Pubblichiamo l’intervista che Marco Bagozzi ha rilasciato alla nostra Agenzia Stampa per riportare l’esperienza nordcoreana nella gestione della pandemia da Covid-19. L’esperienza della RDP di Corea è particolarmente interessante perché dimostra come attraverso il legame stretto tra governo e masse popolari è possibile attuare misure che permettono di tutelare realmente la salute pubblica e garantire i migliori risultati in termini di contagio e diffusione della pandemia da Covid nel paese. Ciò è possibile solo nel socialismo, come dimostrano le esperienze di Cuba, Cina, Vietnam e per l’appunto della Corea del nord. Invitiamo a leggere e diffondere l’intervista, il socialismo è la cura!

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Questa pandemia ha mostrato come paesi che conservano tratti o si ispirano alla prima ondata delle rivoluzioni socialiste in tutto il mondo, in virtù degli elementi di socialismo di cui godono, ad esempio la gestione pubblica del Servizio Sanitario Nazionale e della ricerca, abbiano affrontato meglio dei paesi imperialisti e capitalisti la pandemia. Come funziona il sistema sanitario nazionale della RDPC?

All’articolo 56 la Costituzione della RPD di Corea recita: “Lo stato protegge la vita e la salute della popolazione sviluppando il servizio di cure mediche gratuite e migliorando il sistema della medicina preventiva”. Il concetto giuridico è ribadito dalla Legge sulla salute pubblica adottata alla Quarta Sessione della Sesta Assemblea Suprema del Popolo il 3 aprile del 1980: in 49 articoli sviluppati attraverso 7 capitoli vengono definite le linee guida della sanità pubblica coreana, che viene fondata sui principi di profilassi (art.3), di pianificazione (art.5), scientificità (art. 8) e gratuità (art. 9).

Uscita quasi completamente distrutta dalla feroce guerra imperialista mossa dagli Stati Uniti (1950-53), la Corea Popolare dovette ricostruire da cima a piedi il paese e una vasta fetta consistente degli investimenti venne riversata nel sistema sanitario. Nel primo trentennio postbellico (1955-1986) il numero degli ospedali decuplicò passando da 285 a 2401, mentre le cliniche mediche quintuplicarono (da 1020 a 5644). Questo sforzo permise di garantire al Popolo coreano un aumento dell’aspettativa di vita che raddoppiò. Passando dai 37,6 anni nel primo lustro degli anni ‘50 ai 70,8 registrato nel quinquennio 2010-2015 (solamente nei primi anni ‘90, quando il Paese dovette fronteggiare la doppia congiuntura della caduta del sistema socialista internazionale e delle gravi calamità naturali, è registrata una flessione della curva che misura l’aspettativa di vita). Oggi la Corea Popolare può vantare il terzo posto assoluto a livello mondiale nella speciale classifica dei posti letto ospedalieri in rapporto alla popolazione: con 13,2 posti letti ogni 1000 abitanti è superata solamente dal Principato di Monaco (13,8) e dalla Groenlandia (14) che però contano appena 38.350 e 55.992 abitanti rispettivamente contro gli oltre 25 milioni di nordcoreani. Nel 2017 il paese disponeva di 36,7 medici per ogni 10.000 abitanti, un livello superiore a quello della Francia, della Gran Bretagna e dei paesi del Benelux, per non parlare dei vicini asiatici o degli Stati Uniti.

Già in fase pre-pandemica, anno per anno le spese per la sanità pubblica vengono costantemente aumentate: nel 2014 + 2,3%, nel 2015 + 4,1%, nel 2016 + 8,1%, nel 2017 + 13,3%, nel 2018 + 6%, nel 2019 + 5,8%. Nelle condizioni di profilassi anti-epidemica, nel 2020 e nel 2021 le spese sanitarie raggiunsero gli aumenti del 107,4% e del 102,5%. Si tenga inoltre conto che questi scostamenti di budget vanno considerati come parziali, visto che significative fette delle risorse allocate nelle Forze Armate vengono di fatto riversati anche in altri campi, fra i quali quello sanitario. Nell’impostazione ideologica del Songun infatti l’Esercito Popolare non deve limitarsi alla sola difesa armata del Paese, ma i militari vengono impegnati anche in altri ruoli che consentono di razionalizzare gli sforzi nella costruzione del socialismo, come ad esempio la protezione civile, la gestione dell’ordine pubblico, il supporto nella costruzione di strutture logistiche, industrie o ospedaliere o ancora sono impegnati nelle emergenze con ospedali di campo o di assistenza sanitaria.

