Nel mese di novembre si sono tenuti due vertici internazionali, il G20 di Roma e il COP26 di Glasgow. Tema all’ordine del giorno di entrambi gli incontri internazionali è stato quello dell’emergenza ambientale. Attorno a questi vertici i racconti e i ricami fatti dai media di regime sono i più vari ed estremamente diversivi. I “potenti del mondo” del G20 lanciano la monetina nella fontana di Trevi, i “potenti del mondo” cercano la soluzione per salvare l’ambiente e il clima, i “potenti del mondo” girano scortati in auto di lusso, ecc. Mentre i media internazionali USA e UK (CNN e The Guardian) parlano di flop, i media nostrani sono tutti impegnati a infiocchettare il presunto successo del grande timoniere Draghi che ha diretto i lavori del G20, che porta l’Italia ad assumere il ruolo di apripista per un nuovo corso mondiale (tutte fantasie). Ma che caspita si sono detti questi “potenti del mondo”?

Come detto, il tema centrale dei vertici era quello della “lotta” ai cambiamenti climatici e all’obiettivo quinquennale definito nell’incontro internazionale COP21 di Parigi nel 2015 di abbassare a 1.5° l’aumento della temperatura globale. In particolare il COP26 si proponeva di fare il punto sui risultati di questi ultimi sei anni (l’appuntamento era previsto per lo scorso anno ma è stato rimandato a causa della pandemia).

Il risultato è stato un gran chiacchiericcio che si è tramutato in un nulla di fatto. Entrambi i vertici sono stati la solita parata in cui i paesi coinvolti hanno confermato l’obiettivo dell’abbassamento di 1.5° della temperatura globale ma non hanno né fornito dati completi circa i risultati delle proprie politiche ambientali, né stabilito delle date concrete in cui tali politiche entreranno effettivamente in vigore. In sostanza l’obiettivo dell’abbassamento della temperatura globale è una pagliacciata.

Ai fini della comprensione del corso delle cose però, gli interventi e gli scontri avvenuti attorno ai due vertici mondiali ci forniscono utili elementi. La prima domanda, che si pongono gli elementi avanzati delle masse popolari, è certamente la seguente: dato che è palese una non volontà e una incapacità da parte dei gruppi imperialisti di contrastare l’emergenza climatica, perché ne parlano così tanto? Al di là delle chiacchiere gli aspetti decisivi emersi sono almeno quattro:

1. Le risorse naturali del pianeta non sono infinite. L’esaurimento delle risorse naturali del pianeta, l’inquinamento e le sue conseguenze sono un problema anche per i capitalisti perché rappresentano un limite alla produzione e alla valorizzazione del capitale. Si tratta di un discorso simile all’allargamento dello sfruttamento e delle ore di lavoro estorto agli operai per ricavare plusvalore: si può far lavorare l’operaio e spolparlo fino all’osso ma non è possibile farlo oltre le ore che gli servono per mangiare, dormire e fare tutte quelle attività necessarie a farlo restare in vita e continuare ad essere sfruttato. Nel Manifesto Programma del (n)PCI sono indicati i sette fattori che hanno prodotto e incrementano il saccheggio delle risorse naturali e l’inquinamento del pianeta da parte del capitalismo, che invitiamo a leggere e diffondere[i].

2. La crisi climatica offre nuovi campi di valorizzazione del capitale. Il capitalismo verde (green economy) mette in fila belle idee. Quindi conferma che esistono conoscenze, risorse e mezzi per ovviare alla crisi ambientale senza ricorrere alla decrescita. Ma la società borghese è per sua natura basata su interessi contrapposti. Ogni trasformazione che fa l’interesse di alcuni, lede gli interessi di altri che quindi la ostacola e vi si oppone. In questo senso anche gli investimenti e i capitali che vengono immessi nella green economy non sono mossi dalla volontà di risolvere il problema ambientale ma dalla necessità di allargare i campi di investimento e di valorizzazione di capitali da parte dei gruppi imperialisti. Il tema ambientale è del tutto secondario in questo mercato, tanto che i sistemi di raccolta differenziata, l’installazione di pale eoliche, termovalorizzatori e investimenti simili, continuamente finiscono al centro di scandali per la non attuazione di reali criteri e usi per ridurre l’impatto ambientale ma come paravento per continuare a sfruttare l’ambiente, gli operai ed estrarre profitto. Non è un caso che tante delle società e gruppi finanziari che investono nel green sono proprio quei gruppi che più di tutti inquinano, perché proprietari e investitori anche delle fonti energetiche inquinanti, dei vecchi sistemi di gestione del ciclo dei rifiuti e di tutto quanto concerne la tutela dell’ambiente.

