Di seguito riportiamo l’intervista a Emilio Molinari sull’esperienza del CUB (Comitato Unitario di Base) della Borletti, storica fabbrica milanese che produceva macchine da cucire e parti di armamenti, dove lavoravano soprattutto operaie. Come molte aziende manifatturiere, la Borletti fu smantellata, già a partire dalla fine degli anni ‘70.

Per onor di cronaca, è utile ricordare che il primo CUB nacque a marzo del 1968 alla Pirelli Bicocca di Milano per contrastare l’asservimento dei sindacati confederali ai padroni e formare organismi operai ampi e unitari, che coinvolgessero lavoratori di varie tendenze politiche e sindacali, con l’obiettivo di rilanciare la lotta di classe nelle aziende, coordinarsi con altre aziende e alimentare la partecipazione e la democrazia all’interno delle lotte. Altri Comitati sorsero in aziende come appunto la Borletti, l’Alfa Romeo, l’ATM e la SIP. I CUB erano organizzazioni operaie che lottavano per gli aumenti salariali, contro l’aumento dei ritmi di lavoro e il cottimo, per la salute sui posti di lavoro, la riduzione degli orari di lavoro a parità di salario e i sabati festivi, ma anche per il diritto alla casa, all’istruzione, alla sanità e si occupavano di risolvere i problemi quotidiani che affliggevano gli operai e le loro famiglie. I CUB, insieme ai Consigli di Fabbrica, diedero vita a una fitta rete di organismi operai che contendevano la gestione della fabbrica ai padroni e allo stesso tempo estendevano la loro influenza anche fuori l’azienda.

L’intervista (e l’intervistato) pone delle questioni molto attuali, a dimostrazione che finché i padroni e la classe borghese sono al potere ogni rivendicazione vinta è temporanea e questioni che oggi hanno assunto una portata dirimente come l’inquinamento e il saccheggio del nostro pianeta non possono che peggiorare.

L’intervista tratta di temi quali le problematiche particolari che vivevano le operaie (ad esempio le molestie sui posti di lavoro), la necessità della formazione politica e ideologica degli operai per comprendere come “gira il mondo” e come trasformarlo, le aspettative “rivoluzionarie” che negli anni dell’Autunno Caldo e successive si erano create tra il corpo operaio, gli studenti, i militanti delle tante formazioni extraparlamentari e del PCI stesso…tanto che si crearono delle condizioni più favorevoli nell’avanzata della conquista del potere da parte della classe operaia. Ma come dimostrarono anche il Biennio Rosso del 1919-20 e la Resistenza del 1943-45, senza un partito comunista guidato dalla giusta strategia per fare la rivoluzione in un paese imperialista come il nostro e in grado di aggregare forze rivoluzionarie intorno a sé e formare le avanguardie del proletariato a diventare dirigenti e promotori della rivoluzione socialista, le migliori e più sane aspirazioni rimangono tali.

Imparare anche da quell’esperienza è compito di ogni comunista che aspiri a vincere, a portare avanti quell’opera incompiuta che i compagni come Emilio e tanti altri hanno provato a compiere. Raccogliamo quel testimone per arrivare alla vittoria, per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

Buona lettura!

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Puoi presentarti? Dove hai lavorato, quali sono le tue esperienze?

Sono Emilio Molinari e nel 1969 lavoravo in una storica fabbrica milanese, ci lavoravo da 20 anni, era una fabbrica metalmeccanica che si era contraddistinta molto nella Resistenza e nelle lotte degli elettromeccanici del 1960. Una fabbrica che rimarrà storica anche nelle lotte del ‘68, del ‘69 e degli anni ‘70.

