Cacciare i servi della Nato e della Ue dal governo del paese - Editoriale

Rovesciare il governo della guerra

È passato un anno da quando la propaganda di regime ha deciso che c’era una guerra in Ucraina.

Quanti avevano ignorato i massacri che dal 2014 stavano avvenendo in Donbass ad opera dell’esercito ucraino e dei battaglioni di mercenari nazi-fascisti contro i civili, hanno improvvisamente spalancato gli occhi quando la Federazione Russa ha avviato “l’operazione militare speciale”, il 24 febbraio 2022.

In verità, da quella data è iniziata solo la fase dispiegata di un conflitto in corso da tempo, benché condotto in forma di “guerra strisciante”: parliamo delle manovre degli imperialisti Usa per accerchiare la Federazione Russa, soffocarne lo sviluppo economico e ostacolarne il ruolo politico a livello internazionale.

In un anno di conflitto militare sono successe molte cose e tutte confermano ciò che abbiamo compreso, nonostante la propaganda di guerra, le menzogne, l’intossicazione con cui la classe dominante ha ammorbato l’opinione pubblica.

Gli imperialisti Usa, che cercano di mantenere il loro dominio sul mondo, sono gli unici veri promotori della guerra e operano a ogni livello affinché il conflitto si aggravi e si allarghi. Non solo hanno preparato le condizioni del conflitto armato dispiegato (inviando armi e denaro, addestrando l’esercito ucraino, ecc.), ma hanno anche fatto di tutto per coinvolgere i paesi della Ue, arrivando a compiere sabotaggi e attentati da addebitare alla Federazione Russa (vedi il gasdotto Nord Stream).

Le conseguenze del conflitto – al netto delle popolazioni bombardate e massacrate che per gli imperialisti sono solo carne da macello – ricadono sulla Ue e, più precisamente, sulle masse popolari dei paesi della Ue. Le sanzioni commerciali alla Federazione Russa colpiscono duramente l’economia; il blocco delle importazioni di gas, petrolio e altre materie prime mettono in ginocchio l’apparato produttivo e alimentano le speculazioni sul prezzo dell’energia. Per fare fronte alla “chiusura dei rubinetti”, i paesi della Ue comprano il gas liquido dagli Usa a un prezzo stratosferico. Nel frattempo riattivano centrali a carbone, costruiscono rigassificatori, ripiombano nella dipendenza dai combustibili fossili, venduti a prezzi da strozzino sul mercato monopolizzato dagli Stati Uniti.

Intanto questi ultimi moltiplicano le manovre per allargare il fronte del conflitto a Moldavia, Georgia e Kazakistan e le provocazioni per aprire un nuovo fronte contro la Repubblica Popolare Cinese.

In ogni paese imperialista, pur fra mille contraddizioni e con scarsi risultati in termini di adesione, suona la fanfara di guerra e si promuove la militarizzazione della società.

Guardiamo all’Italia: il governo Meloni con la marcia in folle ha imboccato la discesa verso cui gli imperialisti Usa spingono l’Italia. Procede a rotta di collo nell’esecuzione degli ordini impartiti da Washington, ricalcando la strada già battuta da Draghi, con conseguenze che per le masse popolari italiane sono ogni giorno più disastrose.

Anche in Italia suona la fanfara di guerra: studenti inviati nelle industrie belliche a svolgere l’alternanza scuola lavoro, progetti per ampliare le basi militari esistenti e costruirne di nuove (come a Coltano), aumento del traffico di armi nei porti e delle esercitazioni militari, fino alla banda musicale della Nato che sfila al carnevale di Viareggio (!).

Tuttavia le fanfare non coprono lo scricchiolio continuo e insistente del paese che sta crollando: il progressivo smantellamento dell’apparato produttivo, lo stato di abbandono della sanità pubblica, il degrado a cui sono condannate la scuola e l’università, le file di persone alla Caritas, gli sfratti, i pignoramenti, il dissesto colpevole dei territori…

Il governo Meloni è il burattino degli imperialisti Usa. Il suo “sovranismo” è autentico come una moneta da 3 euro: è solo propaganda per raggirare le masse popolari.

Parliamo di chi non vuole che l’Italia sia complice della guerra. Siamo la maggioranza.

L’opposizione alla guerra e all’economia di guerra è condivisa, anche se con motivazioni diverse, da larga parte della popolazione italiana: non solo dalle masse popolari, ma anche da gruppi ed esponenti della classe dominante (nell’ambito delle contraddizioni tra gruppi imperialisti europei e gruppi imperialisti Usa), da una parte del clero e delle istituzioni cattoliche e perfino da una parte delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine (in proposito si vedano le numerose critiche pubbliche di ex generali e persino di generali tutt’ora in servizio).

La classe dominante cerca di soffocare la nostra voce. Per tutto un periodo ci ha provato con la censura (ricordate le “liste di proscrizione dei sostenitori di Putin”?) e cercando di coprire il sostegno al governo ucraino e ai battaglioni nazisti con rivendicazioni pacifiste (ricordate le “manifestazioni per la pace” a cui interveniva Zelensky in video conferenza o in cui campeggiavano le bandiere del battaglione Azov e dei partiti neonazisti ucraini?).

Adesso, non riuscendo più a soffocare il sentimento popolare di opposizione alla guerra, la classe dominante lo ignora, semplicemente. Fa finta che non esista. Non riesce a debellarlo e prova a silenziarlo. E in parte vi riesce perché è un sentimento che ancora non ha trovato una forma adeguata per essere manifestato, rappresentato e organizzato in maniera dispiegata; non ha ancora trovato la strada per diventare mobilitazione organizzata di tutti coloro che si oppongono alla guerra e ai burattinai che muovono i fili del nostro paese.

