; un’offesa e un attacco mortali a tutti gli operai, i proletari e gli elementi delle masse popolari del nostro paese! Quello di Tronti è l’ennesimo discorso di dissociazione e pentitismo che non ha altro obiettivo se non quello di diffondere disfattismo tra le fila del movimento rivoluzionario e delle masse popolari che si organizzano contro il procedere della crisi. Di seguito gli aspetti che ci interessa maggiormente sottolineare di questo discorso.

Senza la prima guerra mondiale non ci sarebbe stata la rivoluzione d’Ottobre? Quest’affermazione è volutamente parziale e imprecisa. Chiunque leggendola penserebbe che ci vuole una guerra mondiale per fare la rivoluzione e che quindi bisogna aspettarla. La rivoluzione d’Ottobre si è resa possibile perché erano maturate le condizioni oggettive e soggettive perché si verificasse. Le condizioni oggettive erano innanzitutto la crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale in cui il capitalismo aveva condotto l’umanità. Quella crisi generava forti scontri tra i gruppi imperialisti per la valorizzazione del capitale, una forte mobilitazione delle masse popolari che vedevano immiserirsi via via le proprie condizioni di vita materiale, sfruttamento e sopravvivenza, un superiore livello di repressione e sterminio (fino alla costituzione di regimi terroristici come il fascismo e il nazismo) dei gruppi imperialisti contro le masse popolari. Il fattore soggettivo è costituito dai comunisti organizzati nel Partito Comunista e nella direzione che questi svolgono nel condurre le masse popolari sulla via rivoluzionaria.

La guerra imperialista è il prodotto degli scontri dei gruppi imperialisti e della loro crescente incapacità di governare la conseguente crisi politica e la mobilitazione crescente delle masse popolari. Dire quindi che la rivoluzione è stata conseguenza diretta della prima guerra mondiale rimuove tutto il processo in cui la rivoluzione d’Ottobre e la stessa guerra imperialista si sono generate. Rimuove (perché non saprebbe spiegarlo) le cause vere delle mobilitazioni del 1905 in Russia, nasconde che in quella fase nacquero i Soviet, i quali grazie all’intervento dei comunisti da semplici organismi di lotta divennero istituzioni pubbliche riconosciute dal popolo più del governo provvisorio del febbraio del ’17. Scollegare i Soviet dal ruolo del Partito Comunista, vuol dire creare confusione, seminare attendismo e porre le basi (come Tronti dirà in seguito) a teorie che parlano di tradimento della rivoluzione dei soviet trasformata in rivoluzione del Partito Comunista (come se le due fossero cose scollegate tra loro).

I Soviet sono il prodotto combinato della tendenza alla mobilitazione e organizzazione delle masse popolari contro gli effetti più disastrosi della crisi dei padroni e dell’intervento dei comunisti di Lenin nello sviluppo di tali organismi da organismi di lotta e rivendicazione in autorità del nuovo potere. La tesi di Tronti, possiamo dirlo, è in definitiva una tesi anticomunista. La rivoluzione socialista può precedere la guerra imperialista se il contrasto tra la mobilitazione reazionaria e quella rivoluzionaria si sviluppa in favore della seconda, questo porta la borghesia a dichiarare la guerra civile. Secondariamente la guerra imperialista porta alla rivoluzione socialista per il livello di barbarie e distruzione che essa comporta. L’esperienza della rivoluzione di Lenin e Stalin ci dice che però a fare la differenza è il Partito Comunista e il suo legame con la classe operaia e le masse popolari.

La rivoluzione d’Ottobre è un grande fallimento? La realtà dice che nell’Unione Sovietica c’era lavoro stabile e permanente per tutti (non più di 41 ore per settimana, 36 per i lavori usuranti). Ogni lavoratore e lavoratrice aveva il diritto al tempo libero ogni settimana e ferie annuali pagate. L’assicurazione sociale statale dei lavoratori era obbligatoria. La risorsa per l’assicurazione non era il salario dei lavoratori, ma il bilancio dello stato ed il bilancio delle compagnie statali. Ogni lavoratore aveva diritto alla piena pensione a 60 anni per gli uomini ed a 55 anni per le donne. In caso di lavori insalubri od usuranti, gli uomini avevano diritto di andare in pensione a 50 anni e le donne a 45.