Credo di essere stato tra i primissimi fondatori dei Comitati Unitari di Base a Milano e tra i primi militanti di Avanguardia Operaia e poi, a seguito dell’evoluzione che c’è stata, tra i fondatori di Democrazia Proletaria. Sono stato, inoltre, consigliere comunale e regionale e persino parlamentare europeo per un anno. Nel 1988, dopo la scissione di Democrazia Proletaria, sono entrato nei Verdi, ma per poco tempo: l’esperienza è stata deludente. In seguito, mi sono dedicato ai Movimenti sul tema della globalizzazione e dell’ambiente, anche se non mi piace tanto il termine “ambientalismo” che è stato mal usato: ha ignorato, e continua a ignorare, la mercificazione delle fonti primarie della VITA. Penso che sia il sistema economico che va cambiato, per salvaguardare il nostro pianeta che pian piano stanno distruggendo. Bisogna affrontare le diseguaglianze e il diritto umano all’aria, all’acqua, alla terra, all’energia e alla salute. Sono convinto che se i lavoratori non si interessano di questi temi – noi negli anni ‘70 non ci pensavamo neppure – la classe operaia rischia di uscire dalla storia. Se non affronta il tema del rapporto con la natura e quindi del sistema, non si cambia nulla.

In che fabbrica hai lavorato?

Ho lavorato alla Borletti: originariamente produceva macchine da cucire e, in seguito, contachilometri per la FIAT. Quando sono entrato, la fabbrica occupava 7.000 lavoratori. Ho iniziato la scuola aziendale che avevo 10 anni, ho fatto l’apprendista e poi l’operaio qualificato, studiando di sera sono diventato perito industriale. Mi sono iscritto anche alla CGIL in quegli anni.

Vuoi raccontarci dell’esperienza in fabbrica in termini di organizzazione? Esisteva un Consiglio di Fabbrica (CdF) o avevate un comitato? E che rapporto avevate con il sindacato?

Nel 1969, fino all’Autunno Caldo, c’erano le Commissioni Interne, i CdF non esistevano. Le Commissioni Interne erano riconducibili alla CGIL, CISL e UIL. Le Commissioni Interne erano suddivise per partiti: era la logica della guerra fredda tra URSS e USA. Quindi, una divisione tra comunisti e socialisti da una parte e democristiani dall’altra. La CGIL era il sindacato dei comunisti e socialisti e la CISL quello dei democristiani. La UIL era dei socialdemocratici di Saragat, ma dalle nostre parti aveva un ruolo marginale.

La fabbrica occupava prevalentemente donne: ho visto diventare operaie prima le donne che venivano in massa principalmente dalle campagne del magentino, ex contadine del Nord, e poi ho visto entrare in massa le ragazze dal Meridione. L’organizzazione sindacale era gestita dalla Commissione Interna, ma io, dal momento che ero impegnato con il lavoro e la scuola serale, non potevo frequentare né le riunioni dei sindacati né quelle di Partito, o comunque delle

organizzazioni interne alla fabbrica. Il ‘68 è stato un anno di grande maturazione: sono successe diverse cose anche a livello internazionale e tutti questi cambiamenti arrivavano nelle fabbriche e nelle scuole e da qui anche le numerose manifestazioni studentesche. Io alla sera ho partecipato a molte di esse. Fu determinante l’incontro con alcuni dirigenti di Avanguardia Operaia. Da quella riunione ci costituimmo come gruppo di lavoratori-impiegati e questo perché la sigla CUB era sconosciuta e noi volevamo dare subito l’idea che chi scriveva stava in fabbrica. Erano, inoltre, tempi duri in cui rischiavi il licenziamento se attaccavi il padrone e per giunta criticavi anche il sindacato, perciò il primo volantino fu a firma “lavoratori-impiegati della Borletti” e lo facemmo distribuire dagli studenti.

Ogni giorno ci incontravamo con gruppetti di lavoratori e si discuteva di tutto: della mancanza di pause decenti, del peso del cottimo, della necessità di aumenti salariali uguali per tutti, di riduzione dell’orario. Dovevi arrivare a sciogliere nella discussione il groviglio tra questioni personali e politiche e poi analizzarle e far emergere i contenuti solidali e di classe.

E poi ne discutevamo con gli “esterni”, studenti e dirigenti di Avanguardia Operaia in una reciproca scolarizzazione. Questa è stata la caratteristica principale dei CUB e di Avanguardia Operaia: niente di spontaneistico e niente di ribellistico, un lavoro paziente che formava coscienza e generava lotta altrettanto cosciente.

