Lo scorso 10 dicembre è stato firmato l’accordo tra Invitalia, partecipata al 100% dal Ministero dell’economia e delle finanze e la multinazionale ArcelorMittal che dal 2018 controlla il gruppo ILVA. Attraverso l’accordo ha preso il via un percorso che porterà alla ricapitalizzazione di AM InvestCo, la società controllata da Mittal che ha sottoscritto il contratto di affitto con obbligo di acquisto dei rami d’azienda ILVA. In caso di autorizzazione da parte dell’antitrust dell’unione Europea dunque, il primo investimento di 400 milioni di euro che attribuirà a Invitalia il controllo congiunto su AM InverstCO si concretizzerà entro il 31 gennaio 2021. Il secondo, fino a 680 milioni e previsto per il 2022, sarà subordinato invece all’effettiva conclusione dell’acquisto da parte di AM InvestCo dei rami d’azienda ILVA, soggetta al soddisfacimento di alcune condizioni quali la modifica del piano ambientale esistente, che deve tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale; la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto e l’assenza di misure restrittive nei confronti di AM InvestCo conseguenza dei procedimenti penali in cui ILVA è imputata. Questo comporterà per Invitalia una partecipazione del 60% in AM InvestCo, mentre ArcelorMittal, investendo solo fino a 70 milioni, manterrà una partecipazione del 40% e il controllo congiunto della società.

L’accordo, paventato come il grande ritorno del pubblico nella siderurgia dopo 25 anni, prevede un articolato piano di investimenti ambientali e industriali e l’avvio del processo di decarbonizzazione dello stabilimento, con l’attivazione di un forno elettrico capace di produrre fino a 2,5 milioni di tonnellate l’anno. Il piano industriale inoltre contempla una serie di misure di sostegno pubblico, tra cui il finanziamento all’occupazione finanziato dal governo. A poche settimane dalla firma però, l’accordo si è già rivelato un colabrodo, tutt’altro che finalizzato a conciliare l’interesse delle masse popolari tarantine a vivere in un ambiente salubre con quello di mantenere livelli occupazionali necessari a garantire ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso.

Se da una parte l’accordo prevede di mantenere invariato il livello occupazionale con 10 mila addetti, di cui 8200 impiegati a Taranto, dall’altra è incerto il futuro dei circa 3000 operai ancora in cassa integrazione a seguito del passaggio da ILVA ad ArcelorMittal avvenuto nel 2018, per i quali sembra che l’ammortizzatore sociale verrà prorogato fino al 2025 quando, secondo quanto previsto nel piano industriale gli impianti raggiungeranno 8 milioni di tonnellate di produzione.

Inoltre, le rassicurazioni dell’Ad di Invitalia Domenico Arcuri (attualmente anche Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19), che ha garantito una significativa riduzione delle emissioni, sembra essere già stato disatteso dal confronto dei dati Arpa secondo i quali nel 2020, nonostante la bassa produzione, si è verificato l’innalzamento degli inquinanti nell’aria rispetto al 2019.

È evidente (come per Alitalia) che si tratta di nazionalizzazioni apparenti: il governo M5S-PD finge di “nazionalizzare” dando contributi finanziari reali ai gruppi imperialisti (questa è la linea praticata dal governo M5S-PD, con cui di fatto viene aggirato il divieto ufficiale imposto dall’Unione Europea ai contributi di Stato alle aziende nazionali).

Cassa Depositi e Prestiti o Invitalia comprano pacchetti azionari di un’azienda lasciata o fatta andare in malora garantendone la tenuta in Borsa (in questo modo ci guadagnano gli azionisti venditori e quelli che giocano in Borsa); poi “ristrutturano l’azienda”, cioè riducono il personale e peggiorano le condizioni di lavoro, contrattuali e salariali, per rendere l’azienda appetibile (a pescecani della finanza, a multinazionali, ecc.) e infine rivendono sul mercato il proprio pacchetto azionario o al socio privato di Invitalia/Cassa Depositi e Prestiti o a nuovi capitalisti, che acquisteranno a prezzi di saldo un’azienda da spremere o da usare nel gioco d’azzardo della speculazione finanziaria o per altri fini (che nulla hanno a che fare con la produzione di quello che serve al paese per funzionare). A questo punto per i lavoratori rimasti ricomincia il calvario.

