Insorgiamo!

Non siamo condannati a subire un altro governo del pilota automatico. Editoriale

Governo del pilota automatico è la definizione che indica il livello raggiunto nel nostro paese dalla progressiva cessione di sovranità nazionale a favore della UE, della NATO e dei circoli della speculazione finanziaria internazionale.
Indipendentemente da chi vince le elezioni, i binari del programma economico su cui deve viaggiare il paese sono sempre gli stessi, decisi a Bruxelles, Strasburgo, Washington, Città del Vaticano, ecc. E se per qualche motivo il governo uscito dalle elezioni, quale che ne sia il colore, non offre adeguate garanzie di proseguire su quei binari, allora viene fatto cadere con manovre di palazzo.

Tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni hanno seguito questi binari forzati e i risultati sono evidenti.
Bisogna rassegnarsi a questo meccanismo infernale deciso ai piani alti? Siamo condannati a subirlo senza possibilità di romperlo?
La risposta a entrambe le domande è NO.
Ma per ribaltare le cose c’è bisogno di affrontare alcune questioni ideologiche, che investono cioè prima il campo delle idee e poi quello della pratica, poiché quello che si pensa decide di quello che si fa. Bisogna, pensare cose giuste per fare cose efficaci.

Anzitutto, è necessario superare l’idea che l’unica strada per cambiare le cose sia la via elettorale.
Le elezioni del 2018, più che quelle dello scorso 25 settembre, hanno ampiamente dimostrato che non basta la vittoria elettorale di un partito “anti sistema” per portare il paese fuori dai binari del pilota automatico e costituire un governo che faccia gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari.
Sono tanti i “commentatori” superficiali che imputano il fallimento dell’impresa al fatto che il M5S non è mai stato un partito “anti sistema”; altri si soffermano sul tradimento dei valori del Movimento da parte dei capi e i più superficiali sostengono che “il sistema ha impedito al M5S di cambiare le cose” (che scoperta!).

La verità è che vincere le elezioni non basta. È necessario organizzare e coordinare gli elementi più avanzati delle masse popolari per mettere il paese su binari diversi da quelli del pilota automatico; per attuare – da subito e con i mezzi che si hanno – le misure necessarie a fare fronte agli effetti più gravi della crisi; per rispondere ai boicottaggi e ai sabotaggi che la classe dominante metterà in atto per riprendere il controllo della situazione.
Per caratteristiche proprie, combinate con il fatto che il governo Conte 1 è stato indicato come “il più reazionario della storia” proprio da quella sinistra (organizzazioni politiche e sindacali) che avrebbe invece dovuto approfittare della situazione, il M5S non ha fatto fino in fondo “quello che andava fatto” e il risultato lo conosciamo.
Lo stesso insegnamento si può trarre dall’esperienza – anch’essa fallimentare – del governo Tsipras nella Grecia del 2015: la mobilitazione delle masse popolari era dispiegata, ma il governo non ne ha fatto la forza decisiva per liberare il paese dalla Troika.

Se non basta che le forze anti sistema vincano le elezioni e formino un governo, figuriamoci se è sufficiente il misero – sì, misero – obiettivo di entrare in parlamento per “fare opposizione” o “portarvi la voce delle lotte”!
Ecco spiegato, in (buona) parte, il flop delle liste anti sistema alle elezioni politiche del 25 settembre.

Hanno fatto una campagna elettorale finalizzata a far sapere al mondo che esistevano, anziché opporre alle Larghe Intese un progetto e un programma di governo di emergenza popolare. Si sono lamentate dei misfatti della classe dominante e del suo programma di lacrime e sangue, anziché organizzare le masse popolari per iniziare ad attuare con le forze e le risorse disponibili le misure necessarie.
I lamenti per il loro fallimento, di cui sono gli unici responsabili – non c’entrano niente gli astenuti – sono amplificati dalla convinzione che l’unica strada per cambiare il governo del paese sia quella elettorale.
La verità è che perseguire a senso unico la strada elettorale significa rassegnarsi a subire il meccanismo del pilota automatico.

È necessario eliminare l’illusione che sia possibile deviare i binari del pilota automatico SOLO con le lotte e le mobilitazioni di tipo rivendicativo. Attraverso la lotta e la mobilitazione rivendicativa si possono strappare alcune conquiste, circoscritte e temporanee, ma per cambiare davvero strada bisogna togliere il governo del paese dalle mani della UE, della NATO, del Vaticano e di Confindustria. La questione è prima di tutto politica!
Anche perché ciò che la classe dominante è costretta a concedere oggi, se lo riprenderà – con gli interessi – domani, appena la mobilitazione rifluirà.
L’idea che si possa costringere un governo “del pilota automatico” a prendere misure favorevoli alle masse popolari attraverso lotte rivendicative ampie e radicali è un’idea sbagliata quanto quella che limita la possibilità di cambiamento alla via elettorale. Ma è più insidiosa perché poggia su due dati oggettivi.
Il primo riguarda l’esperienza diretta: effettivamente, nel ciclo di mobilitazioni degli anni Settanta, le masse popolari sono riuscite a strappare alla classe dominante conquiste di civiltà e benessere, diritti e tutele. Ciò è avvenuto, ma per condizioni particolari: per la forza del movimento comunista nel mondo, per la forza del movimento comunista in Italia (la scia della vittoria della Resistenza sul nazifascismo) e perché la crisi generale era solo agli inizi. Sono condizioni profondamente diverse da quelle attuali.
Il secondo è che, in linea generale, è vero che la lotta paga e uniti si vince, ma oggi questo deve tradursi nell’obiettivo di lottare uniti per imporre un governo di emergenza popolare, non per cercare di trasformare i lupi in agnelli.
Anche questa illusione è una forma di rassegnazione a subire il meccanismo del pilota automatico.

