L’intervista che segue è anonima, la Redazione omette sia il nome del compagno intervistato sia l’ospedale in cui lavora. Garantire l’anonimato è una forma di sostegno a lui e ai suoi colleghi coinvolti nella costruzione dell’organismo di infermieri.
Per tutti i lavoratori della sanità, ma più in generale per tutti i lavoratori, il contenuto dell’intervista è un grande esempio: partire dal piccolo, ragionare in grande, ma soprattutto – instancabilmente – organizzare, usando tutti gli appigli e le occasioni.

Da dove nasce l’esigenza di dare vita a un organismo indipendente di lavoratori della sanità? Quali sono stati i primi passi che avete fatto?
Il reparto dove lavoro non ha nulla di “speciale”. è un reparto come tutti gli altri in cui sono sempre esistiti fra i lavoratori gli stessi luoghi comuni che si incontrano ovunque: la consapevolezza che le cose vanno male, “fanno schifo”, motivo per cui tutti si lamentano; la convinzione che i lavoratori non lottano perché “sono assopiti, sottomessi ai padroni e sono diventati tutti individualisti”; che “i sindacati fanno solo gli interessi dell’azienda, sono tutti venduti”. La conclusione, stando a ciò, è che è inutile lottare, è inutile impegnarsi perché non cambierà mai niente.
L’esigenza di dare vita a un organismo dal basso è nata in questo contesto, di fronte allo sfascio della sanità pubblica, al peggioramento delle condizioni di lavoro, ai ricatti materiali e morali a cui i lavoratori della sanità sono sottoposti.
Il primo passo è stato individuare quali fossero i lavoratori che, indipendentemente da quello che dicevano, erano disposti a fare qualcosa di concreto.
Molto semplicemente, tutto è partito dalla mobilitazione di due persone: io e un collega. Abbiamo iniziato occupandoci di cose molto piccole, particolari e circoscritte, cose che sembrano senza importanza.
La prima iniziativa, se così si può chiamare, era finalizzata a migliorare le condizioni di lavoro di tutti i colleghi: ci siamo presi la responsabilità di riordinare il magazzino del reparto. Il magazzino era disordinato e tanti infermieri non sapevano dove veniva messo il materiale per lavorare.
Durante “i momenti morti” del turno abbiamo riordinato l’attrezzatura utilizzando gli scatoloni di polistirolo che rimanevano dal vitto come cassettiere per gli scaffali. In poco tempo siamo passati dall’avere al posto di un’accozzaglia di scatoloni un magazzino funzionale al lavoro da svolgere.
Impressionati dalla creatività organizzativa e dalla volontà concreta di cambiare le cose, anche altri quattro lavoratori si sono avvicinati: hanno riconosciuto che quell’organizzazione era utile e che quindi doveva durare. Ora, oltre a contribuire a tener il magazzino ordinato, si applicano a rifornirlo chiedendo al caposala di ordinare ciò che manca.
Visti i risultati si è pensato che si poteva ottenere qualcosa di più.
Da vent’anni, e dico venti, si chiedeva un carrello per la terapia che non è mai arrivato. Il caposala faceva richiesta via fax, ma non riceveva risposta. Abbiamo allora pensato di andare tutti i giorni all’economato per portare anche a mano il fax e per comprendere come mai il carrello non arrivava. Dopo un mese di solleciti, finalmente il carrello fa la sua comparsa in reparto.
Un carrello per la terapia organizzato, così come un magazzino, fanno lavorare in sicurezza, senza lo stress di dover cercare continuamente le cose e ti fanno avere più tempo per l’assistenza ai pazienti.
La questione è che i lavoratori non hanno delegato la soluzione del problema al coordinatore, ma si sono messi in prima persona a risolverlo.

Tu stai dicendo che con la mobilitazione di poche persone sono stati risolti problemi che nel reparto persistevano da decenni… Che effetto ha avuto sugli altri lavoratori del reparto?
Dallo scetticismo, alcuni sono passati all’interesse per quello che stava succedendo. Una piccola svolta è arrivata, diciamo, durante la seconda ondata di Covid-19, nell’autunno scorso.
Inutile dire che il reparto era fino a quel momento impreparato e l’emergenza era gestita alla bell’e meglio. Lo scorso autunno iniziano ad aumentare i pazienti positivi in reparto e non si poteva più continuare come prima.
Ci abbiamo pensato noi. O meglio, ci hanno pensato i lavoratori a produrre un piano di organizzazione del lavoro e degli spazi per affrontare sia le problematiche legate al lavoro ordinario sia quelle legate all’aumento dei pazienti positivi.
Abbiamo illustrato il piano in una riunione con il primario: parte delle misure contenute nel piano sono state assunte subito, altre sono in fase di attuazione, altre ancora in fase di verifica.
Un grande risultato per il piccolo organismo di infermieri nato solo sei mesi prima dal riordino del magazzino! Un risultato che ci ha costretti a riflettere sui passi da fare per migliorare il nostro intervento sui colleghi.