Grazie a questi enormi sforzi il sistema sanitario della Corea Popolare ottenne il plauso dell’allora Direttore Generale dell’OMS Margaret Chan che nel luglio del 2010 lo definì “un sistema sanitario invidiato dai paesi in via di sviluppo”.

Nonostante ciò emergono ancora alcune criticità che il Partito conta di superare nei prossimi anni, secondo un auspicio di Kim Jong Un annunciato nel 2019 “il Governo della Repubblica presterà un’attenzione speciale alla salute pubblica. Deve migliorare l’assistenza medica, far sì che la sua scienza e la sua tecnologia raggiungano il più alto livello e irrobustisca le sue fondamenta materiali e tecniche, di modo che la popolazione goda pienamente dei benefici del nostro sistema di salute pubblica socialista” e come ribadito nella II Sessione del VIII Comitato Centrale in data 8 febbraio 2021: “Il settore sanitario dovrà adempiere a importanti compiti per apportare un miglioramento tangibile, tra cui dare la priorità al completo sradicamento delle varie malattie epidemiche e promuovere come da programma l’edificazione di nuove strutture sanitarie e di industrie farmaceutiche, di apparecchi medici e di prodotti di uso medico”.

Secondo un report sudcoreano pubblicato dall’Istituto per gli Studi sulla Salute e l’Unificazione del College di Medicina dell’Università Nazionale di Seul nell’ultimo decennio il Servizio sanitario nordcoreano ha conosciuto una rapida modernizzazione, grazie all’utilizzo di tecnologie sempre più avanzate e ad un’istruzione, anche in inglese, sempre crescente. La formazione si basa su università mediche di cinque o sei anni che istruiscono medici generalisti, medici di medicina tradizionale Koryo, medici dentisti e medici dell’igiene che sono operatori sanitari di prima classe. Le università mediche triennali formano operatori sanitari di classe media come para-medici, protesisti e ostetriche. Le scuole per infermieri di due anni e le scuole di formazione infermieristica di sei mesi educano gli infermieri come assistenti sanitari. Inoltre ogni regione si sta dotando di almeno un’università in cui la facoltà di medicina è integrata.

Quanto pesa l’ostracismo economico e mediatico imposto dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti ai danni della RPDC per la gestione della salute pubblica e della produzione di beni e servizi?

Tecnicamente le undici risoluzioni che le Nazioni Unite, tra il 2006 e il 2017, hanno adottato per sanzionare la Corea Popolare in seguito agli esperimenti nucleari non riguardano materiale medico, sanitario o biochimico (anche se il recente “report di esperti” pubblicato dalle Nazioni Uniti ha denunciato la presenza di materiale delle aziende 3M e DuPont fra quelli utilizzati nella sanificazione di ambienti), visto che vietano le transizioni dei cosiddetti “beni di lusso” (la cui definizione è arbitrariamente estesa a diversi discutibili campi), il materiale di armamento, i macchinari industriali, determinate materie prime e alimentari e il blocco di risorse economiche, di valori patrimoniali e di transazioni finanziarie riconducibili alle autorità coreane. L’unico aspetto delle sanzioni ONU che potrebbe porre una limitazione allo sviluppo della sanità pubblica è il divieto di concedere programmi di studio e di cooperazione scientifica agli universitari coreani (non esistono numeri precisi riguardo ai nordcoreani che studiano all’estero, ma secondo la sudcoreana KBS nel 2012 erano 1400 dislocati principalmente in Russia, India, Francia, Australia e Canada, oltre che ovviamente in Cina dove all’incirca 400 studenti si recavano ogni anno).

Questo da un punto di vista puramente teorico, visto che le sanzioni impongono una razionalizzazione delle risorse ripartite nei diversi campi, quindi è plausibile immaginare che finanziamenti che potrebbero essere spesi nella ricerca biomedica, con obiettivi a lungo termine, possano essere riversati in programmi differenti in caso di necessità più stringenti. Oltre al fatto che vengono limitate le entrate economiche nelle casse dello Stato, con conseguente diminuzione di prospettive di investimento, soprattutto su campagne a lungo termine.

Negli ultimi mesi, davanti a queste necessità, Cina e Russia hanno studiato una nuova risoluzione per allentare le sanzioni nei confronti di Pyongyang da proporre alle Nazioni Unite, per garantire la possibilità di migliorare i mezzi di sussistenza alla popolazione civile.