I fallimenti, diretta conseguenza delle idee sbagliate di cui sopra, portano i fautori della via elettorale e i promotori delle lotte rivendicative per spingere il governo alle riforme, a concludere che il problema vero sono le masse popolari che non capiscono, sono arretrate e non si mobilitano.
No compagni, è una conclusione sbagliata! È vero esattamente il contrario: l’unica strada per rompere il meccanismo del pilota automatico è valorizzare, sostenere, sviluppare ed estendere la spinta che viene dalla parte avanzata (cioè organizzata e attiva) delle masse popolari perché prenda in mano il governo del paese.

Insorgiamo!

Insorgiamo! Quando gli operai della GKN di Firenze hanno alzato questa parola d’ordine, probabilmente c’era chi si aspettava le barricate nelle strade e gli assalti alle sedi delle istituzioni. E oggi, in assenza di ciò, rimugina deluso sul fatto che “non c’è stata nessuna insurrezione”.
In verità, gli operai della GKN hanno fatto qualcosa di ben più importante: hanno tracciato una rotta e avviato un processo.
Un processo collettivo nel quale hanno via via aggregato organismi diversi, talvolta in apparente contraddizione tra loro. Ad esempio sono riusciti a coniugare la questione della difesa dell’apparato produttivo del paese con la difesa dell’ambiente.
È un processo fatto di assemblee, riunioni, discussioni, dibattiti, ma che si esprime concretamente sul terreno della mobilitazione: non solo le grandi manifestazioni a Firenze indette dal Collettivo di Fabbrica della GKN, ma anche le tante mobilitazioni che, all’insegna di una parola d’ordine ormai comune, si sviluppano in quantità, qualità ed estensione in tutto il paese.
Non è un caso se dal momento in cui Insorgiamo! ha iniziato a risuonare nelle piazze, nelle aziende e nelle scuole, il processo ha coinvolto i principali movimenti del paese (il Movimento No Tav, il movimento dei disoccupati a Napoli, i movimenti per il diritto alla casa, i movimenti antifascisti). In un anno, il Collettivo di Fabbrica GKN è riuscito a fare ciò che 100 piattaforme di lotta unitarie, scritte “al ribasso” (ognuno rinunci a qualcosa in nome dell’unità), non hanno fatto in 10 anni!
Ma, cosa più importante, è un processo che sta alimentando l’idea giusta, su cui poggia ogni cambiamento sociale e politico: sono i lavoratori e le masse popolari organizzate che devono diventare nuova classe dirigente.

Il Collettivo di Fabbrica della GKN mostra in piccolo qual è il movimento che può portare il paese fuori dai binari del pilota automatico. Perché esso si realizzi, occorre trasformare ciò che oggi è piccolo in grande, è necessario che nelle aziende, nelle scuole e nei territori si formino 50, 100, 1000 organismi operai e popolari che assumono il ruolo del Collettivo di Fabbrica della GKN.

Questa è la condizione per cui anche un’eventuale vittoria elettorale delle liste e dei partiti anti sistema può essere valorizzata, ed è anche la condizione per cui il movimento popolare passa dal rivendicare alla classe dominante al farsi nuova classe dirigente del paese.
Questa è la strada che il P.CARC promuove per portare gli organismi operai e popolari a imporre il loro governo di emergenza.


Fin che formalmente era all’opposizione del governo Draghi, FdI si è giovato del primo contrasto e ha strappato voti in particolare a Forza Italia di Silvio Berlusconi e alla Lega di Matteo Salvini. Ma ora che è impegnato ad attuare l’agenda Draghi (..), non solo non può più giovarsi del primo contrasto, ma subisce anche gli effetti del secondo. Su questo secondo contrasto fanno leva i professionisti dell’antifascismo padronale (in particolare il PD), ma anche gli scimmiottatori del fascismo del secolo scorso (Gianni Alemanno & Co. in testa) che non hanno seguito Giorgia Meloni nella creazione di FdI. Il fascismo di Giorgia Meloni e degli altri scimmiottatori del fascismo del secolo scorso vale quanto il comunismo di Massimo D’Alema, Achille Occhetto e simili. È imitazione e ripetizione di formule, di gesti e di riti. Il fascismo di cui Benito Mussolini fu alla testa, dopo essere stato uno dei massimi dirigenti del PSI, fu mobilitazione reazionaria delle masse popolari promossa dalla borghesia e dal clero per soffocare la rivoluzione socialista che i dirigenti del PSI non osavano portare alla vittoria. Mussolini combinò la violenza contro proletari e contadini ribelli e in particolare contro i comunisti (uccise Gramsci imprigionandolo e privandolo di assistenza sanitaria), con promesse demagogiche, parate, riti, cerimonie e parole d’ordine, con riforme economiche e sociali che scimmiottavano l’Unione Sovietica (industria pubblica, assistenza e previdenza pubbliche, prosciugamento delle paludi e lavori pubblici) e con guerre. Il fascismo dei suoi scimmiottatori di oggi non è che combinazione di operazioni criminali al servizio delle agenzie USA (Strategia della tensione, Gladio, P2 e affini) con la ripetizione di formule, gesti e riti del fascismo del secolo scorso – Da “Il nuovo governo dei vertici della Repubblica Pontificia e i nostri compiti“ – Comunicato del (nuovo)PCI del 25 ottobre 2022.

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