Brasile, un altro punto di vista

Sui disordini che i sostenitori di Bolsonaro hanno scatenato nei palazzi “della democrazia” brasiliana l’8 gennaio scorso è stato detto e scritto di tutto. Se si usano le lenti della lotta di classe, anziché quelle della “difesa della democrazia”, emerge però che le cose veramente importanti sono ancora tutte da raccontare.

I fatti in estrema sintesi: dopo la vittoria di Lula alle elezioni presidenziali del 2 ottobre 2022, Bolsonaro chiama i sostenitori alla mobilitazione contro “i brogli”. Per settimane molti Stati della Repubblica Federale del Brasile sono teatro di manifestazioni, blocchi stradali, tentativi di assalto ai palazzi governativi. I disordini hanno uno “zoccolo duro” (l’estrema destra) che li dirige e li organizza, ma raccolgono adesioni anche tra i semplici elettori di Bolsonaro.

Il tutto sfocia nell’assalto dell’8 gennaio al Parlamento a una settimana dell’insediamento di Lula alla presidenza.

I vertici della Ue solidarizzano con Lula, come anche il primo ministro inglese. Persino gli Usa, con la pistola ancora fumante in mano, sono costretti a farlo. Bolsonaro, riparato negli Stati Uniti, è costretto a prendere le distanze dalla mobilitazione.

L’ordine viene ripristinato a fatica perché pezzi della polizia e dell’esercito sostengono palesemente la rivolta. Una pletora di agenti di Bolsonaro viene indagata e anche lui finisce sotto inchiesta.

Se si leggono i fatti con le lenti della difesa della democrazia borghese, la situazione sembrerebbe risolta: “Bolsonaro ha fatto in Brasile quello che Trump aveva fatto negli Usa con l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021”.

Se, invece, si legge quanto accaduto con le lenti della lotta di classe, la situazione non solo è tutt’altro che risolta, ma è destinata a svilupparsi. Due questioni.

– Come è stato possibile che Bolsonaro (o chi per lui) preparasse, indisturbato, l’assalto dell’8 gennaio? A maggior ragione se i disordini continuavano da settimane! Posto che polizia ed esercito sono ampiamente infiltrati e non svolgono affatto il ruolo di garanti della democrazia, perché Lula non ha chiamato alla mobilitazione generale le masse popolari che l’hanno sostenuto? Perché non ha chiamato gli elettori, la società civile, ma soprattutto quella larga parte di masse popolari organizzate a difendere il voto?

– Adesso che apparentemente “è tutto finito”, a quali forze si appoggerà Lula per mantenere l’ordine e procedere con l’attuazione del suo programma, in un paese in cui praticamente la metà degli elettori sono contrari ad esso e mobilitati per impedirlo?

C’è una sola risposta a entrambe le domande: Lula si affida alle leggi borghesi, ai tribunali borghesi, alle forze dell’ordine borghesi.

Si affida a quella stessa legalità borghese che nel 2016 ha prima accusato la Presidente in carica, Dilma Rousseff, di aver truccato i bilanci dello Stato in modo da destituirla e poi, una volta destituita, ha fatto cadere le accuse.

Quella legalità borghese che nel 2016 ha condannato lo stesso Lula a 12 anni di carcere per corruzione (in modo da impedirgli di candidarsi alle presidenziali del 2018) salvo poi, nel 2021, assolverlo da ogni imputazione.

Lula dimostra di procedere oggi come ha già fatto in passato.

Quando è stato condannato in primo grado a 12 anni di prigione ha girato il paese per denunciare la persecuzione politica, ma anziché chiamare le masse popolari a difenderlo, a ribellarsi, si è costituito spontaneamente alle autorità, si è consegnato in carcere quando ancora nessuno lo cercava!

Ecco l’altro punto di vista sul Brasile. I disordini dell’8 gennaio mettono in evidenza NON la forza della destra reazionaria, NON il pericolo del nuovo fascismo, NON le indicibili relazioni fra le diverse centrali del “fascismo internazionale” (da Trump a Bolsonaro, da Bannon a Giorgia Meloni – tesi che ha ammorbato il dibattito pubblico degli ultimi 7 o 8 anni), ma, al contrario, tutte le resistenze della sinistra borghese a chiamare le masse popolari alla mobilitazione per difendere il loro voto, per attuare il programma che hanno votato, per difendere coloro che hanno eletto dagli attacchi e dagli intrighi delle forze reazionarie.

Certo, questo discorso ha per il Brasile un valore particolare. È un paese in cui, dopo venti anni di dittatura militare (1964 – 1984) e circa diciassette di “dittatura del Fmi” (1985 – 2022), il termine “democrazia borghese” rimanda direttamente agli squadroni della morte, agli eccidi delle popolazioni indigene, agli omicidi mirati, all’oppressione di classe esercitata dal groviglio di potere di speculatori, multinazionali, militari, cartelli della droga, ecc.

Ma è un discorso che ha anche un valore generale. Non è mai esistito, non esiste e mai esisterà uno Stato borghese che concede e garantisce l’autodeterminazione delle masse popolari a scapito degli interessi della classe dominante: le masse popolari sono le uniche protagoniste e garanti della loro emancipazione.

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