Quali sono state le misure attuate dal governo della RPDC dal punto di vista sanitario? Come si sono svolte attività quali lockdown, cure territoriali, ospedalizzazione, vaccini, sanificazione di strade ed edifici, informazione sanitaria o altro?

Come per Cina e Vietnam, la Corea Popolare gode di un doppio status che ha garantito una rapida risposta alla crisi pandemica: questi tre Paesi, infatti, oltre ad essere paesi socialisti sono situati nell’area del pianeta che meglio di altri ha saputo gestire la pandemia. Nonostante le profonde differenze sociali ed ideologiche, paesi come Taiwan, Singapore, Corea del Sud o Giappone da una parte, e le succitate Cina, Vietnam e Corea Popolare, dall’altra, non si sono fatti trovare impreparati come invece è avvenuto in praticamente tutto il resto del mondo. Grazie alle esperienze maturate in precedenti crisi pandemiche (in particolare l’epidemia dal SARS del triennio 2002-2004), i paesi dell’Asia orientale e sudorientale hanno messo in pratica fin dai primi segnali d’allarme provenienti da Wuhan efficaci strategie di contenimento della diffusione virale.

In particolare la RPD Corea fin dal 22 gennaio del 2020 vietava l’ingresso nel Paese a tutti gli stranieri e imponeva una lunga quarantena (prima 15 giorni e successivamente 30) ai pochi cittadini a cui era permesso rientrare in Patria. Nelle zone di confine con Cina e Russia venivano istituite aree per isolare rapidamente casi sospetti di infezione. Ad oggi qualsiasi via di accesso alla Corea Popolare è bloccata, e dopo un’iniziale chiusura sono riaperte sia pur a movimentazioni ridotte le vie di transito solamente per le merci tra Dandong (Cina) e Sinuiju, tra Chasan (Russia) e Raijin e il porto di Nampo.

Questo è possibile perché a differenza di Vietnam e Cina, che necessitano di aprire i confini per concorrere all’interno di un mercato mondiale, la peculiarità del socialismo coreano garantisce una prospettiva di sviluppo economico legato all’autosufficienza e può sopperire anche a due anni o più di ermetica chiusura dei confini.

A differenza dei paesi occidentali che hanno agito con limitazioni e misure di contenimento per garantire il cosiddetto “appiattimento della curva del contagio” sopportando un determinato numero di perdite umane e di infezioni gravi pur di salvaguardare il comparto economico, in Corea si è perseguito l’obiettivo dei “zero casi” non lesinando alcuna misura mirante ad arginare la penetrazione del virus all’interno del Paese, anche sacrificando alcune attività sociali (ad esempio non sono state inviate delegazioni sportive alle Olimpiadi estive di Tokyo 2020 e non ne verranno inviate nemmeno alle competizioni invernali di Pechino 2022). Secondo i dati ufficiali ritenuti validi anche dall’OMS ad oggi in Corea non risultano casi di positività e di persone decedute. Per quanto, ad un occhio inesperto, possa apparire solamente una dichiarazione di propaganda dell’apparato politico di Pyongyang, non esistono motivi per non giudicare queste statistiche come veritiere: il Governo della RPDC avrebbe infatti potuto chiedere sia aiuti internazionali massicci che un allentamento delle sanzioni internazionali nel malaugurato caso di scoppio di focolai domestici.

Il 29 febbraio 2020 il Presidente Kim Jong Un dichiarò: “ se questa epidemia, che si propaga così rapidamente, si infiltra nel nostro Paese, ciò porterà a gravi conseguenze; la velocità di propagazione di questa malattia infettiva è molto grande, il suo periodo d’incubazione incerto ed i mezzi di contaminazione non sono stati ancora chiaramente compresi in modo scientifico; questo è il motivo per cui le potenti misure che il nostro Partito e il nostro governo hanno preso sin dall’inizio sono misure difensive, preventive e decisive, le più risolute e le più sicure”.

Seguendo queste indicazioni e il parere degli scienziati le autorità hanno spinto sul rafforzamento delle misure di prevenzione di base (mascherina chirurgica anche all’aperto, lavaggio delle mani, distanziamento sociale), sociale (sospensione di attività sociali e ricreative, limitazione di accessi di luoghi in cui era possibile creare assembramenti, prolungamento delle festività scolastiche) e diagnostico (misurazione della temperatura, segnalazione attiva di potenziali infezioni, rafforzamento della telemedicina ecc.). Nel corso di questi mesi solamente nelle parate pubbliche e in alcuni incontri istituzionali, evidentemente controllati preventivamente, è stato consentito di non utilizzare le mascherine protettive agli astanti.

