La guerra ibrida che la Nato sta conducendo contro la Federazione Russa dal 2014 ha subito una svolta il 24 febbraio 2022, quando è iniziata l’operazione speciale russa in territorio ucraino. Nel nostro paese il governo era nelle mani di Mario Draghi.

Tutti i lettori ricorderanno che, quando Draghi fu installato con un colpo di mano di Mattarella (nel febbraio 2021), la manovra fu giustificata dal fatto che al paese serviva “il migliore” interprete del programma della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti. Un governo “dei migliori” avrebbe creato le condizioni per intascare i soldi del Pnrr e rimettere in sesto il paese dopo la pandemia.

Cosa si celasse dietro la propaganda di regime è ormai evidente: il Pnrr era un ricatto della Ue per imporre a tappe forzate lo smantellamento delle residue conquiste delle masse popolari e favorire le speculazioni finanziarie. E il governo Draghi aveva il compito di aumentare la sottomissione e la dipendenza del nostro paese ai circoli internazionali della speculazione finanziaria. La cosa è diventata palese dal 24 febbraio 2022.

Il governo italiano è stato fra i più solerti e zelanti a mettere in pratica le indicazioni della Nato: invio di armi all’esercito ucraino, invio di denaro al governo ucraino, applicazione di sanzioni contro la Federazione Russa, accordi capestro per forniture di gas, avvio di un vasto piano di opere inutili e dannose “per fare fronte alla crisi energetica” (vedi i rigassificatori). Il tutto accompagnato da una martellante propaganda bellica e atlantista, con messa alla gogna dei non allineati.

Sotto il profilo tecnico, il governo Draghi ha più volte violato la Costituzione, ha agito in modo illegale.

Un parlamento appena un po’ democratico (non certo “rivoluzionario”, ma ispirato alla Costituzione) avrebbe avuto ampi margini per ostacolare Draghi. Ma il parlamento italiano, al netto di qualche ininfluente eccezione, si è limitato a poche “critiche”, inutili sul piano pratico, ma sufficienti a spingere i vertici della Repubblica Pontificia italiana a immaginare – e pretendere – un parlamento ancora più asservito.

Da qui la decisione di Mattarella di indire a luglio le elezioni politiche del 25 settembre. Elezioni indette in fretta e furia, appositamente per ostacolare la partecipazione di liste anti Larghe Intese. Un colpo di mano riuscito solo in parte e solo per gli errori delle liste anti Larghe Intese che si sono presentate alle elezioni divise e in concorrenza fra loro.

Le elezioni del 25 settembre le ha “vinte” Fratelli d’Italia, alla testa di una coalizione che aveva promesso agli elettori discontinuità e cambiamento. Ci hanno creduto in pochi: con un tasso di astensione al 36%, FdI ha raccolto solo il 14.4% dei voti, l’intera coalizione il 24.8%. Ma Giorgia Meloni era già stata scelta per formare il governo e proseguire nell’attuazione dell’agenda Draghi.

A un anno dall’inizio della guerra in Ucraina e a cinque mesi dall’installazione del governo Meloni, i nodi vengono al pettine. Il governo Meloni ha dimostrato di essere uguale al governo Draghi.

Ha aggirato il parlamento e determinato per decreto la prosecuzione della fornitura di armi italiane all’esercito ucraino. Su quali e quante siano le armi vige il più stretto riserbo.

Ha rinnovato l’impegno a sostenere economicamente il governo ucraino, ma anche in questo caso non è dato conoscere le cifre.

Ha rinnovato l’adesione alle sanzioni contro la Federazione Russa, nonostante siano un flagello per il nostro paese.

Ha fatto ulteriori passi per la realizzazione delle opere necessarie a “fare fronte alla crisi energetica” a dispetto dell’opposizione di intere comunità e nonostante il loro impatto sui territori sia devastante e la loro pericolosità certificata.

Ha proceduto con le manovre per rafforzare e ampliare (o costruire da zero, come a Coltano) basi militari italiane e Usa.

Tuttavia, una differenza fra il governo Draghi e il governo Meloni c’è ed è importante.

Il governo Draghi è stato imposto “dall’alto” e non ha mai dovuto rendere conto della sua opera alle masse popolari.

Giorgia Meloni sostiene di aver vinto le elezioni, di avere il mandato delle masse popolari per governare. Ma la maggioranza delle masse popolari è contro la partecipazione dell’Italia alla guerra della Nato, è contro le sanzioni alla Federazione Russa, è contro la sottomissione e la dipendenza del paese alla Nato e alla Ue. E di questo Giorgia Meloni dovrà, prima o poi, rendere conto.

Al momento, nel nostro paese non c’è una mobilitazione generale e dispiegata contro la guerra e contro il governo della guerra. Questo permette a Giorgia Meloni di arrampicarsi sugli specchi: colleziona “figure barbine” (vedi le promesse non mantenute sulle accise sul carburante) e incolpa altri delle sue responsabilità (ad esempio i benzinai per i rincari sul carburante). Ma la mobilitazione delle masse popolari cresce, anche se non c’è ancora un centro autorevole che si faccia carico di svilupparla pienamente, ed è destinata a svilupparsi.

La questione di fondo, quindi, NON è sperare che la mobilitazione si estenda e salga di tono e aspettare che succeda, ma partecipare attivamente al movimento che la fa crescere. A questo proposito, la linea del P.ARC è chiaramente indicata nella Risoluzione n. 1 in discussione al VI Congresso Nazionale.

“I comunisti devono mettersi alla testa per sviluppare in ogni settore della popolazione operazioni specifiche dirette a

1. denunciare le operazioni militari delle Forze Armate (FFAA) italiane, la promozione del reclutamento di volontari e di mercenari nelle milizie ucraine, il sostegno logistico e informatico alle operazioni militari ucraine;

2. denunciare le operazioni di sostegno alle forze armate ucraine svolte a partire dalle basi Usa-Nato posizionate in Italia;

3. denunciare e lottare contro la moltiplicazione delle esercitazioni militari e l’ampliamento delle basi militari Usa, Nato e italiane;

4. denunciare e sabotare le sanzioni commerciali, monetarie e finanziarie contro la Federazione Russa (grande produttore ed esportatore mondiale di grano e fertilizzanti, nonché primo esportatore di gas naturale e petrolio per l’Italia e la gran parte del continente europeo) che si ritorcono contro le masse popolari italiane: aumento dei prezzi, carovita, riduzione delle esportazioni con smantellamento di strutture produttive;

5. protestare contro queste operazioni militari ed economiche e contro il riarmo che sottrae risorse alle masse popolari (servizio sanitario, sistema scolastico e università e altre strutture dello “Stato sociale”);

6. boicottare e sabotare le operazioni militari;

7. far partecipare sia la truppa che gli ufficiali alla lotta contro la guerra (anche solo attraverso denunce circostanziate relative alle modalità e alle operazioni con cui il governo italiano invia armi e sistemi di armi all’Ucraina e truppe nei paesi vicini) facendo leva sulle contraddizioni già esistenti nelle FFAA.

Porre fine alla partecipazione dell’Italia alla guerra in corso in Ucraina è l’azione più efficace che le masse popolari italiane possono fare a tutela dei propri particolari interessi e per porre fine o almeno ostacolare la continuazione della guerra e quindi venire in aiuto alle popolazioni colpite”.

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