L’accordo tra Invitalia e la multinazionale, se da una parte nasconde dunque la finta nazionalizzazione dell’ex ILVA, buona solo a scaricare sulle spalle della collettività i costi per ammodernamenti, sicurezza, bonifiche e consentire ad ArcelorMittal di fare profitti a costo zero, dall’altra parte è anche manifestazione sia del timore di tensioni sociali che della necessità della gestione pubblica del sistema produttivo nazionale e questo la pandemia lo ha mostrato su larga scala seppur limitatamente e in maniera contradditoria in tutti i settori, compreso quello siderurgico ed è dei passi che il governo ha mosso in questa direzione che la classe operaia deve approfittare, coordinandosi con il resto delle masse popolari:

  1. organizzandosi all’interno dell’azienda, al di là delle sigle sindacali per confrontarsi su quale nazionalizzazione serve a Taranto e al paese, per individuare le misure necessarie senza attestarsi alle manovre del governo e dei padroni utili solo ad allungare la morte lenta dell’ex ILVA;

  2. spingendo il sindaco di Taranto Melucci, il presidente della regione Puglia Emiliano, entrambi contrari all’accordo, ad adottare misure urgenti per la tutela dei livelli occupazioni e per la salvaguardia dell’ambiente, fino ad imporre allo Stato l’attuazione delle misure necessarie per la città in forza della partecipazione maggioritaria in AM InvestCo;

  3. mettendosi in contatto e coordinarsi con i lavoratori delle altre acciaierie così che la nazionalizzazione dell’ex ILVA rappresenti la base di lancio per la nazionalizzazione di tutto il settore. Lo smantellamento del settore infatti, non è un problema dei singoli gruppi di operai sparsi per il paese ma, è una questione nazionale e deve diventare ambito di mobilitazione, confronto e coordinamento dei siderurgici di tutto il paese;

  4. Legando la lotta degli operai siderurgici con tutte le organizzazioni a tutela della salute e dell’ambiente presenti sui territori.

Quella dell’organizzazione e della mobilitazione dal basso è l’unica via percorribile per dare soluzioni ai problemi della classe operaia e delle masse popolari di Taranto e per innescare e sviluppare focolai di lotta in altre aziende del settore come la ex Lucchini di Piombino, l’AST di Terni, le Ferriere di Servola-Trieste, l’Alfa Acciai di Brescia, le Fonderie di Torbole-Brescia, la Sanac di Massa e di Vado Ligure, AST, Marcegaglia di Ravenna, Dalmine Tenaris di Bergamo tra le quali è in corso la costruzione di un coordinamento nazionale della siderurgia. Il coordinamento tra le singole lotte è la linfa necessaria per rafforzare il movimento di trasformazione del paese in senso favorevole alle masse popolari che passa attraverso la costruzione di un governo, il Governo di Blocco Popolare, composto da persone che riscuotono la fiducia delle organizzazioni operaie e popolari, deciso a dare forma e forza di legge alle misure che queste indicheranno. Si tratta dell’unico governo in grado di promuovere una soluzione positiva per le aziende che i padroni hanno intenzione di smantellare o chiudere, attraverso la vera nazionalizzazione che serve all’apparato produttivo del paese. Quella promossa dal Governo di Blocco Popolare infatti, poggia su una gestione attiva e trasparente delle fabbriche da parte delle organizzazioni operaie e popolari, sul loro coordinamento con quelle delle aziende dell’indotto e con le organizzazioni popolari presenti sul territorio. Ogni azienda sarà gestita con l’obiettivo di produrre beni e servizi utili per le masse popolari, con un impatto ambientale e consumo di energie inferiore e verrà affidata a dirigenti di fiducia, esperti nel settore in grado di gestirle secondo criteri imposti dal governo che fornirà alle organizzazioni operaie e popolari tutti gli strumenti di cui hanno bisogno per dirigere in modo conforme agli interessi collettivi la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi prodotti. Anche in questo governo, nel Conte 2, ci sono ministri e parlamentari alla Toninelli o alla De Falco che possono dare battaglia per una gestione che vada in questa direzione se spinti dalla mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari.

Invertire la rotta è necessario e possibile attraverso la costruzione e la mobilitazione delle organizzazioni operaie e popolari e il loro coordinamento dentro e fuori le aziende, per costruire il loro governo d’emergenza e aprire la strada alla sola via d’uscita dal pantano in cui la borghesia affonda ogni giorno di più le masse popolari: l’instaurazione del socialismo, alla gestione pubblica e pianificata dell’economia in funzione delle esigenze della popolazione e della tutela ambientale.

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