Durante la XIV sessione allargata dell’Ufficio Politico del VII CC del 4 luglio Kim Jong Un ha duramente criticato alcuni quadri del Partito che manifestavano l’assenza di spirito, l’indifferenza e l’attitudine routinaria nel proseguimento del lavoro profilattico d’urgenza da prorogarsi fino a che il pericolo d’infiltrazione di questa pandemia sia completamente scomparso, “senza cullarsi sugli allori né rilassarsi mostrandosi soddisfatti dell’attuale stato della prevenzione”.

Queste priorità vennero messe in essere proprio nello stesso mese in seguito all’ingresso illegale di un fuggiasco scappato dalla Corea Popolare e rientrato in Patria il 19 luglio è stato lanciato l’allarme nella città di Kaesong. Il rimpatriato clandestino infatti è stato considerato un sospetto contagiato per lo stato di salute che aveva presentato alle autorità sanitarie della città. Per far fronte a questa minaccia la città di Kaesong fu messa in lockdown (e conseguentemente fu garantito l’approvvigionamento per soddisfare tutta la popolazione), furono controllate tutte le persone che erano entrate in contatto con il clandestino e fu isolata l’intera regione. Pur non avendo rilevato alcun caso di infezione, il 30 luglio del 2020 il governo del Paese stabilì una nuova politica di prevenzione che prevedeva di limitare i viaggi tra le città, di rinviare l’organizzazione di eventi sociali e altre attività che muovevano grandi folle, di permettere di organizzare pranzi e incontri amichevoli con meno di 4-5 persone, oltre a chiudere musei e aree ricreative.

Ancora nel giugno del 2021 durante la III Sessione Plenaria del VIII CC del Partito, il Leader Kim Jong Un ribadì la necessità di mantenere un alto livello di controllo anti-epidemico e contemporaneamente mettere l’accento sulle necessità vitali del Popolo “Conformemente alle condizioni attuali bisogna mantenere rigorosamente lo stato anti-epidemico nazionale, mentre gli organismi dirigenti dell’economia devono organizzare minuziosamente gli affari economici in base alla circostanza sfavorevole caratterizzata dal lavoro anti-epidemico d’urgenza. Parallelamente, tutte le organizzazioni del Partito e tutti gli organi del potere devono accordare un’attenzione primordiale allo sforzo volto a rispondere in modo soddisfacente e in tempi opportuni ai bisogni materiali della popolazione”.

Ad oggi il Paese mantiene il suo autoisolamento, con una rigorosa chiusura dei confini, le attività di sanificazione vengono implementate quotidianamente, l’utilizzo degli strumenti di protezione individuale e di auto-disinfezione vengono continuamente raccomandati dalle autorità e dai media del Paese e, come vedremo, la struttura socialista dell’economia pianificata ha garantito un livello di crescita coerente con le prospettive stabilite dal piano quinquennale.

Ci sono state conseguenze in termini economici? È stato necessario, ad esempio, convertire aziende per la produzione di mascherine, farmaci e quanto necessario?

A proposito della questione economica durante il discorso citato nelle righe precedenti Kim Jong Un ebbe a dire “Quest’anno le condizioni e le circostanze soggettive e oggettive della nostra lotta rivoluzionaria si sono rivelate più difficili, ma l’economia del paese nel suo insieme va bene. Soprattutto durante la prima metà dell’anno, abbiamo sorpassato del 44% il piano di produzione industriale nel valore globale e del 25% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, oltre al fatto che la quantità dei prodotti aumenta a grandi passi”. Sono parole che, nonostante le evidenti difficoltà, evidenziano il buono stato dell’economia nordcoreana che già nel 2020 era cresciuta del 4,3%.

Se non dovessero bastare le parole del Leader, per smentire le notizie riportate dai media imperialisti (su tutti l’ineffabile Radio Free Asia) che parlavano di carestia nel Paese, riportiamo le parole dell’Ambasciatore russo a Pyongyang Alexander Matsegora che alla TASS ebbe modo di dichiarare che “è molto lontano dall’Ardua Marcia [la carestia di metà degli anni ’90, che abbiamo già accennato nelle prime righe], e spero che non si arriverà mai a questo. Ricordo bene cosa accadde a Pyongyang alla fine degli anni ’90, e posso confrontare le due situazioni” e ancora che “la situazione è complicata, ma non può essere paragonata a quegli anni, la cosa più importante è che oggi non c’è carestia nel Paese”.

