La giornata internazionale della donna si è svolta quest’anno nel bel mezzo della pandemia da Covid-19. A un anno esatto dallo scoppio della pandemia infatti si continua a registrare l’aumento dei contagi e le morti non si arrestano. Tutte le misure adottate dal governo nazionale e da quelli locali si sono rivelate fin da subito inefficaci nel far fronte all’emergenza sanitaria in corso e ancora oggi la sanità pubblica è al collasso: mancano posti letto e postazioni di terapia intensiva, manca personale negli ospedali, non ci sono vaccini per tutti. In conseguenza di ciò stiamo assistendo all’ennesima chiusura di scuole, spazi di aggregazione, negozi e altre attività commerciali con ripercussioni devastanti per la vita delle masse popolari. Le mobilitazioni dell’8 marzo si sono svolte in una fase in cui ci si appresta a subire una nuova stretta a tutte le libertà individuali e collettive, stretta che continua invece a non toccare le aziende capitaliste dove, per volontà di Confindustria, restano aperti i posti di lavoro necessari ad ingrassare le tasche dei padroni, tutto ciò mentre il virus continua a correre in fabbrica.

A pagare per la gestione scellerata della pandemia sono stati e continuano ad essere i lavoratori e soprattutto le lavoratrici che nella maggior parte dei casi sono state costrette a rinunciare al proprio posto di lavoro per accudire figli o altri familiari e a subire le conseguenze di contratti sempre più precari.

Ma la pandemia ha anche esasperato meccanismi che già prima discriminavano le donne delle masse popolari per esempio in ambito sanitario, subordinandone la tutela della salute alla privatizzazione e al profitto: sono stati sospesi i programmi di prevenzione e screening, interrotti gli accessi nelle strutture sanitarie per garantire le interruzioni di gravidanza, sono aumentate le violenze domestiche a seguito del confinamento a casa.

È nel pieno della pandemia da Covid 19 che in tutto il paese le donne delle masse popolari, lavoratrici, operaie, precarie, studentesse, mamme, pensionate, italiane e straniere si sono organizzate e hanno scioperato contro la parità dei diritti sbandierata a parole dalla classe dominante per nascondere la doppia oppressione che le donne sono quotidianamente costrette a subire: quella di genere e quella di classe, perché se è vero che il genere accomuna, la classe divide. Secondo i dati istat infatti su 101 mila nuovi disoccupati 99mila sono donne, ma non è certo un problema di Maria Elena Boschi o di Elsa Fornero, come non è un problema di tutte quelle donne della classe dominante che accedendo a ruoli di comando non hanno fatto altro che far uscire ancora di più allo scoperto l’oppressione e le discriminazioni a cui sono costrette le donne delle masse popolari.

Tra le iniziative principali che si sono svolte per la giornata internazionale della donna c’è lo sciopero nazionale lanciato da Non Una Di Meno e ad al quale hanno aderito diverse associazioni di categoria legate all’USB, CUB, COBAS e USI. In quasi tutte le città d’Italia, le donne sono scese in piazza contro il capitalismo e la gestione criminale della pandemia, rivendicando il diritto alla salute e all’istruzione pubblica, il diritto all’accesso libero e gratuito all’aborto, contro lo sfruttamento e le discriminazioni sul lavoro, per pretendere la proroga del blocco dei licenziamenti e il pieno rispetto dei protocolli anticontagio nei luoghi di lavoro.

Qui vogliamo rilanciare la mobilitazione che si è svolta a Prato e alla quale come Partito dei CARC abbiamo aderito insieme ad un gruppo di lavoratrici FISAC CGIL – MPS Prato, Assemblea sulla stessa Barca, Collettivo Queer Riot, Priorità alla Scuola Prato, Rete degli Studenti Medi Prato, Rifondazione Comunista Prato, Toscana a Sinistra Prato e Giovani Democratici Prato.

La giornata si è snodata per tappe mettendo al centro il nodo cruciale dell’oppressione di genere e di classe: la questione del lavoro nelle aziende sia private che pubbliche e le conseguenze che ha sulla pelle delle masse popolari e delle donne di queste il progressivo smantellamento dei servizi essenziali. Il coordinamento, dopo un presidio davanti alla stazione cittadina, si è spostato davanti al nuovo ospedale di Prato per portare la solidarietà alle lavoratrici della sanità, per sostenerle nella lotta contro il vincolo di fedeltà aziendale che impedisce di denunciare l’inadeguatezza dei DPI e condizioni di lavoro pericolose per la salute di tutti gli operatori sanitari. Il coordinamento ha promosso l’unione e l’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità. Ancora, nel corso della giornata si è svolto un presidio davanti alla biblioteca comunale simbolo della necessità di riaprire in sicurezza scuole e luoghi di aggregazione e studio ormai sostituiti dalla didattica a distanza per finire con un flash mob in piazza del Comune. Una giornata di lotta a 360° quella di Prato, dove le organizzazioni aderenti hanno promosso il coordinamento e la solidarietà tra lavoratrici di aziende private e pubbliche che deve proseguire e svilupparsi verso la trasformazione sociale di cui le donne delle masse popolari hanno bisogno per spezzare le catene dell’oppressione.

Tra le altre iniziative segnaliamo lo sciopero delle lavoratrici della Yoox a Bologna, un’azienda che vede il suo organico composto per il 70% da donne, di cui molte immigrate per le quale il padrone ha visto bene di regolare la necessità di cura dei figli dovuta alla chiusura delle scuole attraverso la concessione di part time e aspettative non retribuire ledendo la dignità di lavoratrici e madri. Concretamente questo significa abbandonare centinaia di migliaia di donne alla scelta tra essere lavoratrici ed essere madri.

Nonostante le difficoltà legate alle misure che limitano la libertà agli spostamenti emanate dal governo e le minacce dei padroni migliaia di lavoratrici e lavoratori hanno scioperato per ribadire che nel nostro paese sono tante le donne, le compagne, che già lottano e non si rassegnano a subire la doppia oppressione, di classe e di genere a cui la borghesia le condanna.

Gli sforzi e l’energia di queste donne non deve disperdersi, bensì crescere perché possa incidere davvero nella realtà e trasformare la società capitalista in qualcos’altro: serve che le donne delle masse popolari, a partire dalle operaie, si mobilitino, si organizzino nel movimento comunista: per il socialismo!

Il capitalismo ha ereditato la differenza tra i sessi dalle società pregresse, l’ha mantenuta e aggravata: per superare questa secolare contraddizione le donne e gli uomini delle masse popolari devono avanzare uniti nella lotta per l’emancipazione dell’intera società dallo sfruttamento e dall’oppressione del capitalismo.

La storia dimostra ampiamente che il progredire o il regredire della condizione femminile è strettamente legato ai progressi e ai regressi della lotta di classe e del movimento rivoluzionario.

Facciamo appello a tutte le lavoratrici, alle giovani donne, alle compagne di farsi promotrici in ogni azienda, quartiere, scuola di organizzazione, mobilitazione, coordinamento e solidarietà per rafforzare la lotta comune delle donne e degli uomini delle masse popolari, di promuovere la costruzione di organizzazioni operaie e popolari, di unirsi nel movimento comunista che sta rinascendo nel nostro paese per imporre l’unico governo che serve: il governo delle organizzazioni operaie e popolari, il Governo di Emergenza Popolare!

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