Per quanto contraddittori, in poco più di due anni i governi di Giuseppe Conte hanno frantumato decenni di propaganda di regime.
“I conti pubblici sono in rosso!” e giù con l’innalzamento dell’età pensionabile, la precarizzazione del lavoro, la riduzione degli ammortizzatori sociali.
“Ce lo chiede l’Europa!” e via con lo smantellamento di interi settori produttivi (siderurgia, chimica, farmaceutica, ecc.), con la trasformazione dei servizi pubblici in merci, con le grandi opere inutili e dannose, con il pareggio di bilancio in Costituzione e via discorrendo.
Eppure il governo Conte i soldi per il Reddito di Cittadinanza e Quota 100 – misure a vantaggio delle masse popolari, anche se insufficienti e parziali – li ha trovati!

Proprio perché contraddittori, i governi di Giuseppe Conte sono stati una grande dimostrazione del fatto che un governo è posto costantemente di fronte a un bivio: o fa gli interessi dei capitalisti e dei padroni o fa quelli dei lavoratori e delle masse popolari. Non è possibile servire entrambi, come si illudeva di fare il M5S, poiché i due campi hanno interessi opposti e inconciliabili.
Se un governo non ha una linea chiara per affermare gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari, se non ha un legame stretto e solido con gli organismi operai e popolari, se non ha sufficiente coraggio per rompere con i vincoli, le prassi e i ricatti che i capitalisti gli impongono, allora è destinato ad andare a gambe all’aria alla prima occasione.
La parabola discendente dei due governi Conte (e con essi la parabola del M5S) ha aperto le porte a Mario Draghi.
Con l’installazione di Draghi si è tornati alla fase in cui bisogna attuare senza remore “il programma comune della borghesia imperialista”, ai ritornelli “dei conti pubblici che sono in rosso”, del “ce lo chiede l’Europa” e delle “misure necessarie per fare fronte alla pandemia e avviare la ripresa”. Il governo del paese è tornato nelle mani di chi non vuole conciliare niente. Draghi ha il compito di riprendere il cammino che fu dei governi Berlusconi e Prodi, dei governi delle Larghe Intese (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni): ulteriori privatizzazioni, smantellamento delle tutele residue dei lavoratori, speculazione in ogni ambito e settore, maggiore sottomissione del paese alla UE e alla NATO.

Se si vuole trarre un insegnamento dalle vicende politiche del nostro paese degli ultimi 4 anni, esso sta nel comprendere che le motivazioni con cui la classe dominante continua a spolpare le masse popolari sono solo pretesti, che invertire la marcia imposta al paese è del tutto possibile, ma per farlo non basta avere buona volontà e buone intenzioni.
È una questione pratica, concreta, che rimanda sempre allo stesso problema: o il governo serve i lavoratori e le masse popolari oppure serve i capitalisti, i padroni e i monopoli.

Affrontiamo di seguito, schematicamente, la questione di qual è il governo che occorre ai lavoratori e alle masse popolari, di come si costituisce, contando su quali forze, percorrendo quale strada e compiendo quali passi.

Un programma semplice
Tutti gli effetti della crisi e delle emergenze che si abbattono sulle masse popolari possono essere fronteggiati positivamente partendo dalla salvaguardia dei posti di lavoro esistenti e creandone di nuovi per produrre beni e svolgere servizi utili alle masse popolari, in modo compatibile con l’ambiente.

Per salvaguardia dei posti di lavoro esistenti si intende
– blocco dei licenziamenti in tutti i settori, introduzione di un salario minimo, divieto di chiudere o delocalizzare le aziende funzionanti, conversione delle aziende in difficoltà o inquinanti;
– nazionalizzazione delle aziende che i capitalisti (siano essi persone fisiche o fondi di investimento) abbandonano o avviano a morte lenta, esproprio delle aziende la cui proprietà rifiuta di attenersi alle disposizioni di legge in materia di sicurezza e riconversione (vedi Autostrade, ex-ILVA, ecc.).

Per creazione di nuovi posti di lavoro si intende
– assunzione diretta di tutti i lavoratori precari, intermittenti, a chiamata e con contratto di collaborazione (abolizione di tutti i contratti che regolano e istituzionalizzano il precariato) in tutti i settori di pubblica utilità;
– nuove assunzioni nella pubblica amministrazione: nell’istruzione (asili, scuola università), nella sanità (“mancano 100mila infermieri” ammettevano nel marzo 2020 i pennivendoli della borghesia e dopo un anno e mezzo non ne è stato assunto nessuno!), nei servizi per gli anziani, per la cura del territorio e le bonifiche, nei trasporti;
– blocco di tutte le grandi opere inutili e dannose e realizzazione della miriade di piccole opere necessarie.