Va inoltre tenuto conto che nei primi giorni di settembre del 2020 il Paese è stato colpito dalle terribili conseguenze del tifone Maysak, nella zona della costa orientale nei pressi di Wonsan, causando enormi danni e decine di morti.

Per quanto riguarda la riconversione delle aziende il Governo ha inoltre ordinato di acquistare tessuti protettivi dalle fabbriche locali anziché importarle a caro prezzo dall’estero. La stazione igienica e anti-epidemica di Sariwon è invece il punto di riferimento per la produzione di disinfettante da fornire a fabbriche, imprese ed unità di quartiere.

Che ruolo ha avuto la popolazione coreana nella gestione della pandemia in termini di partecipazione e coinvolgimento nella battaglia per farvi fronte?

In una struttura sociale come quella coreana il rapporto fiduciario che si riverbera tra autorità politiche e popolazione deve essere totale. In quest’ottica va letto il comportamento del Governo coreano che ha chiesto all’intera popolazione di attenersi alle indicazioni anti-epidemiche con rigore assoluto, anche se queste non erano mosse da misure coercitive tipiche dei sistemi individualisti, capitalisti o borghesi.

L’obbligo infatti in questi casi deve essere implementato laddove gli interessi dei singoli sovrastano l’interesse collettivo, mentre in un sistema socialista come quello coreano le indicazioni che incidono sulla salute pubblica sono indirizzate alla popolazione attraverso raccomandazioni, che a loro volta diventano obblighi di fatto, non riferiti alle misure di legge (con il rischio di conseguenti ulteriori misure coercitive o sanzioni), ma all’obbligo di rispetto del corpo sociale, del prossimo e dell’intera nazione.

Le operazioni basilari di prevenzione anti-epidemica, come l’utilizzo delle mascherine protettive, la sanificazione delle mani e il distanziamento interpersonale, costantemente ripetute nelle trasmissioni informative della KCTV, non sono state imposte per legge, ma nonostante ciò vengono rispettate dalla totalità della popolazione, visto che in quel contesto non esistono elementi che seguono comportamenti devianti o anti-sociali. I principali canali informativi del Paese inoltre quotidianamente aggiornano la popolazione sugli effetti della malattia nel resto del mondo, con servizi e dati statistici che mettono in evidenza come un allentamento delle misure di prevenzione possa diventare letale soprattutto in un ambiente ancora totalmente privo di immunità (da guarigione o da vaccinazione) come quello nordcoreano.

In occasione del 75° anniversario della fondazione del Partito, un vistosamente commosso Kim Jong Un ha riconosciuto l’inestimabile ruolo svolto dal Popolo coreano in questa battaglia che in precedenza aveva paragonato alla già citata Ardua Marcia (scatenando, come detto sopra, osservatori “indipendenti” che cercavano di dimostrare con questo paragone l’esistenza di una carestia nel paese): “Al pensiero che tutti i cittadini del paese siano stati preservati dall’abominevole epidemia che devasta il mondo, sebbene sia il dovere legittimo e un successo naturale del nostro Partito, i miei occhi si fanno umidi per l’emozione. E alla vista della buona salute generale, non ho trovato altro da dire che: “Grazie!”. Questo trionfo che genera, com’è naturale, lo stupore del mondo, costituisce un grande successo conseguito dal nostro stesso popolo. Per il nostro Partito, la vita di ogni cittadino vale più di ogni altra cosa. L’esistenza del Partito, dello Stato e di ogni cosa su questa terra presuppone che tutto il popolo sia in buona salute. In questo mondo, tuttavia, ci sono troppi elementi di pericolo che minacciano la preziosa vita del nostro popolo. Parimenti, la crisi sanitaria scoppiata nel mondo all’inizio di quest’anno e la situazione precaria attorno a noi mi hanno creato angoscia e preoccupazione. Tuttavia, il nostro popolo, alzatosi con valore, ha totalmente sostenuto ed eseguito le misure del Partito e dello Stato, è riuscito non soltanto a difendere con pervicacia la sua vita, ma ha anche superato coraggiosamente tutte le difficoltà e le sfide con forza d’animo”.

