Chi ha esitato questa volta lotterà con noi domani

Lettera del Direttore di Resistenza

Nelle settimane scorse mi sono trovato a discutere in varie occasioni di quanto la situazione stia precipitando e del perché, secondo i miei interlocutori, la maggioranza delle masse popolari sembra disinteressata e pervasa da una “ingiustificata voglia di normalità”.

Un compagno di lungo corso, dirigente di un sindacato di base, commentava amareggiato che mentre noi ragioniamo di come organizzare la mobilitazione contro il carovita, i bar e i ristoranti sono pieni, in tanti vanno alla partita e la scorsa estate non c’era posto negli alberghi… forse i nostri ragionamenti, i nostri sforzi e l’impegno sono vani?

La tesi di fondo, scavando un po’, è che in Italia “si sta ancora troppo bene” per pensare al coinvolgimento di ampi settori popolari nella mobilitazione di cui c’è bisogno.

Discussione completamente diversa, pochi giorni dopo, con un candidato alle elezioni. La tesi che sosteneva era più o meno questa: “la maggioranza delle masse popolari è lobotomizzata dalla propaganda di regime, solo una piccola cerchia di illuminati comprende la gravità della situazione, bisogna fare il possibile affinché gli illuminati convincano i lobotomizzati”.

Le cose che mi hanno colpito di questo discorso sono due. Prima di tutto la sua contraddittorietà: come si fa a convincere qualcuno che è “lobotomizzato”? L’obiettivo è disperato! La seconda è il malcelato disprezzo per le masse popolari, considerate in definitiva un problema, un nemico da convincere o combattere.

Gli esempi che ho fatto sono diversi fra loro, ma sono rappresentativi di concezioni diffuse fra coloro che si propongono di “cambiare le cose”, armati più di buona volontà che di scienza.

Ma le cose non si trasformano solo con la volontà.

Il problema non è se le masse popolari “stanno ancora troppo bene” o “sono lobotomizzate”, il problema sta nel considerare e intervenire sugli aspetti da cui dipende la loro mobilitazione. E i principali sono tre.

1. Il primo è in ciò che la parte organizzata delle masse popolari fa già e che è di stimolo per altri. Un esempio terra terra, ma molto efficace: se il circolo ARCI o l’associazione di quartiere organizzano, oltre ai tornei di briscola anche assemblee, iniziative politiche e culturali, promuovono la partecipazione a manifestazioni, questo si riflette direttamente sulla mobilitazione di tutte le masse popolari della zona, indipendentemente dal fatto che esse partecipino o meno a tutte le iniziative. Un esempio meno terra terra è l’azione del Collettivo di Fabbrica della GKN rispetto al resto della classe operaia non solo fiorentina, ma toscana e italiana, per i movimenti sociali, per gli studenti (la “canzone della GKN” si canta da Trento a Palermo in ogni tipo di manifestazione!).

2. Ciò che determina quello che pensano le ampie masse (il senso comune corrente) dipende in gran parte dalla propaganda di regime, dall’intossicazione e dalla diversione, tuttavia l’aspetto decisivo è l’esperienza pratica. Ha voglia la classe dominante di dire “andrà tutto bene”! Se le aziende chiudono, il costo della vita sale, e tutto diventa precario, allora milioni di persone toccano con mano la realtà e la realtà è più forte di qualunque propaganda, della diversione e dell’intossicazione.

3. Ci sono molti stadi intermedi fra l’appartenere alla stretta cerchia degli illuminati e il grande gregge dei “lobotomizzati”. È vero che la classe dominante utilizza su ampia scala la disinformazione e l’intossicazione dell’opinione pubblica, la diversione dalla realtà e dalla lotta di classe, ed è vero che ha mille strumenti di “persuasione e convincimento”, di ricatto e imposizione. Ma nonostante il dispiego di ingenti risorse, non riesce affatto a eliminare il dissenso e a evitare che aumenti lo scollamento fra le masse popolari e le sue autorità e istituzioni. Per questo c’è chi è attivo nel quartiere e si disinteressa di tutto il resto, c’è chi si occupa solo di quello che succede sul proprio posto di lavoro, c’è chi si interessa di quello che succede nel mondo, ma non di quello che succede nel cortile di casa sua. C’è chi vuole informarsi, ma non si muove dal divano e c’è invece chi partecipa a mille manifestazioni e iniziative senza prendersi il tempo di capire i nessi che le uniscono e ciò che le differenzia.

Per ragionare sulla mobilitazione delle ampie masse popolari, dunque, serve ragionare su cosa fa la parte di esse che è già organizzata, serve partire dalla pratica, anziché “sognare” di poterle convincere con i discorsi e serve valorizzare tutti ai fini della lotta di classe.

Quali sono, in generale, i sintomi di una situazione rivoluzionaria?
Certamente non sbagliamo indicando i tre sintomi principali seguenti:

1. l’impossibilità per le classi dominanti di conservare il loro dominio senza modificarne la forma; una qualche crisi negli ‘strati superiori’, una crisi nella politica della classe dominante che apre una fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse. Per lo scoppio della rivoluzione non basta ordinariamente che ‘gli strati inferiori non vogliano’, ma occorre anche che gli ‘strati superiori non possano’ più vivere come per il passato;

2. un aggravamento, maggiore del solito, dell’angustia e della miseria delle classi oppresse;

3. in forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali, in un periodo ‘pacifico’ si lasciano depredare tranquillamente, ma in tempi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi ‘strati superiori’, ad un’azione storica indipendente.

Senza questi elementi oggettivi, indipendenti dalla volontà non soltanto di singoli gruppi e partiti, ma anche di singole classi, la rivoluzione – di regola – è impossibile. L’insieme di tutti questi cambiamenti obiettivi si chiama situazione rivoluzionaria.
Lenin, Il fallimento della II Internazionale, 1915

Rimane una questione di fondo: non è sufficiente che la situazione sia straordinariamente grave per suscitare la ribellione delle larghe masse. Se “bastassero” le pessime condizioni di vita, le privazioni e l’aumento dell’oppressione, i “paesi del Terzo mondo” sarebbero focolai rivoluzionari. Invece i paesi oppressi sono sempre più oppressi.

È vero che il peggioramento delle condizioni di vita e l’aggravamento degli effetti della crisi contribuiscono a creare una situazione rivoluzionaria, ma l’aspetto decisivo per trasformarla effettivamente in rivoluzione è l’azione del partito comunista.

Il partito comunista è il reparto d’avanguardia della guerra popolare rivoluzionaria, raccoglie chi ha una superiore comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe ed elabora la strategia e la linea per la rivoluzione socialista. Ma il partito comunista non agisce come un circolo di illuminati, non tenta di convincere le masse popolari e non le considera nemiche per le loro arretratezze e contraddizioni: agisce per formare ed educare le masse popolari attraverso la loro partecipazione diretta alla lotta di classe.

L’unica risposta sensata a chi si sofferma sulle masse popolari “che non si mobilitano” e “hanno voglia di normalità” è che la situazione sta precipitando, siamo in una situazione di straordinaria gravità e per questo “chi ha esitato questa volta lotterà con noi domani”, se sapremo organizzarlo.

Pablo Bonuccelli

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