Il riposo ed il tempo libero non erano un privilegio ma un diritto secondo l’articolo 119 della Costituzione Sovietica. Lo stato socialista provvedeva ad una vasta rete di libere attività culturali e sportive che venivano messe a disposizione del popolo. Nell’Unione Sovietica sono state approvate leggi speciali per proteggere il lavoro della donna durante il suo periodo di gravidanza: 4 mesi di maternità con pieno stipendio per ogni donna. Durante la costruzione del socialismo, il numero dei medici di ogni specializzazione fu rapidamente aumentato, mentre la mortalità infantile (che nella Russia prerivoluzionaria era un problema enorme) è diminuita di dieci volte. Tutto questo è stato costruito tra il 1917 e il 1920, alla faccia del fallimento!

Il grosso degli sforzi di Tronti nel suo intervento sembra essere quello di denigrare l’esperienza della rivoluzione d’Ottobre e della costruzione del primo paese socialista della storia. Come spesso capita, il tentativo di denigrare quell’esperienza (con le buone maniere da parte di Tronti che cerca di essere fedele al suo “personaggio”) finisce per essere un ulteriore conferma e sostegno della sua grandezza luminosa. Perfino Tronti in questo suo discorso finisce per coglierne due aspetti: 1. L’importanza che l’esperienza sovietica ha smosso nella classe operaia e tra i proletari di tutto il mondo (riferimenti alla resistenza in Italia); 2. L’enorme valore che essa ha rappresentato in termini culturali e di conquiste di civiltà nel mondo intero. Altro che fallimento, quindi, ci troviamo davanti all’esperienza più alta e profonda che l’umanità abbia mai vissuto nella sua storia.

L’Unione Sovietica assolse fino al 1956 al suo ruolo di base rossa della rivoluzione proletaria mondiale. Il Partito comunista sovietico riportò grandi vittorie sia nella difesa dell’URSS dall’aggressione delle potenze imperialiste, sia nell’aiuto alla rivoluzione proletaria che avanzò in tutto il mondo, ma in particolare nei paesi coloniali e semicoloniali con in testa la Cina, la Corea, il Vietnam, Cuba, sia facendo progredire in tutti i campi i popoli sovietici e i popoli degli stessi paesi imperialisti. Gioco tipico che fa la borghesia di sinistra nel discutere dei primi paesi socialisti è quello di nascondere il cambiamento avvenuto a metà degli anni cinquanta in URSS con l’avvento del revisionismo, dopo la morte di Stalin e di leggere lo scontro di classe che la rivoluzione sovietica e la costruzione dello stato socialista ha richiesto in termini di scontro anche militare tra le classi.

Questo è un modo per gettare fumo negli occhi e nascondere la contraddizione principale tra borghesia e masse popolari, tra lo Stato borghese quale monopolio della violenza della borghesia (minoranza) contro le masse popolari (maggioranza) e quello della dittatura del proletariato (maggioranza) che elimina prebende, sfarzi e privilegi della classe che prima opprimeva tutte le masse popolari. Non si capisce perché la classe operaia a fronte di un sistema borghese che ne fa carne da macella debba rispondere con una rivoluzione pacifica e non violenta (senza tener conto che questa sarebbe impossibile perché i padroni non la lascerebbero certo fare). È quindi questa una tesi che mira a delegittimare il movimento comunista per il fatto di aver osato sfidare e rovesciare il capitalismo.