Passiamo ai vaccini. È stata organizzata la campagna vaccinale? Quali vaccini sono in uso in Corea? Quali sono i risultati al momento?

Il 21 luglio del 2020 l’Accademia delle scienze mediche della RPD di Corea poteva annunciare che stava sviluppando il suo proprio candidato vaccinale contro il Covid-19 sulla base dell’enzima convertitore dell’angiotensina II (ACE2). Il candidato vaccinale, secondo l’annuncio, aveva superato i primo test di immunogenicità e sicurezza sugli animali. Successivamente non sono giunte notizie d’aggiornamento, quindi è verosimile pensare che le successive fasi di sperimentazione siano ancora in corso.

In precedenza la Corea Popolare ha attivato un canale con il programma di distribuzione Covax, il sistema di distribuzione dei vaccini nei Paesi in via di sviluppo patrocinato da Gavi, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations e dall’Unicef . Successivamente però il paese ha rifiutato due spedizioni di vaccini: 2 milioni di dosi di Vaxzevria/Astrazeneca (luglio 2021) e 3 milioni di dosi del cinese Sinovac (settembre 2021).

Le motivazioni di queste scelte furono anticipate in un lungo articolo intitolato “Preparative ad un lungo confronto con una pericolosa infezione!” scritto da Ri Kwang e pubblicato sul Rodong Sinmun, il giornale ideologico del PLC, il 4 maggio.

Questo articolo ha avuto la sventura di diventare una sorta di “manifesto novax” per alcuni militanti occidentali, ma l’appropriazione è dovuta ad una fallace interpretazione dei contenuti e dell’analisi della situazione concreta.

Dopo aver snocciolato gli ultimi aggiornamenti statistici e le preoccupazioni dell’OMS sulla diffusione del virus, l’articolista ha stigmatizzato il giudizio dei leader occidentali secondo i quali con la vaccinazione di massa, limitata alle sole popolazioni dei loro paesi, la “pandemia fosse nelle fasi finali”. Inoltre era contestata anche la definizione di vaccino come “panacea di tutti i mali”. La fallacia dell’interpretazione dell’articolo sta proprio nella rilevanza che Ri Kwang manifestava al pericolo della “natura prolungata di questa pericolosa malattia” che aveva messo in evidenza “le debolezze della leadership, le profonde contraddizioni sistemiche e i conflitti ideologici e razziali” che si potevano osservare in altri paesi e regioni del mondo. Contrariamente a quanto si crede, i nordcoreani sono attenti osservatori di quanto avviene al di fuori dei propri confini e non di rado dimostrano capacità di prevedere il futuro.

Erano infatti i mesi in cui assistevamo al bailamme attorno al vaccino di Astrazeneca, alle prime pagine che rilanciavano a piene colonne le, fortunatamente limitate dal punto di vista numerico, reazioni avverse, alle dichiarazioni contraddittorie degli enti regolatori e alle dichiarazioni entusiaste dei leader borghesi. A distanza di oltre un anno le parole espresse in quell’articolo sono ancora tremendamente attuali “La cosa più importante è rendersi conto della natura a lungo termine della lotta anti-epidemia e prepararsi bene per essa. E se ci sono persone che anche solo per un momento hanno pensato “Adesso è tutto finito” o “Solo un po’ più di pazienza e aspetta”, successivamente sono dovute tornare indietro e, dopo aver assunto una posizione anti-epidemia ancora più perfetta che non comporta misure temporanee, si sono impegnate nuovamente in un combattimento radicale in nome della tutela della sicurezza della Patria e della pace dei cittadini”. A dispetto di quanto qualcuno ha voluto interpretare in queste parole (spesso in combutta con posizioni negazioniste o riduzioniste), il fatto che il vaccino non sia “la panacea” e che la lotta contro la pandemia sia ancora lunga è argomento del dibattito in ambito scientifico anche nel nostro paese: a puro titolo di esempio cito il Professor Andrea Crisanti che ha scritto che “il vaccino non è l’unico strumento per intervenire in questa congiuntura” e ancora che “il futuro sarà caratterizzato da un insieme di misure diverse, che combineranno la vaccinazione con adeguate strategie di sorveglianza territoriale. Le sinergie che sapremo costruire tra questi due strumenti sanitari ci proteggeranno dalla minaccia pandemica che sarà un fenomeno ancora di lunga persistenza” (Andrea Crisanti e Michele Mezza, Caccia al virus, Donzelli editore). Un ragionamento che parte dalla semplice osservazione dello stato delle cose e da una conoscenza dell’andamento pandemico, cosa che i coreani hanno dimostrato di possedere.