Attraverso il lavoro e solo attraverso il lavoro è possibile ri-fondare il Sistema Sanitario Nazionale a partire dalla medicina territoriale (la rete capillare delle USL) e dal rafforzamento della sanità pubblica.

La politica internazionale deve essere basata sull’affermazione della sovranità nazionale – la liberazione dalla sottomissione al Vaticano, alla UE e alla NATO – e sulla collaborazione con i paesi disposti a stringere relazioni paritarie di solidarietà e cooperazione.

Il funzionamento della macchina dello Stato deve basarsi sull’epurazione in ogni ambito (burocrazia, Forze dell’Ordine e Forze Armate) di quei soggetti strenuamente antipopolari, collusi direttamente con la classe dominante. Le titubanze in questo senso sono un elemento che ha indebolito i governi Conte e di quella esperienza bisogna fare tesoro (Conte ha sostituito Tito Boeri con Tridico all’INPS, ma non è andato fino in fondo, ad esempio, nel repulisti degli amministratori delegati delle aziende di Stato).

I soldi ci sono
A chi obietta che non ci sono i soldi, diciamo che non è vero. I soldi ci sono, non ce ne sono mai stati così tanti! Solo che sono nelle mani di chi pensa esclusivamente a fare altri soldi.
Il debito pubblico, che oggi è in gran parte nelle mani di speculatori e sciacalli della finanza, va azzerato.
I miliardi di euro che i governi regalano alle grandi aziende (dai Benetton a Stellantis, dai fondi di investimento alle banche) devono essere usati per difendere i posti di lavoro esistenti e crearne di nuovi.
Il patrimonio pubblico è stato svenduto e il denaro è finito nel circolo della speculazione internazionale.
Un pugno di super ricchi si appropria di tutta la ricchezza prodotta dal lavoro degli operai e delle masse popolari.
I soldi ci sono. Bisognerà mettere “a dieta” volti noti e meno noti del capitalismo italiano, bisognerà chiudere i rubinetti alla NATO e alla UE, bisognerà riprendersi indietro le regalie e i privilegi… e sarà fatto.

Le forze su cui contare
Diciamo chiaramente che un governo con un simile programma – perfettamente realizzabile con gli strumenti che la parte costantemente elusa e violata della Costituzione prevede – non può essere formato per via elettorale e non può rimanere in piedi per via parlamentare.

Le Larghe Intese faranno – e fanno già – di tutto per impedire che un governo simile si installi, si consolidi e operi. Non c’è nessuna possibilità di successo se si perseguono le vie istituzionali. Serve una forzatura. Serve essere disposti a far valere la forza delle masse popolari organizzate. Serve essere disposti a imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate.
Se le masse popolari si organizzano e si mobilitano per imporre un loro governo, la classe dominante, debole e frammentata, ingoierà il rospo, sperando nel loro fallimento e sabotando il governo con ogni mezzo.
Le forze su cui contare per costituire un governo di emergenza popolare sono le masse popolari. La classe operaia in primis. I lavoratori delle aziende che la borghesia sta chiudendo e di quelle che sono avviate verso la morte lenta, in particolare.

GKN, Whirlpool, ex-ILVA, Alitalia, Stellantis… parliamo di una miriade di operai. Se questi operai cedono alle illusioni che la singola vertenza possa essere risolta positivamente con accordi, tavoli, piano di rilancio e promesse, le loro aziende faranno inevitabilmente la fine delle migliaia di altre fabbriche che hanno già chiuso negli ultimi 20 anni. Con il governo Draghi (o un qualsiasi altro governo della borghesia) essi non hanno nessuna possibilità di salvare il posto di lavoro.
Se, invece, loro per primi si coordinano, saranno seguiti dagli operai delle aziende medie e piccole, dai precari, dagli studenti. La classe operaia quando si mobilita trascina con sé il resto delle masse popolari: i commercianti, i lavoratori autonomi, i dipendenti pubblici, i disoccupati, ecc. E del resto, per ognuno di questi settori e categorie non esiste altra strada concreta che non sia unirsi senza riserva alla classe operaia per dare slancio e prospettiva alle singole lotte di cui sono protagonisti.

Se si guarda la situazione da questa angolazione, la conclusione che “sarebbe bello, ma è impossibile” diventa “sarà difficile, ma è possibile”. È possibile perché imporre un governo che fa gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari è un’esigenza, una necessità della grande maggioranza della popolazione. Bisogna volerlo, non solo sperarlo!
Il legame stretto e diretto con gli organismi operai e popolari è del resto l’unica garanzia che il governo in questione non ceda ai ricatti, non si faccia dissolvere, non “tradisca”. Non è un “patto elettorale” a tenerlo in piedi, è la spinta della lotta, della solidarietà, è la forza della classe lavoratrice che dal chiedere e rivendicare ai padroni e alle istituzioni borghesi vuole farsi autorità (impara a diventare nuova autorità pubblica) per affermare i propri interessi.