Parliamo di noi, dei comunisti. Siamo la minoranza di quella maggioranza di popolazione che non vuole la guerra e l’economia di guerra. Siamo minoranza, ma dipende dall’azione dei comunisti se le masse popolari trovano le forme e il modo per manifestare e organizzare la loro opposizione alla guerra e trovano la prospettiva verso cui incanalarla.

Le illusioni di cambiare il corso delle cose con le preghiere, con le richieste e con le manifestazioni di indignazione sono poco efficaci.

Se nel corso di un anno di “guerra dispiegata nel cuore dell’Europa” il sentimento prevalente fra le masse popolari non ha trovato la strada e le forme per manifestarsi efficacemente, questo è avvenuto per la combinazione di due fattori:

– le masse popolari NON hanno più fiducia nella sinistra borghese. Pesa ancora come un macigno la sconfitta del movimento contro la guerra in Iraq (2003): nonostante fosse oceanico, generale e capillare, esso fu sconfitto. E i suoi promotori, che all’epoca non si presero la responsabilità di portarlo a compiere il salto di qualità necessario per rendere ingovernabile il paese al governo della guerra (quello di Berlusconi), oggi non si prendono la responsabilità neppure di protestare apertamente contro gli Usa per paura di essere messi all’indice come “filorussi” e si nascondono, nel migliore dei casi, dietro un’ipocrita equidistanza, dietro la politica del “né, né”;

– i partiti e le organizzazioni del movimento comunista cosciente e organizzato del nostro paese sono ancora troppo legati alle tare ideologiche del vecchio movimento comunista dei paesi imperialisti: l’economicismo e l’elettoralismo. Questo impedisce di promuovere l’organizzazione delle masse popolari, di mettersi alla testa della loro mobilitazione, di valorizzare le lotte rivendicative e incanalarle nella lotta per il potere: in sintesi, di costruire passo dopo passo la rivoluzione socialista con le forze a disposizione, senza nascondersi dietro la tesi che “ci vorrebbe un partito comunista grande e forte”. Il partito comunista che nasce già grande e forte non esiste, non è mai esistito. Il partito diventa tale solo se si pone alla testa della mobilitazione delle masse popolari che attorno a esso si organizzano.

Parliamo della nostra lotta. A un anno dall’inizio dell’operazione speciale russa in Ucraina, è evidente che la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti non ha alcuna intenzione di recedere dai suoi passi. La suggestione che possa esistere un “mondo multipolare” si infrange contro la realtà. Le masse popolari dei paesi imperialisti, anche quelle italiane, sono destinate a diventare carne da macello e da cannone al servizio degli imperialisti Usa e dei loro lacché della Ue.

C’è solo una strada, solo una, per cambiare il corso delle cose: aprire in ogni paese imperialista il “fronte interno” della guerra, rendere ognuno di essi ingovernabile alla classe dominante.

Per quanto riguarda l’Italia, ciò significa mobilitarsi per rendere ingovernabile il paese al governo Meloni fino a cacciarlo; impedire che sia sostituito da un altro governo di servi della Nato e della Ue e sostituirlo con un governo di emergenza delle masse popolari organizzate.

“Sarebbe bello, ma non è possibile” è la risposta più comune che incontriamo di fronte a questa prospettiva. Ma, compagni e compagne, partiamo dall’esperienza pratica e guardiamo la realtà: coloro che solo due anni fa andavano ripetendo che la guerra nel cuore dell’Europa non sarebbe stata possibile, sono gli stessi che oggi dicono che non è possibile cacciare i servi della Nato e della Ue dal governo del paese e che non è possibile costituire il Governo di Blocco Popolare.

Il domani sarà diverso dall’oggi. Quello che sarà domani dipende da quello che si fa oggi. Succederà quello che faremo succedere.

Non si tratta di armarsi di speranza e confidare nella provvidenza, ma di darsi i mezzi per condurre fino in fondo la nostra lotta, consapevoli che la classe dominante sta facendo sprofondare il mondo nella guerra e l’unica alternativa realistica è che siano, al contrario, le masse popolari a fare sprofondare la classe dominante.

Gli occhi chiusi sul massacro di palestinesi
Dalla fine del 2022, con l’insediamento del nuovo governo capeggiato da Netaniayhu, lo Stato d’Israele ha lanciato una nuova offensiva contro il popolo palestinese: bombardamenti, fucilazioni sommarie per strada, attacchi alle carceri, torture dei prigionieri. A corollario, a fine febbraio il governo ha approvato un disegno di legge che prevede la pena di morte per chi “uccide un cittadino israeliano”, ma solo in caso che “l’assassino sia un palestinese”.
Con l’insediamento di quello che viene definito anche dalla stampa “il governo più reazionario della storia di Israele” c’è stato, effettivamente, un salto di qualità. Tuttavia la persecuzione dei palestinesi è il tratto distintivo della classe dominante sionista.
“Nel solo 2022, in Palestina, Israele ha commesso circa 13.000 violazioni [dei diritti umani, NdR] complessive contro i palestinesi. Le forze dell’esercito israeliano continuano le loro gravi violazioni del diritto alla vita e all’integrità fisica, oltre ad arrestare e molestare i palestinesi. E’ quanto emerge da un rapporto predisposto dalla Europeans for al-Quds Organization e presentato alla Camera dei Deputati di Roma” – scrive sul proprio sito Pressenza il 28 febbraio 2023.
“L’Organizzazione Europei per al-Quds ha, a conclusione del rapporto, rinnovato il proprio invito alla comunità internazionale, ad assumersi la responsabilità e proteggere la città di Gerusalemme e la sua popolazione palestinese in quanto abitanti di un territorio occupato, secondo le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU”.

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