Infatti, muovendosi all’interno di una strategia che abbiamo definito “zero casi” da un punto meramente pratico le circa 5 milioni di dosi Astrazeneca e Sinovac avrebbero garantito una copertura vaccinale insufficiente alla popolazione (meno del 10% degli abitanti avrebbero potuto concludere il ciclo vaccinale di due dosi) e in bilanciamento rischi/benefici avrebbe causato più problemi che risoluzioni: anzitutto una copertura così bassa non avrebbe garantito alcuna attenuazione delle limitazioni (soprattutto la chiusura dei confini), inoltre avrebbe creato evidenti disuguaglianze (con quella miseria di dosi avrebbero dovuto vaccinare gli anziani? Gli immunodepressi? Le forze armate? Gli addetti commerciali che avrebbero potuto riprendere a viaggiare nel mondo?) e conseguentemente incrinato quel legame di fiducia tra autorità e una popolazione illusa dall’elemosina delle organizzazioni internazionali e in alcuni casi spaventata da eventuali reazioni avverse (messe in evidenza nell’articolo di Ri Kwang).

Essendo già a conoscenza che i vaccini non garantivano l’immunità dall’infezione e dalla trasmissione, oltre a garantire solamente sei mesi di immunità dalla malattia grave, le autorità sanitarie hanno quindi preferito rifiutare i vaccini che in quelle condizioni non avrebbe attestato alcun miglioramento in un Paese in cui il virus non ha mai messo piede.

Una situazione opposta rispetto alle prospettive di uno stato capitalista o comunque legato alle logiche di mercato, nel quale la riduzione (ma si badi bene, non l’azzeramento!) delle ospedalizzazioni e conseguentemente dei decessi è una delle condizioni minime per garantire la ripresa produttiva: sostanzialmente si mette in preventivo un numero “accettabile” di decessi e malattie gravi, ma solo in determinate zone del mondo, per impedire una crisi strutturale del sistema capitalistico.

Rispetto alla politica internazionale che ruolo hanno avuto le relazioni di cooperazione internazionale con paesi come Cuba, Cina, Vietnam o altri, nel fronteggiare la pandemia? Come si pone attualmente la RPDC verso questi paesi?

Nei primi giorni di febbraio del 2020 Kim Jong Un inviò una messaggio scritto d’amicizia nei confronti della Cina in cui fornì sostegno agli sforzi di prevenzione e di controllo anti-epidemici di Pechino. Successivamente nel maggio del 2020, a celebrazione degli ottimi risultati conseguiti dalla Cina nella prima ondata di infezione virale, la Xinhua ha pubblicato la notizia di uno scambio di messaggi tra Kim Jong Un e Xi Jinping. Kim, a nome del PLC e del Governo coreano ha “illustrato le solide basi e la forte vitalità della tradizionale amicizia tra i due paesi e ha espresso la sua profonda gratitudine e il suo apprezzamento”. Il Presidente cinese ha risposto elogiando “la guida del PLC e del Popolo coreano nell’attuare serie misure di prevenzione nel controllo dell’epidemia, che hanno portato a progressi positivi” inoltre, ha aggiunto che la Cina è disposta “a rafforzare la cooperazione anti-epidemica con la RPDC e a fornire il sostegno in linea con le esigenze di quest’ultima”.

Successivamente durante l’ottavo Congresso del Partito dei Lavoratori (marzo 2021), il Segretario Kim Jong Un ha auspicato un rafforzamento delle relazioni tra i paesi socialisti e successivamente ha inviato messaggi per notificare i risultati dell’ottavo congresso del PLC al presidente vietnamita Nguyen Phu Trong, al presidente laotiano Thongloun Sisoulith e a Raul Castro, primo segretario del Partito Comunista di Cuba, oltre al Presidente cinese Xi Jinping.

