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La transizione ecologica di Draghi e Cingolani si chiama nucleare

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Novembre 10, 2021
in In evidenza, Resistenza n. 11-12/2021
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Il G20 di Roma (fine ottobre) e il COP26 di Glasgow (inizio novembre) non sono soltanto cerimoniali dispendiosi (anche dal punto di vista energetico e ambientale) e inutili: sono, soprattutto, il contesto in cui la Comunità Internazionale degli imperialisti USA e UE manovrano contro i “paesi che non si sottomettono” ai loro interessi, Repubblica Popolare Cinese (RPC) in testa.

“La Cina è il paese più inquinante del mondo” dicono Biden e i suoi scendiletto. I media di regime danno molta enfasi a questa banalità, spacciandola per una verità in grado di fare la differenza.
La Repubblica Popolare Cinese è il paese che inquina di più al mondo in questa fase per due motivi:

1. perché è il paese più popoloso al mondo. Se si suddivide la produzione di CO2 in Cina con il numero della popolazione, è facile verificare che i paesi più inquinanti sono altri;

2. perché la produzione mondiale di merci si è, nel corso del tempo, concentrata in Cina. Una trasformazione operata in larga misura dalla borghesia imperialista che ha affidato alla Cina molte produzioni e lavorazioni che in altri paesi erano “troppo costose” (il profitto dei capitalisti non aumentava adeguatamente a fronte dell’aumento dei capitali investiti). Tutti ricordiamo, ad esempio, che “la crisi delle mascherine” allo scoppio della pandemia fu causata dal fatto che solo la RPC produceva l’80% delle mascherine a livello mondiale! Ma un discorso simile vale pure per la lavorazione di molte materie prime, componenti e semilavorati (dall’abbigliamento, alla gomma, all’acciaio, ai microchip, ecc.). La maggioranza delle multinazionali mondiali svolge il processo di produzione in stabilimenti situati nella RPC.

Le accuse di Biden sono solo provocazioni nella guerra politico-economica che contrappone USA e Cina e strumento di intossicazione dell’opinione pubblica mondiale.
Del resto, il Presidente di un paese come gli USA, capofila nella devastazione ambientale e nel saccheggio del mondo, può davvero dare patenti e attestati di correttezza a qualcun altro?

La borghesia imperialista non ha né la volontà né la possibilità di affrontare la crisi ambientale ed energetica perché esse sono strettamente connesse al modo di produzione. Il modo in cui vengono attualmente prodotti e distribuiti i beni e i servizi, la quantità in cui vengono prodotti e, soprattutto, l’obiettivo della loro produzione confliggono con i bisogni e le necessità delle masse popolari e la salvaguardia dell’ambiente.

Per risolvere il problema occorre superare il modo di produzione capitalista: produrre solo i beni e servizi utili alla popolazione e farlo in maniera ecocompatibile. La scienza, la tecnologia e ogni altra risorsa deve essere utilizzata per migliorare la vita, per accrescere il benessere della stragrande maggioranza della popolazione e non per arricchire un pugno di profittatori disposti a tutto.
Il lavoro deve essere socialmente utile e dignitoso, sicuro e non causa di morti e feriti; le fabbriche inquinanti vanno riconvertite; la produzione non deve essere concentrata solo in alcune zone del mondo, ecc.
Questo modo di produzione alternativo non va inventato, esiste già (nel senso che il genere umano l’ha già scoperto e, in parte, sperimentato). Questo modo di produzione si chiama socialismo.

La borghesia imperialista non ha né la volontà né la possibilità di affrontare la crisi ambientale e la crisi energetica perché non può e non vuole cambiare niente del modo di produzione di cui è a capo.
Cambiare modo di produzione vorrebbe dire per lei perdere il suo ruolo di classe dominante.
Il problema di fondo non è che “mancano i soldi” per fare quello che è possibile e urgente: di soldi non ce ne sono mai stati così tanti come oggi! Il problema è che le spese anche solo per una decisa riduzione del danno, non garantiscono un aumento dei profitti. E al di là delle chiacchiere nessun capitalista vuole spendere soldi se la prospettiva di profitto che ne ricava è inferiore a quella che avrebbe investendo in attività distruttive per l’ambiente e per il clima.

Ma alla base dell’immobilismo della borghesia imperialista (quello che Greta Thunberg chiama “bla, bla, bla”) c’è anche un altro motivo.
Il modo di produzione capitalista si è sviluppato in un certo modo (combustibili fossili) e il suo sviluppo ha determinato la costituzione di enormi corporazioni che si sono integrate alla struttura degli Stati borghesi e decidono le politiche dei governi (quando non anche la loro composizione).

Le famose “sette sorelle” del petrolio, ad esempio, partecipano direttamente alla decisione delle politiche energetiche di tutti i paesi imperialisti: qualcuno crede veramente che il parlamento di un qualsiasi paese imperialista possa indirizzare la politica energetica su una strada alternativa?
Varie ragioni stanno tuttavia spingendo una parte della borghesia imperialista a cercare alternative. Non c’è nessun particolare “scrupolo di coscienza”, si tratta della consapevolezza che i combustibili fossili non dureranno in eterno.

