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Siamo la maggioranza!

Compagno P by Compagno P
Marzo 5, 2023
in In evidenza, Resistenza n. 3/2023
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La maggioranza delle masse popolari italiane è contro il coinvolgimento del nostro paese nella guerra che la Nato sta conducendo in Ucraina contro la Federazione Russa, è contro l’invio di armi all’Ucraina e le sanzioni alla Federazione Russa, ma ciò non impedisce al governo Meloni di continuare a obbedire a Washington.

La maggioranza delle masse popolari è contraria alla devastazione dell’ambiente, allo smantellamento della sanità pubblica, allo svuotamento della scuola pubblica e dell’università, è contraria all’attuale regime pensionistico, alla precarietà del lavoro. In sintesi, le masse popolari sono contrarie al programma comune della classe dominante (quello che oggi viene chiamato “agenda Draghi”). Eppure, nonostante le masse popolari siano maggioranza, non hanno la forza di far valere i loro interessi. E le elezioni non servono allo scopo. O meglio, non bastano.

Dall’inizio degli anni Novanta – dopo il crollo del regime DC e Tangentopoli – si sono alternati governi di Centro destra e governi di Centro sinistra (i governi dei partiti delle Larghe Intese), ma entrambi hanno fatto le stesse cose; uno ha preparato la strada all’altro nello smantellamento dei diritti e delle conquiste, nelle privatizzazioni, nella progressiva sottomissione del paese ai circoli della finanza e alla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti Usa, europei e sionisti.

Nel 2018 aveva vinto le elezioni il M5S, ma anche in quel caso – nonostante le potenzialità – è cambiato poco. E questo sia perché il governo Conte 1 è stato ostacolato in mille modi (vedi le minacce della Commissione Europea di aprire una procedura di infrazione del Patto di Stabilità), sia – e soprattutto – perché il M5S stesso non ha avuto il coraggio e non si è dato i mezzi per rompere con i ricatti e le pressioni: farlo voleva dire, innanzitutto, mobilitare i meet-up e le masse popolari per l’attuazione del programma con cui aveva vinto le elezioni.

È stato, quindi, “cotto a fuoco lento” (governo Conte 2) e poi inglobato al polo PD delle Larghe Intese, di cui oggi prova a fare “la sinistra”.

La storia degli ultimi 30 anni, l’aggravamento della crisi generale, la progressiva perdita di ruolo politico e di rilevanza dei partiti della sinistra borghese hanno alimentato il distacco fra le larghe masse e il sistema politico della classe dominante, con i suoi partiti, sindacati di regime e grandi associazioni, con le “liturgie” della democrazia borghese.

Le elezioni politiche del 25 settembre scorso avevano già espresso questa tendenza (36% di astensione) che le elezioni regionali in Lombardia e Lazio hanno confermato e reso ancora più evidente con il 60% di astenuti.

La maggioranza delle masse popolari italiane contraria all’agenda Draghi ha deciso di disertare le urne, di mandare a quel paese le elezioni e tutto il sistema politico della classe dominante. Ma questo è un segnale positivo?

Da una parte è una manifestazione dello scollamento delle larghe masse dalla classe dominante, dal suo sistema politico e dai partiti delle Larghe Intese e pertanto sì, è un elemento positivo.

D’altra parte è anche la manifestazione di un vuoto da riempire, che chiama alla responsabilità e al cambiamento anzitutto noi comunisti e quanti vogliono assumere un ruolo positivo nella lotta di classe in corso nel paese.

Per alimentare il movimento che trasforma la società non è sufficiente lo scollamento fra le larghe masse e la classe dominante. Questo scollamento, spontaneamente, non diventa mobilitazione per rovesciare la classe dominante; la protesta non diventa automaticamente mobilitazione per sostituire le autorità della classe dominante con le nuove autorità pubbliche che sono espressione delle masse popolari organizzate.

La verità è che senza un progetto per riempire quel vuoto c’è poco di cui essere soddisfatti di fronte all’avanzata dell’astensionismo.

Dobbiamo organizzarci per far valere tutta la nostra forza

Nel nostro paese i tradizionali e principali centri di organizzazione e mobilitazione delle masse popolari (i sindacati di regime, le grandi associazioni nazionali, i partiti della sinistra borghese), i cui vertici sono stati progressivamente integrati nel sistema politico della classe dominante, svolgono principalmente la funzione di pompieri della mobilitazione operaia e popolare.

Questo ha portato i lavoratori e le masse popolari a cercare una strada per organizzarsi in modo indipendente e autonomo (anche il progressivo distacco fra i lavoratori e i sindacati di regime rientra nel più generale distacco fra le masse popolari e la classe dominante).

In questi anni hanno assunto un ruolo sempre più importante tanto i sindacati alternativi e di base che i movimenti (si pensi ai No Tav); nascono continuamente coordinamenti di varia natura, tutti con lo scopo di chiamare le masse popolari a organizzarsi per fare fronte agli effetti della crisi (vedi il coordinamento Noi Non Paghiamo).

Posto che l’unione fa la forza e che, per dirla come Marx, “i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall’organizzazione e guidati dalla conoscenza”, tutte le spinte a organizzarsi per fare fronte a questo e a quel problema sono giuste, vanno sostenute e da comunisti le sosteniamo. Da comunisti, tuttavia, dobbiamo aggiungere un pezzo.

Organizzarci e far valere tutta la nostra forza per imporre un governo di emergenza popolare

Per ottenere aumenti salariali, i lavoratori devono organizzarsi e mettere in atto una serie di iniziative che portano la controparte a cedere.

Per ottenere la revoca di una misura antipopolare bisogna organizzarsi e mettere in atto una serie di iniziative per costringere le autorità e le istituzioni a fare marcia indietro.

Il pezzo in più che dobbiamo mettere da comunisti alla giusta organizzazione sul campo rivendicativo consiste nel portare un contenuto superiore e una prospettiva: portare gli organismi operai e popolari a ragionare e confrontarsi su un loro “programma comune” basato sugli interessi generali delle masse popolari; portarli a coordinarsi fra loro per attuarlo, in modo da moltiplicare la capacità di mobilitazione e organizzazione fino a diventare quel “grande centro autorevole” in grado di dispiegare su ampia scala la mobilitazione necessaria per costituire il governo di cui c’è bisogno.

In questo modo ogni mobilitazione di tipo rivendicativo – grande o piccola – rientra in un movimento più ampio e unitario.

In questo modo ogni organismo operaio e popolare diventa articolazione di un organismo più grande, capace di rispondere insieme alle manovre della classe dominante e di pensare (e passare) insieme al contrattacco.

Questo è il movimento pratico attraverso cui gli organismi operai e popolari diventano le nuove autorità pubbliche che con la loro azione pratica riempiono lo spazio vuoto creato dal distacco fra le larghe masse e il sistema politico della classe dominante.

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