La Gianetti Ruote è un’azienda metalmeccanica con sede a Ceriano Laghetto (Monza-Brianza) che produceva cerchioni per veicoli per clienti del calibro di Iveco, Daimler, Volvo, Harley Davidson. È stata la prima azienda a chiudere e licenziare tutto il personale dopo lo sblocco dei licenziamenti, il 3 luglio scorso.
Gli operai hanno organizzato un presidio permanente fuori dai cancelli.
Abbiamo raccolto le loro riflessioni, in particolare quelle di Giuseppe Cutrone, RSU UILM, operaio alla Gianetti da 26 anni

Qual è la vostra situazione?
In azienda siamo 152 dipendenti. Sabato 3 Luglio, attraverso una mail, siamo stati licenziati. Non avevamo avuto alcun sentore di quanto stava per succedere, tant’è che il venerdì notte abbiamo lavorato e altri colleghi hanno fatto lo straordinario il sabato mattina.

Come state portando avanti la lotta contro la chiusura e quali sono gli obiettivi?
Stiamo presidiando i cancelli della fabbrica, rimanendo in assemblea permanente all’esterno. Non vogliamo che venga portato via neanche un bullone dalla fabbrica.
La nostra speranza è che ci sia un imprenditore serio che capisca la nostra realtà, che qui ci sono impianti 4.0, che si tratta di una fabbrica tecnologicamente avanzata e che investa in tutto ciò, magari anche cambiando il tipo di produzione. Quindi il nostro obiettivo è la riapertura.
Durante le riunioni che abbiamo fatto al MISE il viceministro ci ha consigliato di accettare le 13 settimane di Cassa integrazione che proponevano, per il tempo utile a trovare un compratore. Noi inizialmente speravamo che l’azienda ritirasse la procedura di licenziamento, ma questa ha detto chiaramente che non vuole né riaprire, né vendere.
Oltre a ciò cerchiamo di prendere tutti i possibili ammortizzatori sociali: alcuni colleghi sono giovani, ma a molti mancano pochi anni per andare in pensione e più riusciamo ad avvicinarli al loro obiettivo meglio è.

Avete messo in campo anche altre iniziative di lotta?
Abbiamo bloccato la stazione dei treni e abbiamo bloccato la strada statale Saronno-Monza. Abbiamo manifestato a Milano sotto la Prefettura in occasione dell’incontro. Siamo andati anche sotto la sede della Quantum, sempre a Milano, per scoprire che era chiusa da 6 mesi: si erano portati avanti.

I sindacati che ruolo hanno avuto? Quali sindacati ci sono?
C’è sempre la presenza dei funzionari qua e ci stanno aiutando tanto. Ci sono la UILM, la FIOM e la FIM e la vertenza la stiamo portando avanti attraverso di loro. Il sindacato c’è sempre stato.
L’azienda esiste dal 1880 e ha una tradizione di lotta. Fin quando sono esistiti, c’era il Consiglio di Fabbrica. Questa tradizione è stata portata fino ai giorni nostri, in un certo modo. Prima dell’arrivo di Mihajlovic [amministratore delegato serbo – ndr], ad esempio, organizzavamo varie iniziative con il CRAL.

Molte lotte operaie nel passato hanno tenuto per mesi un presidio permanente fuori dai cancelli della fabbrica ma, nonostante la tenacia degli operai, le mobilitazioni sono spesso finite con la chiusura. Seguendo la lotta della GKN di Firenze abbiamo visto che gli operai hanno preso una strada diversa, uscendo dalla fabbrica, dicendo che il problema è politico, che riguarda tutti e non solo loro e hanno lanciato la parola d’ordine “Insorgiamo”. Conoscete questa esperienza, cosa ne pensate?
Effettivamente la questione è politica, bisogna cambiare le leggi, se non hai le leggi che ti tutelano “ti attacchi”. Infatti il signor Palombella [Segretario della UILM – ndr] in un’intervista ha detto: “Abbiamo sbagliato a togliere il blocco dei licenziamenti”. Ma scusami Palombella, non c’eravate voi al tavolo con il Governo?! Almeno date battaglia per mettere dei vincoli!
Tu, Stato italiano hai una Costituzione e nel primo articolo cosa c’è scritto? “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E sblocchi i licenziamenti? E non crei delle regole per tutelare gli operai e per vincolare i licenziamenti? È un problema di Stato, una cosa non solo di questo governo, ma una questione che continua da anni. Quindi sì, è una questione politica, come dici tu.
Rispetto alla lotta della GKN, noi non siamo in grado oggi di portare diecimila persone in piazza, come hanno fatto loro. Sicuramente non possiamo bloccare l’autostrada in 50 persone, non possono andare 50 persone su 150 operai. La situazione in Toscana è differente. In Lombardia quante aziende si occupano di metalmeccanica? Di auto? Poche rispetto alla Toscana, in Toscana ce ne stanno di più. Qua facciamo quello che possiamo, ma si fa più fatica.
Io credo che si debbano mobilitare soprattutto gli operai che hanno ancora un lavoro, non solo quelli che hanno perso il lavoro. Devono aprire gli occhi!
Però la gente se ne sbatte, la società di oggi è: “Sto bene io, che me ne importa degli altri…”. Poi quando tocca a te cominci a capire, dici: “Sono un coglione!”. Anch’io devo fare autocritica: ho pensato che il licenziamento non mi avrebbe toccato, ho pensato che “succede agli altri”. E invece, no: può succedere a chiunque di noi!
Perciò chi lavora deve dire: “io sto lavorando e la forza contrattuale ce l’ho, perché se mi fermo io e si ferma tutto il tessuto, se i lavoratori organizzano una cosa del genere, si possono ottenere delle leggi che ci tutelano. Però per noi, come per la GKN, che siamo già chiusi, è difficile ottenere qualcosa. Quindi dico: attenzione! Aprite gli occhi, bisogna lottare prima, non solo dopo!

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