Draghi e il gioco delle tre carte sul nucleare. Nel 2011 in Italia si è svolto un referendum che ha sancito il bando allo sviluppo dell’energia nucleare. Tuttavia, quando la Comunità Internazionale degli imperialisti UE, USA e sionisti ha installato Draghi al governo, aveva già chiaro che la “questione energetica” andava messa in agenda. Non per consentire all’Italia di perseguire l’indipendenza e la sovranità energetica, ma per fare dell’Italia una gallina dalle uova d’oro per gli investimenti di capitali esteri e per le speculazioni, per rendere l’Italia ancora più dipendente di quanto già non sia.

A causa del referendum del 2011, Draghi non poteva presentarsi dicendo “svilupperemo il nucleare”. Ha prima usato la dabbenaggine di Beppe Grillo per seminare aspettative sull’epocale transizione ecologica e sul ruolo del Ministero dell’ambiente, conferito a Cingolani. Poi ha manovrato affinché aumentassero vertiginosamente le bollette e il carburante. E quindi ha messo sul tavolo tre carte.

La prima è per quelli che non badano ai fronzoli. Se la si gira c’è scritto bello chiaro “nucleare”.

La seconda è per quelli che qualche scrupolo sulle conseguenze ambientali se lo fanno. Se la si gira c’è scritto “nucleare ecologico”.

La terza è per i poveracci, quelli che devono andare a lavorare e non hanno tempo e modo di interrogarsi sulla loro sorte e quella del pianeta. Se la si gira c’è scritto: “Bollette e carburante aumenteranno senza sosta. Se l’Italia non passa al nucleare, voi farete la fame”.

Ecco, Draghi mescola le carte, le gira e accontenta tutti. Ha “ottenuto il consenso della maggioranza” come dicono sui giornali e in TV. E Cingolani, bello tronfio, può anche precisare: “il nucleare ecologico è una tecnologia nuova, non è quella per cui al referendum gli italiani hanno votato NO nel 2011”. Mica per niente è Ministro dell’ambiente!
Al pari di quanto già fanno nelle altre mobilitazioni contro il programma comune della borghesia imperialista, i comunisti devono intervenire anche in quelle contro l’inquinamento e la devastazione ambientale e devono favorire la saldatura con le lotte dirette dalla classe operaia.

Va considerato che la contrapposizione fra salvaguardia dell’ambiente e diritto al lavoro è uno dei cavalli di battaglia della classe dominante per alimentare la guerra tra poveri (vedi ex-ILVA di Taranto).

Va considerato che, proprio in ragione del grado raggiunto dalla crisi ambientale, questo tema è strettamente connesso alla svolta epocale che l’umanità deve compiere per superare positivamente la crisi generale del capitalismo, per farla finita con il capitalismo e instaurare il socialismo.

In ultimo va considerato che, messe da parte le “paturnie” tipiche della sinistra borghese (“è un tema complesso”, “è un tema troppo grande”, “è impossibile vincere”, ecc.), ci si apre davanti una prateria sconfinata su cui promuovere l’organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari organizzando, per esempio, l’autoriduzione delle bollette, le proteste contro il carovita, la distribuzione di beni e servizi alternativa alla rete delle multinazionali (GAS, GAP, gruppi di acquisto, produzione locale, ecc.).

L’attivismo di tanti ragazzi e ragazze, alcuni davvero giovanissimi, conferma che per quanto la classe dominante usi il tema dell’ecologismo e della salvaguardia dell’ambiente come diversione dalla lotta di classe, sta ai comunisti educare e formare chi partecipa a questo movimento e orientarlo.

Nessuno “nasce comunista”: comunisti si diventa partecipando alla lotta di classe.

Senza aspettare che i giovani diventino comunisti per fare la rivoluzione socialista, promuoviamo la lotta politica rivoluzionaria e tanti di loro lo diventeranno. Non è un “nostro desiderio” è la direzione a cui la classe dominante spinge la parte più sana della gioventù e delle masse popolari tutte. Abbattere il sistema capitalista e costruire il socialismo è l’unica soluzione positiva al disastro in corso.

Auto elettrica e strage di posti di lavoro
Governo e capitalisti stanno manovrando per chiudere Stellantis e mettere una pietra tombale sulla produzione di auto in Italia.
È inevitabile – si sente commentare – del resto le vecchie auto non possono reggere alla transizione ecologica in favore delle auto elettriche!
Lasciamo perdere per un attimo le disquisizioni sul fatto che le auto elettriche siano effettivamente meno impattanti per l’ambiente rispetto alle auto alimentate a combustibili fossili…
Concentriamoci invece su un altro aspetto della questione: transizione ecologica – quella vera – non significa affatto perdita di posti di lavoro. Anzi, significa creazione di posti di lavoro! O per lo meno, mantenimento di quelli esistenti.
Che sia alimentata a benzina, a metano o con energia elettrica, l’auto sarà sempre prodotta dentro le fabbriche, come saranno prodotti in fabbrica tutti i suoi componenti.
La questione, quindi, NON è chiudere gli stabilimenti, ma adeguarli: convertire la produzione.
È un investimento che i capitalisti non vogliono fare. Per loro è conveniente chiudere in Italia e riaprire in Polonia, in Cina, in Brasile o chissà dove.
Il problema non è, quindi, l’auto elettrica, ma la sete di profitto dei capitalisti!
Stellantis, 80.000 dipendenti (considerando tutto il gruppo), chiuderà se si lascia mano libera a quel pozzo senza fondo che ingoia finanziamenti pubblici che è la famiglia Agnelli-Elkann!
La conversione di Stellantis e la salvaguardia di 80.000 posti di lavoro è una battaglia che anche il “popolo ambientalista” deve fare propria!

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