La strada da imboccare
Il governo Draghi era già debole al momento dell’installazione, l’attacco aperto e diretto contro le masse popolari lo rende ancora più instabile e precario: quanto più l’attacco alle masse popolari si estende, tanto più il governo Draghi è precario; quanto più lascia mano libera a padroni e speculatori, tanto più suscita la ribellione fra le masse popolari.
Le proteste e le mobilitazioni contro le misure del governo Draghi stanno rendendo la vita difficile alla classe dominante.
La questione, quindi, non è solo “alimentare le proteste”, ma incanalare le diffuse, quanto diverse (e persino contraddittorie) mobilitazioni in un’unica direzione: quella della cacciata di Draghi e della costituzione del governo di emergenza popolare.
A questo proposito occorre rendere ingovernabile il paese impedendo l’attuazione delle misure che il governo Draghi vuole imporre.

Occorre rafforzare la rete già esistente di organismi politici, sindacali e associativi che – ognuno per un proprio motivo – si mobilitano contro il governo Draghi e alimentare il loro coordinamento, in modo da costituire, anche formalmente, un fronte contro Draghi e contro le Larghe Intese che produce iniziative comuni, o per lo meno coordinate su scala locale e nazionale.
Occorre usare ogni contesto, occasione e ambito per promuovere l’organizzazione di quella parte di masse popolari non ancora organizzata: creare in ogni azienda, in ogni scuola, in ogni territorio organismi operai e popolari che chiamano alla mobilitazione le masse popolari.
Bisogna fare di ogni iniziativa un problema politico, cioè un problema di ordine pubblico.
Solo la spinta dal basso, forte, coordinata e prolungata (per tutto il tempo necessario: servono a poco le “fiammate di protesta” che si esauriscono su loro stesse) può rovesciare il sistema di potere della classe dominante e costringere capitalisti e padroni a “ingoiare il rospo”.

La strada istituzionale non basta
In tanti pensano che per cambiare il corso delle cose sia sufficiente eleggere un certo numero di parlamentari che poi abroghino leggi sbagliate e ingiuste e facciano leggi giuste e favorevoli alle masse popolari. è un’illusione.
Ci sono tanti esempi che lo dimostrano. La parabola del M5S è solo l’ultimo di una lunga serie. Prendiamo spunto dalle parole di Leda Volpi, eletta in Parlamento con il M5S nel 2018 (è passata a febbraio ne L’Alternativa c’è): l’abbiamo intervistata per raccogliere la sua opinione rispetto al bilancio del M5S. La sua intervista integrale (e altri contributi di eletti e attivisti dei meet up) è pubblicata su www.carc.it.
“Posso dire che il M5S è stato ingenuo – siamo stati un po’ ingenui. Facevamo le cose un po’ troppo facili: “si va al governo, si fanno le leggi o si cambiano quelle sbagliate, si risolvono i problemi e si cambia il paese”.
La verità è molto diversa.
I ministri del M5S hanno trovato ostacoli insormontabili: abbiamo capito che non basta avere i ministri o avere la maggioranza parlamentare, nei ministeri servono i dirigenti e i funzionari statali.
La macchina della “burocrazia”, composta da persone assunte per concorso – e non su base politica – ha in mano un potere enorme. I ministri passano, loro restano. Sono loro a svolgere le procedure per dare le gambe a una legge, sono loro a formulare i testi dei decreti e da loro dipendono i decreti attuativi delle leggi.
(…) Succede persino che escano decreti diversi da quelli che i ministri si aspettano, abbiamo visto l’esempio della “manina” che ha modificato il Decreto fiscale nel 2018. Questi aspetti sono poco compresi, sono sabbie mobili che stanno alla base, insieme alla breve durata dei governi, del famoso “immobilismo” che contraddistingue il nostro paese”.

Dalla difesa all’attacco
Il tunnel in cui la borghesia imperialista ha spinto il nostro paese genera confusione, disperazione e ribellione fra le masse popolari.
Noi comunisti, in ragione della concezione del mondo che ci guida, riusciamo a scorgere la luce in fondo al tunnel e verso quella luce dobbiamo indirizzare le masse popolari.

Contrastiamo l’attendismo, il disfattismo, la rassegnazione e il catastrofismo che la classe dominante semina a piene mani e diamoci i mezzi per costruire il nuovo sistema di potere delle masse popolari organizzate.
Il nuovo corso delle cose già vive nelle rovine in cui la classe dominante ha trasformato il paese.
I lavoratori e le masse popolari sono gli unici a poter dare vita a un governo di emergenza che faccia i loro interessi. Lavorare affinché un governo di questo tipo si instauri è il principale compito della fase.

Osiamo lottare. Osiamo vincere.

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