In vista dell’articolato sciopero del 26 marzo, promosso da sindacati di base e organismi come Priorità alla Scuola, che coinvolge diversi settori “caldi” della nostra società e tra i più colpiti dalla criminale gestione dell’emergenza sanitaria (che è anche economica, sociale, ambientale) quali la scuola, il trasporto pubblico locale, la logistica e i rider, vi proponiamo quest’interessante intervista al collettivo di giovani dottoresse e dottori a Bologna, Materia Grigia.

Lo facciamo perché sempre il 26 marzo questo collettivo insieme ad USB ha indetto uno sciopero regionale del comparto Sanità: “alla giornata di astensione dal lavoro potrà aderire anche il personale non medico e medico assunto con contratti atipici, a partita IVA, contratto d’opera libero professionale, in formazione anche specialistica e in somministrazione” si legge nel comunicato di lancio e ci uniamo nell’invito ad aderire e partecipare (ore 10 di fronte alla Regione Emilia Romagna a Bologna, qui l’evento Facebook).

L’azione e l’opera del collettivo Materia Grigia è fonte di conferme e di prospettiva importanti: è un esempio di messa al centro degli interessi collettivi in una materia così fondamentale qual è la Sanità e della centralità dell’attivismo e protagonismo degli stessi lavoratori del comparto che oggi si trovano a lottare contro la “cruna dell’ago” delle specializzazioni e degli obblighi di fedeltà aziendale.

È un collettivo impegnato sul territorio che sviluppa coordinamento con altre realtà (non da ultima l’Assemblea per la Salute del Territorio) e che promuove il contatto e lo scambio con il resto della città: il loro questionario è uno strumento che dà contenuto alla loro azione e rappresenta un esempio da cui attingere per altre realtà simili sul resto del territorio nazionale (il questionario è liberamente compilabile qui, vi è format anche in inglese).

Che il 26 marzo diventi quindi occasione per elevare la sinergia e il coordinamento tra i vari settori e le varie mobilitazioni e piazze perché ogni aspetto delle nostre vite è interconnesso) e perché la solidarietà e il sostegno reciproco sono pilastri essenziali per ogni singola battaglia, come ben dimostra potenzialmente la sinergia tra la lotta delle madri operaie delle Yoox e la battaglia per la riapertura in sicurezza delle scuole da parte di Priorità alla Scuola.

Costruire il coordinamento tra lavoratori, utenti e studenti è la strada!

Il governo Draghi non farà che peggiorare l’emergenza sanitaria e le condizioni del SSN: per questo serve articolare il più ampio fronte contro il suo consolidamento!

Buona lettura!