I volantini erano un mezzo di comunicazione estremamente valido e li curavamo molto: usavamo il linguaggio che c’era nei reparti e, per farci capire ancora di più, utilizzavamo anche le vignette. I volantini ebbero un successo enorme, ma fecero innervosire i capi e anche CGIL, CISL e UIL.

Rimanemmo clandestini, per modo di dire, fino a quando scoppiò la lotta degli impiegati milanesi prima dell’Autunno Caldo. Se ne parla poco e niente, ma nel giro di poco tempo partirono lotte di impiegati oltre che alla Borletti e alla SIT Siemens, alla Philips e in tutto il Centro Direzionale di Milano. Ci furono circa due mesi di scioperi. Alla Borletti si scioperò per oltre 200 ore. Contaminammo molto il mondo del lavoro, formammo dei quadri e alla fine della lotta ci costituimmo in CUB. Eravamo riconosciuti e cominciammo a diffondere i volantini e a discutere davanti ai cancelli. Da quel momento abbiamo iniziato a influenzare i metalmeccanici milanesi, sia attraverso i canali sindacali che quelli esterni, utilizzando sempre lo stesso metodo di lavoro e facendo un bollettino dei CUB metalmeccanici che distribuivamo in tutte le fabbriche. Bisognava stare dentro le questioni e parlare con i lavoratori, nostri compagni di lavoro, e tenerli quotidianamente al corrente; stendere insieme a loro i volantini assicurandosi di usare un linguaggio appropriato. I volantini prima di uscire passavano nei reparti tra tante mani e così per tutte le lotte, anche per il contratto nazionale del ‘69 ovvero l’Autunno Caldo. Li trasformavamo in manifesti e li attaccavamo pure sui pali per attirare le persone. Diffondevamo e intervenivamo anche davanti alle fabbriche in cui non avevamo ancora dei militanti. Riscuotevamo successo e adesioni in particolare in fabbriche di zone cattoliche come alla Candy di Monza, anche dove il padrone era considerato un buon “padre”.

Andavamo oltre le lotte sindacali: al sabato organizzavamo gruppi di studio con gli operai per abituarli alla lettura; si discuteva collettivamente di politica e a poco a poco si arrivò a studiare anche testi come quelli di Marx. Eravamo uniti e trasversali e questo mi porta ad affermare con sicurezza che i risultati ottenuti con i CdF, in parte, erano dovuti all’esistenza dei CUB. Uno dei nostri principi fondanti era l’egualitarismo e il ruolo della base: per ben due anni rompemmo le barriere gerarchiche tra operai e impiegati e rafforzammo, ad esempio, il rapporto tra studenti-lavoratori che divennero moltiplicatori di CUB. Dopo il 1975, il rapporto tra i CUB organismi di base, il partito di Avanguardia Operaia e la presenza nei Consigli di Fabbrica, divenne difficile da tenere in equilibrio. Tra Avanguardia Operaia da una parte e il sindacato dei consigli dall’altra, i CUB declinarono.

Che legame c’è stato con la Resistenza? La Borletti ha avuto operai attivi anche nei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN): che legame c’era tra essi e i Comitati Unitari di Base?

I legami stanno nella memoria dei lavoratori e delle lavoratrici visto che le donne erano circa il 70% del personale impiegato. La Borletti era una fabbrica molto specializzata.

La memoria storica era quella trasmessa dagli operai specializzati, che rappresentavano pure l’ossatura del sindacato. Io sono entrato nel reparto a 14 anni e loro, gli operai specializzati, erano alla testa delle lotte degli elettromeccanici milanesi, introducevano attraverso la CGIL contenuti come la parità salariale di genere e la riduzione di orario, insegnavano anche ai giovani uno stile di vita solidale e questo nonostante il nostro datore di lavoro fosse un esponente fascista di rilievo e anche tra gli elementi più ostili di Confindustria. Come CUB ci colleghiamo a questo spirito di Resistenza.

