Milano. Il 16 gennaio si è svolta la prima udienza del processo per la scritta “Fontana assassino”.

Il processo non è stato istruito per “minacce” o “terrorismo” (originariamente, quando la scritta fu “scoperta” dai media, i reati su cui si indagava erano questi), ma per imbrattamento.

A un certo punto, la Procura di Milano ha deciso di derubricare tutto il procedimento a una questione di decoro urbano: era l’unica strada per lasciare Attilio Fontana fuori dalle aule di tribunale (non ha neppure sporto querela per essere certo di non essere coinvolto). Tutto questo per evitare che un procedimento per diffamazione o minacce (lasciamo perdere il terrorismo) permettesse agli accusati di trasformarsi in accusatori.

Del resto non sono stati Pablo Bonuccelli e Claudia Marcolini – i compagni oggi a processo per aver rivendicato il significato politico della scritta – ad aver avuto la massima responsabilità nella gestione criminale della sanità lombarda durante il picco della pandemia; non sono stati loro a autorizzare l’ordinanza che mandava i positivi al Covid-19 nelle Rsa; non sono stati loro a fare traffico di camici, mascherine e respiratori e non sono loro ad avere conti “segreti” milionari in Svizzera. Non sono loro, ma Attilio Fontana.

Un processo come quello in corso consente alla Procura di dire: “tutte queste cose non c’entrano niente con l’aver preso un secchio di vernice e un pennello per imbrattare un muro!”.

Quindi, dal punto di vista procedurale, hanno imbastito un processo che poco si presta a una battaglia politica in un’aula giudiziaria. Ma pensare che i processi vivano e (soprattutto) si risolvano solo nei Palazzi di (in)Giustizia è solo una delle tante favole che la classe dominante ci racconta per spuntare le armi delle masse popolari, per impedire che i processi le si rivoltino contro.

La prima udienza ha rappresentato bene la contraddizione fra quello che può succedere dentro e fuori dal tribunale.

Dentro l’aula, tutto è stato rinviato al 29 marzo per un vizio di notifica.

Fuori dall’aula, si è tenuto un presidio di solidarietà ai compagni imputati. Gli interventi al microfono degli organizzatori e dei partecipanti sono stati significativi: sia dai dati riportati, che dalle esperienze personali raccontate, è emerso chiaramente che la scritta “Fontana assassino” non raccontava altro che la verità. Una verità che riecheggia nella coscienza delle masse popolari anche ora che è stata cancellata. Riecheggia nelle storie di persone abbandonate al Pronto Soccorso dopo un malore e che oggi sono vive “per miracolo”, nelle storie di persone che non sono riuscite a prenotare visite di controllo per gravi malattie e che per farle hanno dovuto pagare, nelle storie di chi lotta da una vita contro la chiusura di reparti e ospedali e contro “ammodernamenti” che si traducono in tagli, disservizi, smantellamento della sanità pubblica.

Tutte storie che si ripetono 10, 100, 1000 volte. Storie che sono la conseguenza diretta della gestione criminale della sanità in Lombardia (altro che “eccellenza!”) e che non trovano spazio sui giornali, salvo quando capitano a qualche sventurato che ha parenti o amici “famosi”. Quelli che sembrano “casi isolati”, sono prassi in Lombardia, dove il disastro della sanità pubblica e gli affari di quella privata sono avvolti dal silenzio, dall’omertà e dalla connivenza.

Da qui alla prossima udienza c’è, grossomodo, un mese di campagna elettorale: un ottimo strumento per dare battaglia politica fuori dal Tribunale, per rompere il silenzio, combattere l’omertà e denunciare la connivenza; per dare nome e cognome ai responsabili politici degli oltre 15.000 morti registrati in Lombardia durante la prima ondata di Covid-19.

I nostri compagni sono imputati, Attilio Fontana è candidato alla Presidenza della Regione. E no, non è servito a niente rinviare tutto al 29 marzo (a elezioni bell’e passate): la campagna elettorale per “Fontana, il Presidente assassino” è appena cominciata.

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