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Per quale motivo è nata Materia Grigia? Che attività avete messo in campo finora? A questo scopo vi siete coordinati con altri medici sul territorio? Quali soluzioni medico-sanitarie secondo voi è necessario prendere da subito?
Materia grigia è un’associazione, un gruppo che è nato durante i primi mesi del lockdown della scorsa primavera 2020. Su Bologna e provincia c’era un fitto scambio (come in tante realtà in tutta Italia) di contatti e messaggi tra colleghi medici relativo a lavori occasionali dove era richiesta la presenza di un medico. Questo scambio di lavori “super-precari” avveniva così informalmente tra di noi, nella chat composta da centinaia di colleghi. Lo stesso succedeva con i medici di base. Fino allo scoppio della pandemia queste chat servivano per organizzarci tra di noi e per cercare di arrivare alla fine del mese facendo tutti i lavori che potevamo, anche per compensare il fatto di non avere un posto fisso. Piano piano con la pandemia la cosa si è trasformata, da questo gruppo è nato un sottogruppo WhatsApp che si chiamava “Medici indiavolati”. Era un gruppo dove abbiamo iniziato a riflettere sul fatto che durante la pandemia era paradossale che i medici rimanessero fuori da qualunque percorso di specializzazione, senza alcuna tutela, senza alcuna possibilità di dare continuità sul territorio. Da questo gruppo, piano piano, dopo tante call, tanti incontri, tante assemblee, tutte rigorosamente virtuali, è nata Materia Grigia qui a Bologna. Da subito ci siamo coordinati con altri colleghi che avevano associazioni e collettivi in tutta Italia, che fondamentalmente avevano la stessa nostra posizione sui punti principali di cui parlavamo noi, quindi: sanità pubblica e diritto alla salute. Ci siamo da subito coordinati con queste altre realtà, come “Chi si cura di te”, “Link” e tante altre, con le quali abbiamo poi dato vita a una serie di manifestazioni che sono cominciate il 29 maggio e continuate in tutti i mesi della fine della primavera e inizio dell’estate, portando in piazza questo paradosso di essere medici formati e strettamente essenziali in un momento di pandemia. La piattaforma che stava dietro alle nostre manifestazioni, era una piattaforma in cui non si parlava solo del nostro diritto a entrare in specializzazione o a terminare il nostro percorso formativo e abbandonare questo livello di precarietà insostenibile in cui molti di noi si trovavano da anni. La piattaforma aveva uno sguardo più ampio e guardava soprattutto a quello che potremmo chiamare asse politico principale delle mobilitazioni che si sono fatte in primavera e che stiamo portando avanti anche adesso e cioè un asse politico molto semplice, che riguarda la precarietà degli operatori della salute. La precarietà di tutti gli operatori della salute potremmo dire che è lo specchio della precarietà del diritto alla salute del cittadino. Mancano gli operatori e quelli che ci sono, assunti in modo precario e non strutturale, non riescono a garantire continuità, questo necessariamente si riflette sulla qualità del servizio per i cittadini. Quindi, sulla scorta di questo sono partite le manifestazioni, cercando di creare una rete a livello nazionale su questi temi. Dal punto di vista di quello che andrebbe fatto adesso, sicuramente è a tratti surreale vedere la situazione così grave della pandemia riproporsi dopo un anno esatto. Io, come tanti colleghi di Materia Grigia, abbiamo pochi e semplici consigli che vorremmo dare: è chiaro ed evidente che va potenziato il servizio di tracciamento a livello territoriale. Una volta che salta quello, perché le forze dei dipartimenti di sanità pubblica e igiene pubblica non sono sufficienti per garantire il tracciamento di tutti i casi e di tutti i contatti, è chiaro che i buoi sono scappati dalla stalla. Sicuramente quello che occorrerebbe nel momento emergenziale è un investimento importante per assegnare più forze, più medici, più infermieri, più operatori sulle attività territoriali di prevenzione dal Covid e sul tracciamento, nonché sulla campagna vaccinale. Serve una campagna vaccinale seria che possa coprire quanta più popolazione possibile in modo più simultaneo possibile.

Cosa intendi per potenziare il tracciamento? Tamponi casa per casa e sistematici?

La parola “tracciamento” di per sé si riferisce alle attività che il dipartimento di salute pubblica fa quando viene a conoscenza di un caso perché una persona ha fatto un tampone prescritto dall’USCA o dal medico di base e risulta positiva. La positività al tampone fa scattare una notifica al dipartimento di salute pubblica che dovrebbe avviare quello che viene chiamato “contact tracing”. Significa mettere in moto una piccola macchina per ciascun positivo che vada a tracciare i contatti che ha avuto la persona nei giorni precedenti e vada quindi a chiudere l’anello attorno a questa persona, chiudendo quel focolaio. Se questa cosa salta, come sta succedendo perché non ci sono le forze per gestire tutti i casi che ci sono adesso, ci si affida al buon cuore delle persone. Ognuno informa le persone che ha incontrato della sua positività al tampone. Tutto è affidato al singolo non perché il dipartimento di sanità pubblica sia negligente o “cattivo”, succede perché non hanno le forze. Allo stesso modo sarebbe importante anche potenziare l’attività dei vaccini. Più questa attività procede a rilento, più scaglioni sfasati di popolazione vaccinata ci sono, più sarà facile che la pandemia prosegua.

Voi attualmente come state facendo fronte alla situazione di emergenza sanitaria?

Sicuramente, essendo un collettivo di medici, il dovere che sentiamo è lavorare su due fronti invece di uno solo: è chiaro che c’è un fronte concreto di attivazione quotidiana per cui ognuno nel suo campo (chi fa il chirurgo, chi l’igienista, chi l’internista) si rende utile più che può per la gestione della pandemia, anche privatamente, cercando di diffondere informazione. Però, se abbiamo creato questo gruppo nazionale e anche internazionale, lo abbiamo fatto perché pensiamo che non si possa aspettare e che sia adesso il momento di fare emergere i problemi che riguardano il servizio sanitario e sono problemi che la pandemia ha aumentato ma che esistono da decenni. Quindi ci sentiamo incaricati di un compito che potremmo dire di essere storico: è necessario operare anche dal punto di vista della critica, dell’analisi e dell’informazione, denunciare il fatto che se il servizio sanitario è così è perché ci sono stati decenni di tagli.

Voi come Materia Grigia perché avete deciso di aderire alla “Assemblea per la salute del territorio” che si è creata qui a Bologna?