Quindi gli operai non si occupavano unicamente dei problemi in azienda, ma anche di tutta una serie di problemi esterni che investivano il tessuto sociale, cosa che oggi si è persa?

Certo, ai CUB partecipavano gli studenti di Città Studi e talvolta medici, avvocati, urbanisti; si discuteva di salute, di casa, di trasporti, di un’attività politica che fosse anche solidale e umana. Tu pensa che una compagna, Rina Barbieri (della CGIL), si interessava dei bisogni anche personali di chi veniva mandato nei reparti “trance e pulitura” che erano i reparti più pericolosi per il rischio di perdere le dita o di contaminarsi con acidi. Là venivano mandate le donne più fragili, le vedove con bambini, le separate e le ragazze madri, quelle che era difficile si ribellassero. Lei si interessava alle condizioni reali di tutte, dei loro problemi.

E le operaie come si sono organizzate?

Si organizzavano nei reparti, reagivano ai tempi sempre più stretti, ai ritmi delle catene di montaggio, ai soprusi dei capetti e dei marcatempo, talvolta alle molestie di costoro. In uno dei nostri primi volantini facemmo persino i nomi e cognomi di capetti e marcatempo responsabili di tali molestie. Erano responsabili di creare quel clima per cui è la vittima stessa che si presta alla molestia per ottenere piccoli privilegi.

Quando scoppiò l’Autunno Caldo, le operaie fecero cortei interni durante i quali prendevano i capi e i marcatempo in questione e li facevano correre per tutta la fabbrica, li tiravano fuori dai loro nascondigli e volava anche qualche sberla. Dopo questi eventi le molestie cessarono per tutti gli anni ‘70.

Fondamentalmente il CUB di cosa si occupava all’interno dell’azienda? Che differenza c’è tra CUB e CdF?

Almeno fino al ‘73 il CUB era libero di non mediare con nessuno, non aveva bisogno di mediare con le organizzazioni sindacali i contenuti di una lotta. A un certo punto, ponemmo su spinta delle operaie, la questione dell’eliminazione del cottimo individuale e collettivo: una rivendicazione, per certi versi rivoluzionaria, che comportò una contrapposizione col sindacato dato che si metteva in discussione la struttura organizzativa della fabbrica e dello sfruttamento. Facemmo 200 ore di sciopero anche per questo, fummo tra i primi a mettere questo punto in piattaforma. Decidevamo noi le forme di lotta. Poi seguirono anni di difficile equilibrio tra CUB e CdF. Cominciarono i problemi e nel ‘76 iniziammo a mollare i Comitati di Base per entrare tutti nei CdF. In alcune fabbriche, come l’Alfa Romeo, il CUB continuò fino alla recente chiusura della fabbrica. Come Comitati di Base avevamo fatto da cerniera tra politica e lotta quotidiana, questa fu la loro intuizione e funzione fondamentale.

È importante capire cosa si pensa nell’ambiente che ci sta attorno, mettendoci insieme, ascoltandoci reciprocamente, facendoci portavoce delle parole e dei bisogni altrui.

Come CUB aspiravate solo a migliorare le condizioni di lavoro all’interno dell’azienda o aspiravate a un cambiamento più generale della società?

No, i CUB erano una cerniera tra interessi materiali dei lavoratori e crescita politica e formazione e promozione a ruoli dirigenti di un partito. Di un partito che non fosse un gruppo di intellettuali che si richiamava alla classe operaia, ma espressione di questa. Il CUB era un organismo aperto a tutti. Era prioritario partire dalle condizioni di lavoro, lottare, conquistare condizioni migliori e spiegare il perché di queste condizioni e l’idea di organizzarci e di fare politica, guardare fuori dalla fabbrica. Non eravamo apolitici, ma parlavamo a tutti e facevamo gruppi di studio in cui, gradualmente, arrivammo a trattare di economia. Leggendo testi di Ernest Mandel o discutendo del Vietnam parlavamo del ruolo dell’imperialismo americano. Questo a poco a poco è venuto meno e la politica si è sempre più imbarbarita.