3. La crisi climatica è un’arma usata dagli imperialisti contro i paesi concorrenti (Russia e Cina). L’associazione sempre più aperta dell’ecologia borghese con l’oppressione di classe (chi può pagare può inquinare, chi non può pagare deve restringersi) e con la discriminazione razziale e nazionale (i paesi oppressi non devono raggiungere i livelli di vita dei paesi imperialisti) rendono sempre più chiaro il carattere di classe del disastro ambientale. I gruppi e ambienti più reazionari della borghesia imperialista, in particolare e più di tutti la borghesia imperialista americana e i gruppi sionisti, usano la devastazione dell’ambiente e il saccheggio del Pianeta come arma di guerra. La usano come argomento per mobilitare l’opinione pubblica contro i propri concorrenti, come strumento per preparare l’opinione pubblica alla guerra e ricattare, intimidire, minacciare i propri concorrenti. Chi considera la propaganda e le manovre diplomatiche del governo di Washington, dei suoi servi più sottomessi e dei suoi alleati più stretti contro Russia e RPC, se ne rende ben conto. Le loro manovre però confermano anche che il loro punto debole e il loro tallone d’Achille è l’appoggio delle masse popolari. Questo è il fattore decisivo.

4. La spinta delle masse popolari organizzate sul tema ambientale cresce. Pur con forze e conoscenze minori di quelle di cui dispone oggi, la specie umana ha fortemente migliorato il Pianeta fin dai tempi antichi, prima che sopravvenisse l’epoca imperialista, il periodo distruttivo e decadente del capitalismo. Ha posto limiti alle frane, alle alluvioni, agli incendi. Ha coltivato e rimboschito i terreni. Ha creato nuove specie animali e vegetali. Con i mezzi e le conoscenze di cui dispone oggi, può migliorare su una scala molto più grande l’ambiente del Pianeta e anche far fronte a cambiamenti derivanti da eventi che finora, nella sua storia, l’umanità non ha ancora conosciuto e affrontato.

La parola d’ordine “migliorare l’ambiente” è particolarmente importante per le masse popolari italiane. Sono numerosi gli organismi popolari che sono sorti e sorgono per fronteggiare la crisi ambientale: NO TAV, NO Ponte, No Dal Molin, contro le opere faraoniche promosse dagli speculatori e dalle Organizzazioni Criminali, contro i rifiuti, contro le fonti inquinanti d’energia, per l’acqua come bene pubblico, contro la militarizzazione del paese, contro le basi militari e le servitù militari, contro il riarmo e il segreto di Stato, contro i “Grandi Eventi” promossi dalla Comunità Internazionale come il G20, il COP26, ecc.

La crisi ambientale e la crisi economica aggravano oltre ogni immaginazione le sofferenze delle masse popolari. Esse creano anche le condizioni perché le masse popolari la facciano finita una volta per tutte con il sistema di relazioni sociali mercantili e capitaliste che ereditiamo dalla storia che abbiamo alle spalle e che ci hanno oramai condotto in un vicolo cieco. Le classi dominanti sono in difficoltà, non sanno che pesci pigliare, litigano tra loro. Anche se sono armate fino a i denti e hanno accumulato arsenali enormi, la loro debolezza è massima. Loro hanno tutto da perdere. Alle masse popolari stanno togliendo anche quel poco che avevano, quindi le masse popolari avranno tutto da guadagnare da un rivolgimento generale. Sta a noi comunisti indicare e aprire la strada, perché non si improvvisano rivolgimenti politici e sociali quali quelli di cui l’umanità ha bisogno. Per sua natura la rivoluzione socialista non scoppia. La deve costruire il partito comunista, passo dopo passo.

«Nella confusione che nei prossimi mesi aumenterà ciò che decide tutto non sono le chiacchiere e le opinioni ma l’azione, i fatti.

Il P.CARC ha definito una linea chiara: portare gli organismi operai e popolari a mobilitarsi per abbattere Draghi e imporre un loro governo di emergenza. E ha un piano di azione: far nascere in ogni azienda, in ogni scuola e in ogni quartiere organismi operai e popolari che agiscono come Nuove Autorità Pubbliche.

Abbiamo fame di lotta di classe, di vittoria, di futuro, di emancipazione, di socialismo. Per avanzare nella lotta di classe e vincere c’è bisogno dei comunisti e c’è bisogno di chi comunista non lo è ancora, ma lo diventa nel fuoco della lotta di classe. C’è bisogno che tutti coloro che hanno fame di giustizia si uniscano all’opera di far confluire la mobilitazione spontanea delle masse popolari nel solco della rivoluzione socialista. La linea è tracciata, organizziamoci. Insorgiamo»[ii].


[i] Essi sono: a) La crescita illimitata della produzione di merci in quanto veicolo della produzione di plusvalore, che per sua natura il capitale spinge illimitatamente in avanti; b) gli effetti della concorrenza tra capitalisti produttori di merci sulla natura delle merci e sul processo produttivo (della forma della produzione sul contenuto della produzione); c) l’esclusione in massa della maggior parte dell’umanità dalle attività specificamente umane; d) la crescita del consumo di massa in quanto strumento di ordine pubblico (uno dei pilastri della controrivoluzione preventiva); e) la proprietà privata delle risorse naturali; f) l’anarchia connessa alla divisione del capitale tra più capitalisti; g) il freno che il modo di produzione capitalista pone alla ricerca scientifica e all’applicazione delle scoperte scientifiche alla produzione di beni e servizi e al resto delle attività umane.

[ii] Da “C’è bisogno dei comunisti”, RE 11/12 2021

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