L’Assemblea per la salute del territorio è una realtà che somiglia molto ad un progetto che avevamo in mente fin dall’inizio, un progetto a cui partecipano fra l’altro anche altri movimenti con cui siamo in contatto anche in altri paesi d’Europa e che stanno già facendo quello che fa questa Assemblea. Fondamentalmente il pregio, la ricchezza dell’Assemblea della salute è riunire in uno spazio di discussione e di proposte sia la militanza politica sia piccoli collettivi e piccole realtà, sia singoli cittadini, quindi una parte civile e sociale. Questa unione di intenti su un tema come quello della salute che è sempre stato delegato ai c.d. “esperti”, è sempre stato compartimentato. E gli stessi lavoratori della salute hanno sempre difeso i propri diritti in modo molto corporativista: gli infermieri con gli infermieri, gli operatori con gli operatori, i medici con i medici. Creare un movimento trasversale che crei un’intersezione sia tra le figure della sanità (che già difficilmente si parlano tra loro) e sia tra queste figure e il cittadino è sicuramente uno degli obiettivi che ci eravamo dati. L’Assemblea della salute, con cui collaboriamo sin da quando è partita, è la concretizzazione di questo progetto.

Voi stessi sostenete la necessità di ricostruire la medicina territoriale e rafforzare anche l’unione tra lavoratori e utenti. In questa direzione stanno andando le “Brigate mediche di solidarietà” di cui abbiamo un esempio anche qui a Bologna, infatti, il Laboratorio di salute popolare sta mettendo in campo l’iniziativa del tampone sospeso e così anche le Tende della salute che stanno nascendo in tutto il paese (ne è nata una a Reggio Emilia recentemente) come esperienza di mobilitazione dal basso per occuparsi del territorio e far fronte comune all’emergenza. Voi cosa ne pensate?

Sicuramente sono esperienze alle quali ci sentiamo di dare la massima solidarietà possibile, con il Laboratorio di salute popolare collaboriamo praticamente da quando siamo partiti con le nostre attività. Abbiamo sempre mantenuto un’interlocuzione con loro proprio perché le attività sono leggermente diverse: noi tendiamo più a muoverci sul piano delle iniziative e delle reti nazionali, quindi un piano se vogliamo più politico, loro hanno uno sguardo più concreto ai bisogni di salute della popolazione, quindi il Laboratorio di salute popolare non può che essere una realtà sorella. Nelle prime manifestazioni lavoravamo insieme alla costruzione degli eventi, per le manifestazioni e nelle piazze. L’obiettivo infatti è lo stesso, stiamo parlando di due facce della stessa medaglia. Da un lato si imbastisce la critica e si discute dei problemi del sistema e dall’altro lato si sopperisce alle falle di questo sistema concretamente, rendendo questi gesti pratici un atto di denuncia di fronte a tutta la società. Infatti, il tampone sospeso ha una duplice valenza, sia concreta che politica di grande potenza. Allo stesso modo, abbiamo sempre appoggiato le iniziative delle Tende della salute di cui siamo a conoscenza. Ognuno però parte dalle forze che ha e sicuramente noi non avevamo le forze e nemmeno lo spazio per avviare un percorso del genere e per questo all’inizio non ci siamo buttati su questo. Questo non significa che non siamo al 100% solidali, anzi, siamo grati a chi lo sta facendo.

Adesso che c’è anche qualcun altro che sta facendo queste cose sul territorio (parlo del Laboratorio di Salute Popolare), questa è anche un’occasione per fare azioni concrete insieme e come dicevi anche tu, coordinare l’attività di denuncia con l’attività concreta di sopperire alle falle del sistema.

Certo, sicuramente è qualcosa che vorremmo fare ma c’è bisogno di capire quali sono le disponibilità dei colleghi. Tanti che sono dentro Materia Grigia hanno a malapena il tempo per qualche call e per qualche ragionamento di lungo raggio. Noi siamo sommersi dal lavoro quotidiano mentre tanti che collaborano sono studenti di medicina, che hanno tanta voglia di fare. Penso che sia una grande ricchezza, anche perché in un momento di svuotamento totale di senso delle lezioni universitarie, per gli studenti di medicina che sono costretti a fare lezioni da remoto, andare a mettere le mani in pasta in un ambiente a vocazione sociale come il nostro, a contatto diretto con il paziente e con i bisogni di salute del territorio, può essere un’iniziativa molto virtuosa. Chi invece fa fatica ad aderire sono quei colleghi che sono impegnati nel lavoro quotidiano in ospedale.

Può essere una cosa utile per rispondere a problemi legati al fatto che ora hanno messo di recente la zona rossa: chiudendo scuole e università hanno lasciato indietro oltre agli studenti anche altre fasce di popolazione. Penso alle mamme che sono costrette a rimanere a casa e prendersi le ferie per stare dietro al bimbo a cui hanno chiuso il nido.