Quali sono i due insegnamenti principali della Rivoluzione d’Ottobre? Tronti fa tanto spreco di parole, tanto clamore e pomposità per nascondere i due insegnamenti principali che bisogna trarre dall’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre e dalla prima ondata dalla rivoluzione proletaria:

  1. La rivoluzione socialista ha la forma di una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata promossa dal Partito comunista. Questi nel corso della guerra fa leva sulle lotte spontanee della classe operaia e delle altre classi sfruttate e oppresse dalla borghesia e passo dopo passo le sviluppa, fa avanzare la rivoluzione socialista fino alla vittoria. Il Partito mobilita le classi sfruttate e oppresse, le organizza e le dirige fino a instaurare il socialismo (dittatura del proletariato, gestione pubblica e pianificata dell’attività economica, partecipazione della classe operaia e delle altre classi oggi sfruttate e oppresse alla gestione della vita sociale). La rivoluzione socialista non è l’effetto della propaganda compiuta dal Partito. La propaganda del comunismo è indispensabile per elevare la coscienza degli elementi più avanzati e reclutarli. Ma il Partito fa avanzare le masse popolari facendo leva sul senso comune in cui la loro condizione di oppressione le relega. La rivoluzione socialista non è un evento che scoppia perché le condizioni delle masse popolari peggiorano e la loro insofferenza e il loro malcontento crescono. Non è una rivolta delle masse popolari nel corso della quale il Partito comunista prende nelle sue mani il governo del paese. La rivoluzione socialista non è un evento spontaneo. Tanto meno è una “rivoluzione mondiale” che scoppia contemporaneamente in tutto il mondo a causa del catastrofico corso delle cose che la borghesia impone all’umanità. La combattività delle masse popolari non è una condizione preliminare alla rivoluzione socialista. La combattività delle masse popolari cresce man mano che per propria esperienza esse verificano che il Partito comunista sa dirigerle nella lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento. Se il Partito comunista persiste a lungo a dirigere in modo sbagliato, passo dopo passo anche la combattività delle masse popolari si esaurisce e il Partito comunista perde l’egemonia che aveva conquistato, si disgrega o cambia natura: è quello che abbiamo constatato in Italia e nel mondo.
  2. Il Partito comunista è capace di dare una giusta direzione alla classe operaia e alle altre classi delle masse popolari solo se ha assimilato il marxismo (il materialismo dialettico applicato come metodo per conoscere la società borghese e per trasformarla), lo applica nelle condizioni concrete del proprio paese e del suo contesto internazionale e lo sviluppa. La caratteristica più importante del Partito comunista, la base principale della sua unità e il fattore principale che rende vittoriosa la sua attività, che gli consente di unirsi strettamente alle masse popolari e dirigerle, è la concezione comunista del mondo, la scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia. È la scienza fondata da Marx ed Engels e sviluppata dai maggiori dirigenti del movimento comunista. Essi l’hanno anche verificata nella pratica della prima ondata della rivoluzione proletaria, nella prima parte del secolo scorso. Il Partito comunista non è solo l’eroica organizzazione di lotta, l’organizzazione degli operai d’avanguardia nel promuovere le lotte rivendicative della loro classe e delle altre classi delle masse popolari: esso è principalmente lo Stato Maggiore che promuove e dirige la guerra popolare rivoluzionaria che mira ad instaurare la dittatura del proletariato nel proprio paese e che collabora con i partiti comunisti che promuovono la rivoluzione socialista o la rivoluzione di nuova democrazia negli altri paesi.

Come prevedibile in questi mesi il Centenario della Rivoluzione d’Ottobre dà luogo a migliaia di discorsi e cerimonie di esaltazione, di mistificazione e di denigrazione. In questo senso è importante evitare chein tali celebrazioni, anche quelli che si ritengono e vogliono essere comunisti, si limitino a ricordare le grandi conquiste raggiunte dall’umanità in tutto il mondo e in tutti i campi con la vittoria delle rivoluzione socialista in Russia nell’Ottobre 1917, con la costruzione del socialismo fatta in Unione Sovietica dopo la conquista del potere e con l’ondata di lotte e di rivoluzioni che l’attività del Partito bolscevico capeggiato prima da Lenin e poi da Stalin ha sollevato nel mondo intero nella prima parte del secolo scorso.

Molte sono le cose che a ragione si dicono e si possono dire, ma la cosa più importante è fissare chiaramente gli insegnamenti (in particolare i due appena esposti) che dobbiamo assimilare per contribuire alla rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato in Italia e nel mondo e per far avanzare la rivoluzione socialista nel nostro paese con buona pace degli estensori di disfattismo, attendismo e di tutti quelli che si riducono a fare il coro alla borghesia.

di Giacomo Londra

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