Guardavate fuori della fabbrica? Intervenivate sui problemi della città o del quartiere? In che modo?

Ognuno dei militanti e simpatizzanti, una volta tornato a casa, continuava l’attività politica anche con vicini di casa e di quartiere. Tanto che quando partirono le occupazioni delle case a Milano e si formarono i comitati di quartiere, ci trovavi anche i compagni del CUB che vi intervenivano con lo stesso metodo che avevano appreso in fabbrica.

Molti operai della mia stessa fabbrica si riunivano di sera con i vicini. Si discuteva o si facevano riunioni anche fuori Milano partendo dalle questioni della propria fabbrica per poi fare il passaggio in più e portare quindi avanti iniziative di quartiere, di paese o nelle fabbriche vicine. Eravamo militanti a tempo pieno.

Secondo te perché questo tipo di esperienze si sono esaurite?

Le ragioni sono tante: c’è stata la globalizzazione capitalista che ci ha trovati tutti impreparati. C’è il PCI e la socialdemocrazia europea che ha fatto il salto al liberismo, c’è il ritardo di tutta la sinistra a comprendere la questione del degrado del Pianeta e l’insostenibilità della crescita produttiva.

Ma ci son anche errori gravissimi che ci hanno allontanato dal senso comune della gente.

Dopo la bomba di Piazza Fontana, in tutte le organizzazioni prendono piede il servizio d’ordine e l’antifascismo. Fu una cosa necessaria e obbligata. Ma nella politica si devono capire le volontà degli avversari, dei padroni – i veri mandanti delle bombe – che volevano proprio infilarci nella strategia degli opposti estremismi. In politica occorre dosare le priorità, gli elementi che ti devono caratterizzare e se i tuoi pensieri si concentrano tutti sull’antifascismo, che poi diventa antifascismo militante e i servizi d’ordine diventano predominanti, a poco a poco ti allontani dalla fabbrica e dal modo di pensare operaio e popolare che grazie ad essa hai acquisito.

L’errore, per molti, è stato aver concepito l’antifascismo come principale connotato, nell’aver ignorato che chi finanziava le bombe erano i servizi segreti e anche pezzi di partito democristiano e di apparati statali, oggi sappiamo il ruolo della P2 e della mafia in quelle bombe, in quelle stragi ecc., i militanti del Movimento Sociale, gli eredi di Mussolini erano la manovalanza di un disegno internazionale.

Un altro errore fu l’emergere della concorrenza tra gruppi che si trasformò in settarismo. Agli uni dava fastidio ciò che facevano gli altri: quello che faceva, ad esempio, Avanguardia Operaia, o il CUB, o il Comitato, ecc. L’azione di ognuno diventò intollerabile per gli altri e tutto andò a scatafascio. Si arrivò al punto di non poter manifestare per l’estremismo di alcuni negli scontri continui; le dinamiche non funzionavano per mancanza di idee e perché all’azione di uno doveva sempre corrispondere la reazione dell’altro. Non abbiamo saputo portare nelle fabbriche la questione ambientale, trattare di come le condizioni di lavoro danneggino i lavoratori stessi e l’ambiente circostante, per esempio inquinando l’aria, l’acqua, la terra. Prendere coscienza della questione ambientale è estremamente importante per riconvertire le attività lavorative inquinanti e non bruciare così ogni risorsa. Noi, allora, non ragionavamo su questo e ora è un po’ tardi, è cambiata già anche l’organizzazione del lavoro. I lavoratori allora sentivano di essere protagonisti del cambiamento del paese, mentre ora questa cosa non succede.

Noi, traendo un bilancio della Resistenza, dell’esperienza dei CdF e di tutti i movimenti operai e comunisti di quei tempi, abbiamo visto che c’era sì un’aspirazione al cambiamento – che passava dalla costruzione e rafforzamento del legame con la parte più politicizzata degli operai – ma che, mentre si aveva chiaro dove si voleva andare (in virtù anche dell’esempio delle rivoluzioni in altri paesi), non si sapeva però come arrivarci. Voi come ci sareste arrivati?