L’idea è proprio quella, è chiaro che la zona rossa è “venduta” come l’ennesimo provvedimento di emergenza, ma con questa giustificazione trascurano tutti i corollari sociali che un lockdown ha, a partire dai genitori che rimangono a casa con i bambini senza scuola o lo studio per i ragazzi. Ma ci sono anche altre categorie: c’è chi ha perso il lavoro e non può mettersi in gioco per cercare una nuova occupazione perché c’è la zona rossa e quindi non ti assume nessuno. Le donne che sono in casa con i loro mariti che le maltrattano a chi si possono appellare? Il numero di paradossi che la zona rossa genera è chiaramente enorme, quindi intercettare questi bisogni sarebbe esattamente un obiettivo che sembra teorico ma in realtà non lo è, perché all’interno dell’Assemblea della salute stessa ci sono tante realtà che vanno a operare concretamente sui territori.

Nel nostro ordinamento c’è una legge sugli obblighi di fedeltà aziendale che limita la libertà di divulgare informazioni sull’ambiente lavorativo. Nel settore sanitario, in questi mesi, diversi lavoratori hanno subito ripercussioni per aver denunciato la scarsa sicurezza sul posto di lavoro. Questa legge ha avuto qualche effetto sulla vostra attività? Che posizione avete in merito?

Noi in prima persona non siamo incappati in conseguenze di questo tipo. Sicuramente questo succede anche perché non abbiamo mai intrapreso un percorso strettamente vertenziale nei confronti di una specifica azienda ospedaliera o di una specifica azienda sanitaria locale. Quindi finora le attivazioni che ci sono state erano nazionali o locali, con una controparte che era a grandi linee il Ministero dell’Università oppure il Ministero della salute. È chiaro che si tratta di un provvedimento quanto mai temibile e pericolosissimo, che limita la già scarsa tentazione che secondo noi ha il lavoratore della sanità nel denunciare le proprie condizioni di lavoro. Storicamente e culturalmente il mestiere di cura è sempre stato considerato frutto della vocazione del singolo, cioè frutto del buon cuore, dove si devono mescolare abnegazione e vocazione mentre lo stipendio sembra essere un aspetto che viene dopo. Per cui, se già il panorama culturale è questo, le persone fanno fatica a intravedere questioni come i diritti dei lavoratori della sanità. Se in più si aggiunge un deterrente di questo calibro è chiaro che le difficoltà diventano immense. Per questo una parte del nostro percorso in Materia Grigia si è evoluto nell’elaborazione di un percorso che ci ha portati a proclamare uno sciopero con l’USB. È uno sciopero che faremo il prossimo 26 marzo in tutta la Regione Emilia-Romagna e oltre che essere concretamente una giornata di sciopero è anche l’occasione per fare una campagna culturale verso i colleghi, suggerendo che la propria difesa dei diritti come lavoratori può solo portare benefici per i pazienti e non il contrario. La controparte va individuata nell’azienda sanitaria che trae profitto e non nel paziente, come si sente dire tanto spesso dai colleghi “non sciopero perché poi i pazienti chi li cura?”. No: ci sono i contingenti minimi se il personale sanitario sciopera, una parte del personale viene precettato per garantire le attività di emergenza ed essenziali e per il resto non ci saranno problemi o ricadute severe per i pazienti, non più severe di quelle che sta causando l’organizzazione emergenziale alla quale siamo sottoposti da oltre un anno. Organizzazione secondo cui viene data priorità ai servizi covid, problema considerato tuttora come se fosse arrivato ieri, quindi in nome di questo vengono chiuse sale operatorie, vengono chiuse le prestazioni ordinare mentre quelle specialistiche non vengono più fatte. Di certo non sarà il nostro sciopero a peggiorare la situazione in un panorama di questo tipo.

A questo proposito, sta partendo un’attivazione in Calabria lanciato dal un collettivo trans-femminista che però si è sempre occupato anche di problemi legati al diritto alla salute. Loro stanno da diversi giorni occupando il tetto di una USCA in provincia di Cosenza. Un percorso di questo tipo è molto interessante perché parla proprio di un percorso di denuncia di quella che è la gestione dei servizi legati all’emergenza covid. Quindi di servizi che in questa regione non ci sono, infatti delle USCA, che dovevano essere 11 in tutta la regione Calabria, ne funziona solo una. Il contact tracing è saltato, il tampone lo si fa praticamente solo privatamente. A questa realtà bisogna dare la massima solidarietà.

In ogni caso, invitiamo ad aderire allo sciopero del 26 marzo!

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