I nordcoreani non hanno mancato di manifestare solidarietà anche ai compatrioti del Sud. Già a marzo del 2020 Kim Jong Un scrisse un messaggio al Presidente sudcoreano Moon Jae-in per manifestare vicinanza e solidarietà in un periodo in cui Seul doveva affrontare la prima ondata della pandemia. Nel già citato discorso per il 75° anniversario della fondazione del Partito, Kim ha ribadito sentimenti di calorosa solidarietà a tutte le persone che nel mondo stavano soffrendo per il virus “Colgo la presente occasione per rivolgere la mia calorosa solidarietà a tutti coloro che lottano contro la malattia del virus maligno nel mondo ed esprimere il mio ardente augurio che tutti gli uomini custodiscano la loro salute, la loro felicità e i loro sorrisi. Esprimo al contempo eguali sentimenti ai nostri compatrioti del Sud e prego affinché l’attuale crisi sanitaria finisca al più presto e giunga il giorno in cui il Nord e il Sud si diano nuovamente la mano”.

La collaborazione bilaterale in ambito medico con paesi come Angola, Ecuador e Mozambico è stata invece sospesa tra febbraio e marzo 2020 a causa delle sanzioni ONU.

Ultima domanda. Il Partito dei CARC ha lanciato una campagna politica dal titolo “il socialismo è la cura”. Da compagno e attivista internazionalista, cosa ti senti di dire in merito?

Il 1° novembre 1994 sulle pagine del Rodong Sinmun il Caro Leader Kim Jong Il scriveva le seguenti parole nell’articolo “Il socialismo è scienza”: “Momentaneamente messo a dura prova dall’opportunismo, faccenda penosa, il socialismo, per la sua natura scientifica e per la sua verità, risorgerà però senza alcun dubbio e finirà per trionfare”.

Osservando come un esperimento scientifico la crisi pandemica che si è manifestata da dicembre del 2019 ha manifestato un’evidenza empirica secondo la quale è lampante che “il socialismo sia la cura”. A fronte dei paesi capitalisti più avanzati che ancora oggi, a distanza di due anni dallo scoppio della pandemia, presentano dati inquietanti in tutte le evidenze statistiche, i paesi socialisti hanno assicurato alle popolazioni risultati radicalmente migliori: da una parte i 2860 morti ogni milione di abitanti del Brasile, i 2111 del Regno Unito, i 2308 degli Stati Uniti, i 1845 dell’Unione Europea per non parlare della disastrosa situazione degli stati che hanno rinunciato a continuare il cammino nella transazione al socialismo (3912 morti per milioni in Bulgaria, 3732 in Bosnia, 3552 in Montenegro, 3548 nella Macedonia del Nord, 3388 in Ungheria, 2962 nella Repubblica Ceca e così via), dall’altra i 732 di Cuba, i 239 del Vietnam, i 175 del Venezuela, i 31 del Nicaragua, i 15 del Laos o i 3 della Repubblica Popolare Cinese, i 0 della Corea Popolare! [dati aggiornati al 19 novembre 2021]

Un combinato congiunto di prevenzione, sanità pubblica, interesse comune, salvaguardia dei più deboli: ideologia e pratica socialiste. L’esatto opposto di quanto avvenuto nel complesso capitalista internazionale, laddove sono prioritari i tagli della spesa pubblica, gli interessi privati, la continuità della produzione industriale (anche nei periodi più tragici della pandemia, come dimostra il marzo 2020 nel bergamasco), la speculazione finanziaria, gli interessi di partito, la sacrificabilità di intere generazioni di persone, l’egoistica libertà individuale. Nel 1980 Kim Il Sung ebbe a dire “La medicina socialista è radicalmente diversa dalla medicina capitalista, fra l’altro, perché accorda la priorità alla profilassi”, cioè una prospettiva strategica che non garantisce nell’immediato risultati economici o possibili speculazioni finanziarie, ma assicura la crescita della salute della popolazione.

Per supportare questa evidenza, cioè che “il socialismo è la cura”, possiamo anche citare la situazione delle democrazie borghesi, come ad esempio il nostro Paese: mentre le strutture private si stavano già leccando i baffi con i futuri utili che avrebbero garantito speculando sul “virus maledetto”, il presidio che più di ogni altro ha combattuto la pandemia sono stati le lavoratrici e i lavoratori del tanto vituperato Sistema Sanitario Nazionale, la cui fondazione datata 1978 fu il coronamento di un lungo percorso a cui contribuirono fin dagli anni ‘50 il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista e il sindacato CGIL, per rendere finalmente concreto quell’articolo 32 della Costituzione che è uno dei principali lasciti che i padri costituenti, in particolare quelli di formazione social-comunista, hanno lasciato alle generazioni future e che personalmente non smetterò mai di difendere.

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