Abbattere i recinti, gli steccati, le prassi stantie, è giunto il momento di superare le tare storiche del movimento comunista dei paesi imperialisti (l’elettoralismo e l’economicismo), di rompere gli argini ed esondare. Dobbiamo farlo noi comunisti per primi: lanciamoci alla conquista del ruolo che la storia ci assegna!

Il contesto in cui si inquadra la grave crisi politica del nostro paese è quello dell’avanzamento della crisi generale a livello globale.
Media e politicanti borghesi parlano solo di pandemia e si prodigano a perseguitare i “No Vax”, mentre è in corso a livello mondiale un’epocale crisi energetica, un’epocale crisi delle materie prime e dei semilavorati (dall’acciaio al legno, dal caffè ai microprocessori), una gigantesca congestione della logistica internazionale e una profonda ristrutturazione industriale. Tutte manifestazioni della crisi generale del capitalismo.
L’Italia è nel bel mezzo di questo marasma. Ed è governata da una cricca di “prescelti” che cura gli interessi della UE, degli imperialisti USA e del Vaticano anziché quelli delle masse popolari, su cui anzi scarica gli effetti del disastro in corso.
Gli aumenti delle bollette e dei carburanti (il prezzo del metano per auto è addirittura raddoppiato) ne sono una ricaduta pratica.

La crisi politica del nostro paese presenta delle caratteristiche specifiche in ragione della particolare natura del regime politico in piedi dal 1945.
L’Italia è una Repubblica Pontificia, un paese in cui i gruppi imperialisti dominanti a livello mondiale operano all’ombra del Vaticano che è il governo occulto (comanda senza assumersene la responsabilità) e di ultima istanza (“non si muove foglia che il Vaticano non voglia”) del nostro paese.
Da ciò discende, per inciso, che non ha alcun senso riporre fiducia (alcuni persino esultano!) nelle “dichiarazioni progressiste” del Papa: Bergoglio è solo il paravento, la reclame, dietro cui trama il vero centro di potere che fa e disfa, a seconda dei propri interessi, da centinaia di anni. In particolare dal 1945, cioè da quando gli imperialisti USA affidarono al Vaticano e alla mafia (alla DC) la gestione dell’Italia per preservarla dal “pericolo rosso”.
Ma neppure il Vaticano è un monolite. Come tutti i gruppi di potere è diviso al suo interno e attraversato da scorribande. Inoltre, anche il Vaticano è soggetto agli sconvolgimenti provocati dalla crisi generale del capitalismo.

Questa premessa ci fornisce elementi utili ad affrontare il nocciolo della questione che ci interessa. Il governo Draghi è dilaniato (nessuna esagerazione!) dalla guerra intestina tra le fazioni che lo manovrano: imperialisti UE, imperialisti USA e sionisti, Vaticano.
Il mandato che è stato affidato a Draghi al momento del suo insediamento era di riversare tutti gli effetti della crisi sui lavoratori e sulle masse popolari. Semplice solo sulla carta: man mano che Draghi procede aumentano tanto il distacco fra le larghe masse e le istituzioni borghesi, quanto le proteste e le ribellioni.

Chi cerca una dimostrazione di ciò, la trova guardando all’esito delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre.
Con oltre il 50% di astensione al primo turno (e persino di più ai ballottaggi), ci vuole tanta fantasia per cantare vittoria come fanno il PD e il M5S.
Le masse popolari schifano Draghi, schifano il PD, i suoi esponenti, i suoi sindaci, schifano il M5S, Salvini e tutta la corte di giullari e buffoni che si portano appresso!
Nonostante tutto, Draghi rimane in sella. Ciò è dovuto a tre ragioni.

La prima è che non ha paura di un futuro riscontro elettorale. È nominato “dai poteri forti”, è il capo dei prescelti, non ha mai dovuto misurarsi con il consenso delle masse popolari. A lui del consenso delle masse popolari non gliene frega niente. Lo ha dimostrato bene quando ha messo in ginocchio la popolazione della Grecia quando ricopriva l’incarico di Presidente della BCE (2009). Oggi è Presidente del Consiglio italiano, ma il contenuto del suo lavoro è lo stesso e si comporta allo stesso modo.

Seconda ragione: chi lo ha installato ha messo in conto che Draghi avrebbe incontrato la resistenza delle masse popolari. Ha messo in conto che la mobilitazione avrebbe rallentato l’attuazione del programma comune della borghesia imperialista, ma non l’avrebbe fermata.
Chi lo ha installato si è armato di (una relativa) pazienza: finché le proteste si limitano al contro, sono slegate le une dalle altre e si mantengono nel solco delle rivendicazioni, sono destinate ad esaurirsi. Sono fuochi fatui, non “scintille che incendiano la prateria”.

La terza ragione è anche la principale: se Draghi cade, chi governa? La classe dominante non ha un’alternativa e per questo se lo tiene stretto. È disposta a portare pazienza sui ritardi con cui procede nella rapina e sottomissione delle masse popolari e una parte di essa rifiuta la possibilità di una sua candidatura al Quirinale proprio per tenerlo a capo del governo.

Però neppure la grande maggioranza di chi protesta e manifesta ha un’alternativa!
In questo solo apparente, fragile e momentaneo equilibrio, la borghesia imperialista cerca di portare l’attacco alle masse popolari il più a fondo possibile e il più rapidamente possibile. I loro “affari” (l’allungamento dell’età pensionabile, le privatizzazioni in tutti i campi, le speculazioni a danno dell’ambiente, le delocalizzazioni, ecc.) non possono aspettare “i comodi delle masse popolari”!

Superando la confusione regnante e le mille incertezze, le masse popolari devono “sfondare la diga” delle rivendicazioni e delle proteste ed esondare con la loro iniziativa in campo politico: devono imporre con la mobilitazione un governo che sia loro espressione e faccia i loro interessi.
Si apre una fase in cui, a dispetto della debolezza del movimento comunista cosciente e organizzato, i comunisti hanno un ruolo decisivo. Avete letto bene, non “un ruolo importante”, ma un ruolo decisivo.
Non si tratta più, come la sinistra borghese ha fatto per decenni, di sgomitare per avere una rappresentanza nelle assemblee elettive; non si tratta più, come i sindacati di base hanno fatto per decenni, di porsi “in modo più conflittuale per conquistare miglioramenti”; non si tratta più neppure, come hanno fatto tante organizzazioni identitarie e dogmatiche, di “tenere alta la bandiera rossa e la falce e il martello”.

I comunisti devono guidare la classe operaia e le masse popolari ad approfittare delle contraddizioni e della debolezza della classe dominante fino a portarle a imporre un loro governo. Si tratta di fare un enorme balzo in avanti nella costruzione della rivoluzione socialista.
Un balzo che spaventa. Per molti versi è un’impresa ben al di sopra delle forze, dei mezzi, della capacità organizzativa e della chiarezza ideologica che oggi sono presenti fra i partiti e le organizzazioni del movimento comunista. Ma è compiendo questo balzo – di cui c’è la necessità e la possibilità – che il movimento comunista rinasce. Non rinascerà contemplando il mondo allo sfascio e aspettando che la rivoluzione socialista scoppi.

È ora di abbattere i recinti, gli steccati, le prassi stantie, è giunto il momento di superare le tare storiche del movimento comunista dei paesi imperialisti (l’elettoralismo e l’economicismo), di rompere gli argini ed esondare. Dobbiamo farlo noi comunisti per primi: lanciamoci alla conquista del ruolo che la storia ci assegna!

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