In che senso?
La cosa positiva è che il piano è stato pensato e scritto da una decina di lavoratori, il limite è stato che non abbiamo coinvolto tutti gli altri, quindi non tutti lo hanno sentito e fatto proprio. E qui abbiamo sbagliato, perché il coinvolgimento degli indecisi e dei titubanti è un aspetto determinante per isolare i lavoratori con le tendenze più conservatrici e arretrate. Che ci sono, sono quelli che vedono nell’esistenza e nell’azione dell’organismo una minaccia per il “posto di comodo” che si sono guadagnati negli anni e che nel piano anti-Covid che abbiamo elaborato, magari, veniva cancellato perché inutile alla riorganizzazione del reparto.
Quindi abbiamo imparato una lezione: avremmo dovuto esporre il piano in reparto e raccogliere le firme in sostegno. Oppure, ancora meglio, avremmo dovuto convocare un’assemblea per illustrarlo e raccogliere proposte per migliorarlo.

Nella tua ricostruzione non hai ancora nominato le organizzazioni sindacali. Qual è il rapporto con loro?
Una volta che in reparto si incominciava a sviluppare il protagonismo dei lavoratori, si è pensato di utilizzare anche la via sindacale per ottenere di più, non solo per i lavoratori del nostro reparto, ma per i lavoratori di tutto l’ospedale.
In un primo momento ci iscriviamo in due, strada facendo anche altri del reparto ci seguono. Attraverso il sindacato conosciamo altri lavoratori di altri reparti che come noi volevano cambiare le cose e insieme spingiamo il sindacato a prendere posizioni su alcuni punti, come il tema delle assunzioni e l’organizzazione del lavoro basato sulle esigenze oggettive di tutti padiglioni.
Abbiamo organizzato alcuni volantinaggi a cui hanno partecipato i lavoratori – e non solo i funzionari sindacali, come da prassi – e abbiamo fatto un presidio sotto la Regione e uno sotto la Direzione dell’ospedale per ottenere un incontro per risolvere il problema del precariato. Un inciso: l’incontro si è svolto e a parlare con la Direzione ci sono andati direttamente i lavoratori precari e non i funzionari sindacali, come d’abitudine.
Abbiamo pubblicamente espresso solidarietà ai lavoratori caduti per la pandemia, indossando un drappo rosso nella settimana dal 25 aprile al 1° maggio.
Insomma, abbiamo battagliato affinché il sindacato fosse uno strumento al servizio dei lavoratori. Ma come in tutte le cose, dopo ogni avanzamento emergono nuove contraddizioni. In questo caso erano legate alla tendenza alla concorrenza tra sindacati e alla conseguente divisione fra lavoratori.
Devo dire che per un breve periodo anche noi ci siamo fatti assorbire dalle beghe sindacali, perdendo di vista la promozione del protagonismo dei lavoratori.

Come avete affrontato il problema?
Anche in questo caso la pratica ci ha spinti a una riflessione: ci siamo resi conto che eravamo incappati nella logica del “sindacato come fine” e della “divisione fra tessere sindacali”. Quindi abbiamo studiato l’esperienza dei Consigli di Fabbrica (CdF) degli anni ‘70 e abbiamo sviscerato le contraddizioni che anche noi ci portavamo dietro.
Abbiamo (ri)scoperto che i Consigli non avevano bisogno di tessere e che al loro interno c’erano iscritti di diversi sindacati. Era sulla linea comune decisa nell’assemblea dei lavoratori che i CdF orientavano tutti i sindacati a prendere posizione e ad adoperarsi per attuare il loro volere. I CdF intendevano giustamente il sindacato come uno strumento.
Abbiamo quindi ripreso il percorso più speditamente: oggi, facendo tesoro dell’esperienza, siamo nella fase di costruzione di un comitato simile.

Vuoi aggiungere qualche riflessione finale?
Sì. Il lavoro che io e i miei colleghi abbiamo portato avanti non è frutto del caso o della spontaneità. Il percorso e i risultati che stiamo ottenendo non cadono dal cielo, ma derivano dall’attuazione di una linea, da un progetto.
Pormi nell’ottica di ragionare da comunista anche sul mio posto di lavoro mi ha fatto vedere le potenzialità di quello che stavo facendo e a ogni passo mi ha dato fiducia che la linea era quella giusta.
Non importa essere in tanti all’inizio, l’importante è cominciare seguendo una linea precisa, che non vuol dire sapere già tutto prima o non sbagliare mai, ma ragionare in modo da procedere passo dopo passo, mettere in fila le operazioni concrete da fare per raggiungere l’obiettivo.
La sfiducia che ci portiamo dietro come lavoratori è figlia del modo in cui il capitalismo ci ha cresciuti.
La classe non è assopita, in tanti si organizzano per far fronte alla crisi e i comunisti devono valorizzare ed elevare tutto quello che si muove. Gli organismi di base come quello che stiamo consolidando saranno l’ossatura del governo di emergenza di cui i lavoratori e le masse popolari hanno bisogno. Passo dopo passo, ma senza fermarsi, bisogna avanzare in quella direzione.

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