Comunicato della Segreteria del Partito dei CARC – Federazione Campania

Parliamo del compagno Eduardo “Eddy” Sorge, militante del Laboratorio Politico Iskra, membro dell’esecutivo nazionale del Si Cobas e tra i portavoce del Movimento di Lotta Disoccupati 7 Novembre, informato dai suoi legali di un’indagine a suo carico per associazione a delinquere (articolo 416 del codice penale) in cui sarebbe coinvolto e che risulta tuttora in corso.

Indagini che definiremmo ridicole, se non fosse che si inseriscono in un quadro politico di criminalizzazione delle lotte ordito tramite gli apparati repressivi di uno Stato borghese incapace non più solo di “organizzare il consenso”, ma la stessa vita sociale collettiva delle masse popolari e, pertanto, capace solo di “gestire” il dissenso con repressione e manganello, come questione di mero ordine pubblico.   

Parliamo degli arresti, l’anno scorso, dei due coordinatori del SI Cobas di Piacenza, Arafat e Carlo, per la mobilitazione alla FedEx; delle 25 denunce spiccate agli operai della TNT, dei fogli di via comminati a tanti attivisti sindacali; dei permessi di soggiorno revocati; delle multe, pesantissime, per tanti attivisti politici che non hanno accettato la restrizione dei margini di agibilità sindacale, politica e democratica a fronte della mano libera garantita ai padroni finanche in tempo di “lockdown”. E ancora. Le continue violenze poliziesche contro gli operai che picchettano la Texprint di Prato e le squadre di picchiatori assoldate dai padroni per rimuovere i picchetti operai; dei recenti arresti di Torino di attivisti i NO TAV; dello sgombero del rifugio autogestito a Oulx  o ancora dell’inchiesta contro i portuali del CALP di Genova accusati – guarda caso anche loro come Sorge e, più in generale, i movimenti di lotta dei disoccupati organizzati che vedono a Napoli uno dei loro teatri principali – di associazione a delinquere per aver scioperato contro il traffico di armi nel porto e per le manifestazioni antifasciste che si sono svolte in città negli ultimi anni. Parliamo delle evidenti “rappresaglie” di Stato – niente a che vedere, dunque, con la “Giustizia” – contro chi è sceso e scende in piazza in questi ultimi due anni come le 67 condanne a carico degli attivisti del movimento NO TAP o gli arresti, le denunce e la raffica di multe a Firenze e a Torino per cui la Procura minaccia finanche di sospendere il Reddito di Cittadinanza ai genitori dei minorenni arrestati. E le perquisizioni dei compagni del Comitato Verità e Giustizia per le vittime da Covid-19 di Bergamo, indagati perché la Procura immagina un loro coinvolgimento nella spedizione di bossoli al presidente di Confindustria Lombardia (quell’associazione di assassini che si è imposta alle autorità amministrative per evitare la zona rossa nel marzo 2020, causando la strage nella bergamasca). “Ordinaria amministrazione”, invece, i fermi, le perquisizioni e le intimidazioni, esplicite o sottili, che colpiscono o cui sono esposti tutti coloro che oggi non sono disposti a chiare il capo di fronte alla torsione autoritaria di uno Stato dei padroni appannaggio dei padroni, di un governo che, nel precipitare della crisi generale del capitalismo, capitalizza ulteriormente le linee essenziali dei diritti sociali delle masse popolari (ulteriori privatizzazioni dei servizi pubblici quali Sanità, Scuola, Previdenza), si limita ad ammortizzare di sole 13 settimane lo sblocco generalizzato dei licenziamenti che ammonteranno a 600mila calcolati (nella quale cifra, naturalmente, non risulta il lavoro nero) o dà il nulla osta agli sfratti esecutivi con forza pubblica a fronte di un patrimonio immobiliare pubblico enorme, in disuso, decadente e sulla via della cartolarizzazione coatta.   

Ci riferiamo all’assassinio di Adil, dirigente operaio e sindacale, ucciso da un crumiro al soldo dei padroni, che l’ha investito con un camion durante lo sciopero in corso alla LIDL di Novara solo pochi giorni fa.

Questi fatti e i mille altri che, per vari motivi, non sono conosciuti, nel loro complesso incarnano il movimento politico in corso: da una parte repressione poliziesca e giudiziaria per far chinare la testa a chi l’ha alzata, per impaurire tutte le masse popolari e dissuaderle dalla mobilitazione, dall’altra il montare della lotta e l’allargamento del fronte, articolato e composito, di chi la testa non la china, anzi si spende e si organizza, promuove coordinamento tra gruppi e settori sociali, contende alle autorità costituite l’esercizio stesso del potere, ossia afferma, con la sua stessa pratica, il nuovo potere proletario.

È di questo nuovo sistema politico del proletariato che il compagno Sorge è espressione riconosciuta e, nei settori sociali dove opera, punta politica avanzata. Ed è per questo che a lui va la nostra solidarietà incondizionata e il sostegno senza esitazioni per qualunque azione che, con le sue organizzazioni sindacali e politiche di riferimento, il compagno intenderà intraprendere in risposta all’ennesimo e grave attacco repressivo quale quello cui, proprio con le sue organizzazioni sindacali e politiche di riferimento, è sottoposto.   

Resta nostra precisa convinzione che la repressione sia, ad ogni modo, un’arma a doppio taglio, per la classe dominante. Può spaventare, certo. Alimenta, però, d’altro canto, l’odio di classe, poiché mostra il vero volto della classe dominante e in questo modo unisce il fronte di chi lotta. La repressione è, dunque, un’occasione. Un campo fondamentale per il nostro presente e per il nostro futuro.

La lotta alla repressione ha, però, la necessità di andare oltre il semplice attestato di solidarietà o la sola resistenza. Ha, invece, da essere condotta come violazione organizzata delle leggi, vincoli, legacci e restrizioni con le quali la classe dominante tenta di imbrigliare la resistenza sociale al procedere della crisi. Significa, per noi, per i compagni e le compagne che lottano contro la repressione, mettersi nell’ottica di passare dalla difesa all’attacco. Esercitare solidarietà attiva e militante per i compagni e gli attivisti che in questi mesi si stanno mobilitando, così come, più in generale, lottare per tutti i compagni oggi sotto processo e, quindi, a maggior ragione, per i compagni ancora prigionieri politici o comunque nelle mani del nemico significa anzitutto mettere sotto accusa gli accusatori. Processare invece di farsi processare. Mettere in crisi pubblici ministeri, giudici e i loro lacché. Sapendo che se questi insistessero con la repressione, contribuirebbero, paradossalmente, al rafforzamento e compattamento del fronte della solidarietà proletaria e, pertanto, ad avere ancora più problemi di ordine pubblico; se lasciassero correre, invece, sarebbe, per loro, una dimostrazione di debolezza e incapacità. È in questa strettoia per la classe dominante, il suo Stato e i suoi apparati repressivi che si inserisce la nostra lotta! È in questa contraddizione che possiamo ottenere la vittoria.

In sostanza, fare fronte alla repressione è possibile nella misura in cui concepiamo la lotta alla repressione come campo della lotta di classe, della lotta per vincere e imporsi al nemico, della lotta per la creazione delle condizioni per una nuova direzione politica della società.

Riconoscere, quindi, il Tribunale e la sua Corte, ma non per sottoporvisi, ma come campo di battaglia dove processare il nemico, giudicarlo, condannarlo.

È in questo senso che la solidarietà è un’arma. Che, storicamente e in maniera rinnovata, usiamo.

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