Non lo sapeva nessuno. E ora più di ieri non lo sa nessuno. Nessun leader di quel tempo lo sapeva. Se devo essere onesto, a mio parere mente chi dice che sapeva in cosa consisteva la rivoluzione, come farla e dove saremmo arrivati.

Avevamo dei riferimenti, c’è chi si richiamava a percorsi comunisti come quello di Lenin, Avanguardia Operaia si richiamava a questo orizzonte, chi a quelli anarchici, chi all’autogoverno delle piccole cose, chi pensava e pensa al susseguirsi di tante trasgressioni personali sessuali. Ognuno vedeva le cose a modo suo, ma nessuno sapeva come arrivare all’obiettivo e penso sia così tuttora.

Sono convinto che l’elemento da cui partire per ricostruire un’alternativa al capitalismo che ha vinto su tutti i fronti, sia acquisire una nozione di cambiamento fondata sul senso di umanità e di diritto umano alla vita che è quanto, in questo momento, manca a tutti i referenti politici.

Noi, come Partito, definiamo strategie, obiettivi, che vanno sperimentati, arricchiti ed elaborati. Lenin diceva che non c’è rivoluzione senza teoria rivoluzionaria, quindi è sicuramente un aspetto ma non un dogma il punto di arrivo.

Io non rinnego i miei riferimenti storici, ma tutto è cambiato, e io non divulgo certezze.

Marx e Lenin avevano di fronte una classe cosciente di essere tale e avevano rapporti con i lavoratori, oggi invece nei partiti di sinistra non c’è la minima ricerca di questo legame e nel frattempo questa classe operaia ha perso la coscienza di sé. Bisognerebbe ricostruirla perché senza un ruolo dei lavoratori non si salva il Pianeta morente e questo è il “che fare” del nostro tempo.

Sei d’accordo quindi col ricostruire, da dove può partire secondo te un lavoratore?

La struttura del lavoro è talmente cambiata, polverizzata e globalizzata che non sarei in grado di dirlo. Negli ultimi decenni ho visto perdere i rapporti col mondo del lavoro e l’ho visto guardare a destra, al nazionalismo, al regionalismo egoistico.

A un lavoratore impegnato suggerirei di iniziare a unirsi con altri lavoratori, a fotografare quello che si agita nelle persone attorno a lui, a decifrare i sentimenti dei suoi compagni di lavoro, della loro famiglia, dei suoi vicini di casa e di quartiere, perché quando si interviene per costruire organizzazione dal basso ci va messo il cuore, anche se poi chiaramente ci deve essere pure chi ragiona e vede il mondo e tiene i legami con altre fabbriche per mettere in contatto le diverse realtà.

Al giorno d’oggi manca anche l’osservazione di quanto accade fuori dei nostri confini comunali, di quel che accade anche al di fuori dell’Europa.

Andando a volantinare fuori dalle fabbriche un problema che oggi individuiamo, specialmente a seguito dell’emergenza da Covid-19, è la questione della sicurezza sul posto di lavoro.

Il lavoratore impegnato deve fare inchiesta (e farla assieme a medici, psicologi, tecnici, ecc.) sulle condizioni di lavoro come facemmo noi alla Borletti per quanto riguardava la questione della salute e del trattamento delle donne. E farla fuori dalla fabbrica, sui disastri che produce fuori dalla fabbrica il suo lavoro, come all’ILVA, alla Caffaro di Brescia. La nostra inchiesta sulla salute in fabbrica finì sui giornali.

Quindi vi occupavate della salute e della sicurezza in fabbrica?

Sì, il tema della salute in fabbrica era fondamentale. Ma, nella nostra inchiesta, non abbiamo messo quanto sapevamo a proposito della trielina che la Borletti scaricava nelle fognature e che inquinò l’acqua potabile di Milano. Allora, non pensammo alla salute di chi viveva fuori della fabbrica, mentre oggi si deve pensare anche a questo. Gradualmente si può riprendere, il problema è se il Pianeta ci dà ancora tempo. La pandemia ci dice che non ne abbiamo molto.

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